Rileggere «Il Capitale»?

Rileggere «Il Capitale»?

Una lettura del volume “Il Capitale. Il lungo presente e i miei studenti” di Paolo Favilli, presentato domani alla Filanda di Mendrisio


Orazio Martinetti
Orazio Martinetti
Rileggere «Il Capitale»?

Ha ancora senso, è ancora utile riprendere in mano Il Capitale di Karl Marx, un’opera pubblicata nel 1867? La domanda ricorre spesso, soprattutto tra i militanti di sinistra ansiosi di capire come si articola il capitalismo moderno dopo il collasso dell’alternativa sovietica. Le risposte oscillano tra il sì convinto e il no reciso, con in mezzo una vasta e variegata fascia di indecisi e titubanti, popolata da economisti, storici, sociologi, filosofi, antropologi, tutti alla ricerca di possibili chiavi ermeneutiche, magari parziali ma efficaci.

Nel frattempo, la bibliografia sul tema è cresciuta a dismisura e non accenna a rallentare. Affrontare Marx (un po’ meno l’amico Engels) è un’impresa ardua, un’arrampicata che richiede impegno e costanza; insomma, è una «lettura difficile», come ben comprese già nel 1879 Carlo Cafiero presentando il suo Compendio del Capitale, dopo aver constatato, «con sentimento di tristezza», che il libro in Italia rimaneva «affatto sconosciuto». Altri tentativi di natura didattica seguirono negli anni della Seconda Internazionale (1889-1914), soprattutto per opera di Karl Kautsky, il «papa rosso» che dalle colonne della rivista «Neue Zeit» mise in circolazione pagine rimaste inedite, accanto a volumi d’impianto divulgativo come Le dottrine economiche di Karl Marx (prima traduzione italiana nel 1898 presso le edizioni Bocca di Torino).

La grande guerra del 14-18 e la successiva ascesa dei regimi totalitari in mezza Europa provocarono una diaspora degli studiosi, alcuni dei quali costretti a rifugiarsi nell’Unione Sovietica (Lukács) o negli Stati Uniti (Scuola di Francoforte). Una vera riscoperta degli scritti economici di Marx avvenne soltanto negli anni ’60, con la ripresa delle lotte sindacali nelle grandi fabbriche fordiste (in quest’operazione di distinsero gli operaisti intorno ai Quaderni Rossi di Raniero Panzieri) e dei vari movimenti di contestazione attivi sia nei campus americani, sia nelle università europee. 

In questo clima – che comprendeva Black Panther, femministe, antimilitaristi, terzomondisti – usciva a Parigi un volume che racchiudeva le lezioni tenute all’École normale supérieure da Louis Althusser e dai suoi allievi sull’«opus magnum» di Marx. Titolo del seminario: Lire le Capital (1964-65), con contributi di Étienne Balibar, Roger Establet, Pierre Macherey e Jacques Rancière. 

Tradotta in italiano da Feltrinelli nel 1968 (una traduzione parziale, limitata ai contributi di Althusser e Balibar), la ricerca in realtà s’inscriveva in un’operazione di rilancio della riflessione marxista che non poteva dirsi divulgativa, come prontamente fecero notare gli osservatori più accorti, ad esempio Lucio Colletti: «ebbi l’impressione di una prolissa costruzione teorica eretta, per così dire, alle spalle del Capitale. Come tale non mi sembrò particolarmente interessante, e smisi di leggerlo». 

Solo in anni recenti (2006), la casa editrice Mimesis ha riproposto il volume nella sua integrità a cura di Maria Turchetto, basandosi sull’ultima edizione francese del 1996. La strada insomma rimaneva impervia. D’altra parte, Marx stesso aveva avvertito i suoi lettori: «per la scienza non c’è via maestra, e hanno possibilità di arrivare alle sue cime luminose soltanto coloro che non temono di stancarsi a salire i suoi ripidi sentieri». A stancarsi furono in molti, ma non Ernest Mandel, un economista belga aderente alla Quarta Internazionale, che non esitò ad affrontare l’impresa pubblicando alcune sintesi e introduzioni alla teoria economica di Marx (Initiation à la théorie économique marxiste, 1964). Uno sforzo analogo fu compiuto nel 1975 dallo storico della filosofia François Châtelet (Le Capital livre I).

Veri progressi, sul versante didattico, non si registrarono nemmeno in Italia, paese ricco di studi specialistici ma poco interessato a questo aspetto, con due soli eccezioni. La prima risale al 1972 e sono le Lezioni sul Capitolo sesto inedito di Marx di Claudio Napoleoni, raccolte in volume dalla Bollati Boringhieri; la seconda eccezione è più recente e riguarda un corso tenuto online da Riccardo Bellofiore, docente di economia politica all’università di Bergamo: ciclo di 14 letture caricate nel sito www.riccardobellofiore.info.  

Più solerte, per contro, la saggistica anglosassone e tedesca. L’inglese David Harvey è il più noto «pedagogo» in lingua inglese: geografo, sociologo e urbanista alla City University di New York, legge e sviscera Il Capitale da cinquant’anni. I suoi corsi si possono ascoltare sul suo sito www.davidharvey.org, ma sono pure disponibili in volume presso le edizioni Verso, nella collana riservata alle guide («Companions»). In febbraio è prevista l’uscita di un «Companion» dedicato ai Grundrisse, brogliaccio di appunti che Hobsbawm definì «una sorta di stenografia intellettuale privata che risulta a volte impenetrabile».  

In italiano un’Introduzione al Capitale in 12 lezioni sul primo Libro è presente nel catalogo della Casa Usher di Firenze, a cura di Filippo Ceccherini (2012). 

E veniamo alla Germania, che nel 2018, in occasione del bicentenario della nascita di Marx, ha proposto una gran numero di iniziative, dalle esposizioni nella città di Treviri ai simposi in tutto il paese, con il relativo accompagnamento di cataloghi e monografie. Di una rinnovata «Kapital-Lektüre» si sono distinti studiosi come Michael Heinrich (il quale ha in corso una biografia in tre volumi: Karl Marx  und die Geburt der modernen Gesellschaft), Michael Berger (Karl Marx: “Das Kapital”) e soprattutto Wolfgang Fritz Haug, autore di una serie di Vorlesungen zur Einführung ins «Kapital» pubblicate dalla casa editrice Argument in due tomi (2005-2006). Haug è pure co-editore del Dizionario storico-critico del marxismo (un’opera prevista in quindici volumi) e curatore dell’edizione in lingua tedesca dei Quaderni del carcere di Gramsci (dieci tomi).

 Un accenno, infine, ai viatici più ludici, per chi non ama versare sudore sulla pagina scritta. Il primo Capitale a fumetti fu pubblicato dall’editore Giulio Savelli nel 1975: si trattava di una traduzione-adattamento di un album tedesco curato da K. Plöckinger e G. Wolfram nel 1974 per il Verlag für das Studium der Arbeiterbewegung (VSA). In Germania questa tradizione è stata mantenuta in vita, come provano i disegni realizzati dal vignettista d’origine finlandese Jari Pekka Cuypers, in arte Jari (Das Kapital in Farbe, VSA 2018). E non è finita: in Francia è pure uscito Le Capital in formato manga giapponese: due tomi illustrati prefati da Olivier Besancenot (Parigi, 2011). 

E con il Capitale stesso, come stiamo? In italiano l’edizione di riferimento è stata per decenni quella curata da Delio Cantimori e dalla moglie Emma Mezzomonti per gli Editori Riuniti (versione poi ripresa da Einaudi). Oggi quest’edizione è fuori commercio, ma si può utilmente ripiegare su quella approntata da Eugenio Sbardella per la Newton Compton (a dire il vero, «un’ integrale» non molto invitante per via della mole), sui tre volumi della UTET (a cura di Aurelio Macchioro e Bruno Maffi) e sull’edizione critica curata da Roberto Fineschi per la Città del Sole (due tomi, non facili da trovare).

Ma torniamo, in conclusione, alla domanda iniziale: vale la pena sì o no gettarsi nell’impresa? Risposta: proviamoci (magari – come suggeriva sempre Althusser – «saltando» la prima sezione che tratta di «merce e denaro»). Il fatto, comunque, che si continui a leggerlo/rileggerlo – in tutto o in parte – dimostra che l’opera conserva inalterato un suo fascino. Ogni lettore (lettrice) troverà sicuramente passaggi e spunti illuminanti e, perché no, motivi capaci di ravvivare il fuoco dell’impegno politico. 

Domani, 5 febbraio, alla Filanda di Mendrisio (ore 14.30), Christian Marazzi, Virginio Pedroni e Paolo Favilli cercheranno di rispondere alla domanda «Cosa significa sinistra oggi»? a partire dal volume di Favilli uscito nel 2021 da Franco Angeli e intitolato «A proposito de Il Capitale. Il lungo presente e i miei studenti. Corso di storia contemporanea». Il dialogo sarà moderato da Damiano Bardelli.

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