Ticino, terra di artisti e di… giallisti. I romanzi di questo genere letterario hanno vieppiù invaso il mercato conquistando lettori: delitti, indagini, commissari e investigatori, misteri, oscure trame e colpi di scena. Ma ecco che quest’estate la realtà ha superato la pur fervida fantasia dei nostri autori, con un intreccio le cui origini sono tuttora ignote. Protagonisti il presidente dell’esecutivo cantonale, alcune donne (amiche o presunte tali), una delle quali ritrovata esanime nel Ceresio, registrazioni carpite e diffuse da scaltre mani, probabilmente per sabotare qualche piano politico, come l’intenzione di Zali di candidarsi per il Consiglio nazionale o come l’idea che Lega e Udc dovessero divorziare e correre separati alle cantonali del 2027. Subito è emersa la teoria del complotto e bisogna dire che gli elementi rimasti sospesi non sono pochi, a partire appunto dalla tempistica.
Tutto questo è confluito in un magma che si è rimesso in moto con largo anticipo rispetto al passato. Anche nel nostro piccolo angolo di terra, le campagne elettorali si stanno facendo sempre più lunghe e concitate, diluite su più mesi, e fin dall’estate che precede l’appuntamento. La spiegazione risiede nella crescente frammentazione della costellazione partitica, priva di soglie di sbarramento, e nell’indebolimento dei partiti maggiori, quelli detti storici, che in passato lasciavano ai partitini solo le briciole. Ora tutti reclamano uno spazio e un microfono, se non in parlamento, almeno nell’informazione radiotelevisiva e nella galassia dei canali sociali. Tale frammentazione riflette una società sempre più volubile e balcanizzata per interessi e orientamenti ideologici e quindi sempre più difficile da ricondurre su piattaforme condivise.
Nel frattempo prenderà il via, da ottobre, una compagine mai vista prima, con esponenti di cinque formazioni diverse, cinque monadi che dovranno comunque dialogare e governare, non semplicemene vivacchiare in attesa della resa dei conti in agenda il prossimo aprile. In quel mese la parola passerà al popolo, che deciderà se confermare l’attuale composizione (con Marchesi al posto di Zali), o se ricalibrare i rapporti di forza. La campagna sarà intensa e vivace, soprattutto ai due lati dello schieramento. A destra l’Udc appare in crescita: spera di uscire dall’angolo d’ombra in cui l’hanno relegata per decenni gli amici-rivali della Lega. Quest’ultima, zavorrata da una serie di scandali e passi falsi, è in calo da alcune legislature. A sinistra assisteremo al duello tra Marina Carobbio e Greta Gysin, anche se entrambe giurano che il confronto rispetterà le regole della lealtà e della correttezza. Raffaele De Rosa, per il Centro, può dormire sonni tranquilli, mentre i liberali-radicali continuano a sognare il raddoppio per recuperare il seggio perso nel 2011 (l’intento sarebbe di riprendersi il Dipartimento dell’educazione). Alex Farinelli è quasi certo di poter subentrare a Vitta.
Già ora possiamo elencare alcuni elementi che caratterizzeranno la campagna elettorale in corso:
- Un ritorno della passione politica: la mobilitazione che si sta profilando dovrebbe riportare i cittadini al voto e quindi arrestare la curva al ribasso dell’astensionismo (nel 2023 la percentuale dei votanti è scesa al 56%);
- L’arrivo dei rinforzi da Berna: Marchesi, Gysin, Farinelli e in parte Chiesa (ora presidente ad interim dell’Udc cantonale) si apprestano a lasciare la fredda capitale federale per risollevare il morale delle sfiduciate truppe locali;
- L’Udc cantonale può contare sull’appoggio, politico ma soprattutto finanziario, dell’Udc nazionale guidata dai Blocher (non perdere seggi alle camere);
- Un ruolo decisivo lo svolgeranno i media e i social, la RSI come pure TeleTicino, il Corriere come la Regione. Già nell’affrontare il caso Zali sono emersi approcci e stili assai diversi tra i principali gruppi editoriali. Sarà un banco di prova anche per il giornalismo che si vuole cane da guardia del potere.
Tendenze, ipotesi, congetture… forse fondate, forse no, lo si vedrà nei prossimi mesi. Nel Palazzo delle Orsoline staziona però un elefante i cui barriti stanno salendo di tono ogni giorno di più: i premi delle casse malati, che tra poco torneranno a mordere i bilanci domestici. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare il 28 settembre del 2025, che di fatto si sono trasformate in una macina al collo delle finanze pubbliche. Come noto, gli assicurati-votanti, sfiniti ed esasperati, le hanno accettate entrambe, nella convinzione che almeno una delle due avrebbe sortito qualche effetto benefico. Ma così facendo il Ticino è finito in un vicolo cieco che si sarebbe dovuto e potuto evitare: sarebbe bastato fin dapprincipio accordarsi su un testo unico, finanziariamente sostenibile e socialmente equo. E invece si è preferito arrivare allo scontro, con l’apertura di una serie di falle che ora nessuno sa più come tappare.
Questa volta, a risolvere il caso, non basteranno l’intuito e la perizia di qualche nostrano tenente Colombo.
Pubblicato da laRegione