La vita, lo sport, il mondo

La vita, lo sport, il mondo

Il libro di una vita, e una prefazione sulle triangolazioni di Libàno Zanolari lette e commentate nella prefazione di Fabio Pusterla


Fabio Pusterla
Fabio Pusterla
La vita, lo sport, il mondo

Il libro di Libàno Zanolari sarà presentato il 27 maggio alla Biblioteca di Locarno (cliccare per dettagli)

La vita, lo sport e il mondo di Libàno Zanolari, è un libro molto particolare e sorprendente, che merita per diverse ragioni di essere letto e meditato. Visto che l’autore è stato per molti anni un noto e apprezzato giornalista sportivo, cominciamo con una metafora calcistica: le pagine di Zanolari propongono al lettore parecchie triangolazioni interessanti. Di una di esse sono in piccola parte responsabile: quando, alcuni anni fa, Libàno mi chiese di leggere alcune sue poesie, accettai; e poi cercai di suggerire una mezza idea. Quelle poesie, che ora appaiono in questo volume, non erano affatto disprezzabili; ma forse, pubblicate da sole in libretto o plaquette, sarebbero parse al lettore un poco desuete, perché le scelte metriche e retoriche dell’autore parlano soprattutto di modelli non recentissimi. Perché allora non provare a inserire quelle poesie in una narrazione parcamente autobiografica, dentro la quale i versi avrebbero potuto assumere un valore e un significato maggiori? La mezza idea fu presa molto seriamente da Zanolari, che iniziò presto la nuova impresa; e il risultato attuale è dunque un costante dialogo tra prosa e poesia, tra racconto disteso e folgorazione; un prosimetro, come si sarebbe detto una volta, nel quale il racconto spiega la situazione in cui una poesia ha potuto nascere, e ne propizia l’apparizione improvvisa, mossa ora dall’ammirazione ora dallo sdegno, ora dalla bellezza e ora dall’orrore; e la poesia, quando si manifesta improvvisa sulla pagina, illumina retrospettivamente la prosa che l’accompagna, ne accende più intensamente il segreto.

Infatti, ed ecco apparire la seconda, ampia triangolazione, ciò che l’autore offre al lettore in forma narrativa e raggruma poi in pochi versi è un intreccio di situazioni, argomenti e a volte divagazioni di ampia portata. Punto di partenza, quasi sempre evidente, solo in rari casi lasciato all’intuizione del lettore, è l’esperienza biografica: c’è all’inizio un giovane poschiavino di belle speranze e di umili origini che finisce, un po’ per scelta un po’ per caso, a lavorare per la Televisione della Svizzera italiana, seguendo le manifestazioni sportive che lo portano in giro per il mondo. E, insieme a questo che è l’asse portante del libro, c’è naturalmente anche la dimensione familiare, la memoria che riconduce alle proprie origini, agli affetti presenti e passati, alle zone felici e tristi della vita, agli amici perduti; sicché il libro, che procede per brevi capitoli, è anche una galleria di quadri esistenziali, vividi e coinvolgenti, lieti o dolenti a seconda delle stagioni. Con pochi tratti, Zanolari ci fa entrare nel suo mondo, o per meglio dire nella molteplicità dei suoi mondi, in un bilico costante tra la val Poschiavo, così splendidamente raffigurata nell’opera del suo maestro Riccardo Tognina, il Ticino e la Svizzera, i tempi quasi eroici della televisione di mezzo secolo fa e gli innumerevoli appuntamenti sportivi che fanno spaziare il lettore dalla Finlandia al Messico, da Mosca alla Sierra Nevada.

Lo sport, dunque, professione e passione; e potrebbe a prima vista sembrare strana la relazione tra gesto sportivo e visione poetica. Per fugare il dubbio, che non ha davvero ragion d’essere, ecco una citazione:

Nelle feste Panelleniche, come nei giochi di Corinto, di Delfi, di Nemea, si scorge un intreccio tra cerimonia religiosa e gara sportiva, tra razionalità del divino e razionalità del corpo. E proprio al quinto-quarto secolo risale la grande scultura che rappresenta scene agonistiche: Mirone, Fidia, Policleto, Lisippo, Ermes, Scoopas – nei loro legami con l’Acropoli, con i fregi del Partenone, con l’architettura cultuale, disegnano quell’energia sacra e belligerante che pervade i Ginnasi e fa dell’esercizio atletico uno degli aspetti terrestri più contigui alla trascendenza. La fusione di sforzo supremo e armonia riproduce nelle membra una vicenda cosmogonica, un caos che diventa ordine necessario delle cose.

A parlare così è uno dei maggiori poeti contemporanei, Milo De Angelis, nel suo saggio di quarant’anni or sono intitolato Poesia e destino, dove si incontra un capitolo molto importante ai fini del nostro ragionamento, Poesia e gesto atletico. La scelta poetica di Libàno Zanolari nasce anche da qui, dalla coscienza che tra il gesto fisico dell’atleta e quello di chi prova a vivere e scrivere poeticamente esista un’antica alleanza; non per nulla il termine greco agòn si applicherà poi nei secoli, e ancora oggi, ai due ambiti, quasi indistintamente. Come non ricordare, a questo proposito, il senso di assoluta concentrazione e assoluto abbandono che ognuno di noi ha provato, da ragazzo, praticando con gli amici questa o quella attività sportiva? Chi, come me, ha giocato un po’ a calcio, sente ancora con un brivido il profumo di erba appena tagliata che può salire da un campo; e non può non rileggere con commozione il finale di una poesia (sempre di Milo De Angelis).

LE SQUADRE

freccia,
portaci tu i piedi
verso la vittoria, e in questo spiazzo
fa’, unico dio, unica gioia del pomeriggio,
fa’ che tutto sia immenso, fa’ che non
piova.

Questo antichissimo valore di ciò che oggi chiamiamo “sport” appare spesso nelle pagine di Zanolari; e, proprio per questa ragione, un capitolo conclusivo come quello dedicato a Giacometti può assumere una celeberrima scultura dell’artista come emblema altissimo del gesto atletico: L’homme qui marche vorrà dire anche quello, vorrà riconduci alla condizione assoluta di corpi eretti che procedono nello spazio: verso il nostro destino, appunto. O verso l’origine, si potrebbe anche dire, che Zanolari riconoscerà evidentemente in Atene («L’incontro con quella città l’avevo sognato fin da ragazzo»), che sotto le devastazioni del presente e del recente passato conserva ancora la traccia di un antico sogno, di «uomini simili a Dei, e viceversa».

Ma a questo filo tematico tanto importante, se ne aggiunge un secondo, gravido di altre conseguenze: il giornalista e cronista sportivo che viaggia in questo libro non è per nulla soltanto un giornalista sportivo; è un uomo curioso e ironico, un lettore appassionato, un cittadino responsabile e dotato di una propria visione del mondo, che è visione culturale e politica, dichiarata con onestà intellettuale e costantemente messa al lavoro durante i viaggi. Per capire meglio il tipo di curiositas che anima Libàno Zanolari quando approda in una delle molte città del mondo, si potrebbe ragionare su un esempio opposto, che è esempio illustre e per molti aspetti ovviamente ammirevole: quello di Eugenio Montale, inviato speciale del «Corriere della Sera» per meriti culturali. Montale va in giro per l’Europa a incontrare personaggi di primo piano, o a evocarne la presenza in questa o in quella capitale, e riunisce poi i suoi scritti migliori in un volume, intitolato Fuori di casa. (Mondadori, Milano 1975). Per esempio lo incontriamo nel 1953 a Lisbona, a ragionare sul fatto che «il Portogallo è uno dei due paesi latini che il Cielo ha meglio preservato dalla volgarità. (l’altro è la Spagna)». Ma la Lisbona in cui Montale ascolta il fado al Negresco (un ristorante di lusso, «uno dei pochi che abbiano camerieri non addormentati», annota il poeta) è la Lisbona di Salazar, cioè di una dittatura (come lo è la Spagna di Franco). E a questo proposito invano si cercherebbe qualche traccia nel pezzo montaliano, che pare del tutto disinteressato alla questione e che sottace ogni riferimento alla situazione politica. Zanolari rappresenta un caso diametralmente opposto: dovunque si trovi, è proprio l’orizzonte politico-culturale ad orientare le sue riflessioni, i suoi incontri e i suoi passi. E il lettore lo seguirà nel suo caparbio tentativo di riportare a galla, insieme alle tracce di un’antica bellezza, le memorie che parlano di ingiustizia, di repressione, di torture, e che si intrecciano con tutte le altre ragioni di questo libro: la vita privata, l’interesse per lo sport. Valga, come esempio fra i tanti, un breve testo poetico, nato da una riflessione su Atene (di nuovo!) e dalla rievocazione del regime dei Colonnelli, del calvario patito da Alekos Panagoulis, che diventa emblema di molte altre figure evocate nel libro, grandi e piccole, imprigionate e torturate, umiliate ed offese:

TORTURA – Per Amnesty International

Della tua nobiltà
certo, anche il calice più amaro
puoi bere: ma se giaci umiliato,
reciso il filo che ai meandri
t’annodava dell’anima, nell’angolo –
al ragno e al pipistrello
contesa – sigillata la fessura
che uno spicchio di cielo
schiudeva ai sogni, più nulla, nemmeno
la tua morte possiedi.

Questi tre fili, agonistico, autobiografico e politico-culturale, intrecciati in modi diversi lungo tutta l’opera ora in versi ora in prosa, riappariranno con forza nel capitolo finale, nell’elenco degli ultimi desideri in caso di nuovo infarto, visto che nel precedente nessun flash gli è apparso: l’agonismo, l’esperienza di vita e l’orizzonte politico vorticano e sorridono nel gioco di una bimba che apre al futuro, alla speranza e alla gioia; e prima, potranno scoprire in una figura altissima una sorta di precursore e garante. La figura è quella di Alberto Giacometti, quasi conterraneo di Zanolari, a cui si è già accennato; e più in particolare una sua scultura famosissima, L’homme qui marche. 

Vale la pena, per concludere questo breve viatico, ascoltare direttamente l’autore, in un paragrafo molto bello che riassume forse il senso profondo di questo libro:

“L’homme qui marche” non è mai stato paragonato a un atleta, a un olimpionico,
anche perché Giacometti non ha mai speso una parola in materia di “sport”.
Non è mai stato paragonato nemmeno all’homo viator, spe erectus  di Paolo di Tarso, l’uomo cristiano in cammino, diritto nella speranza, anche in questo caso forse per non  far torto all’artista, formalmene luterano come la mamma, in realtà poco interessato al culto ufficiale. Ma c’è una parola che unisce sforzo atletico e sforzo intellettuale, creativo, una parola magica: “agòn”, pietra filosofale, “religione” greca, usata non solo nello “stadion”, ma in qualsiasi altro campo della vita, dove tutto si decideva al termine di una pubblica sfida, poesia e opere teatrali comprese. L’atleta greco a Olimpia corre per rendere onore agli Dei che gli hanno dato un bellissimo corpo, capace di mille imprese. “L’homme qui marche” celebra la misteriosa forza che lo spinge, non è interessato alla forma esterna, all’involucro che racchiude il nucleo: incede con poche speranze in una ricompensa divina, secondo molti senza speranza alcuna, essendo Dio morto ad Auschwitz e su altri mille campi di battaglia, fra mille atrocità.
“L’homme qui marche” non ha scelta: obbligato ad essere doppiamente eroe senza sapere dove e quando il fato gli riserverà la prossima sfida, la prossima battaglia e quale sarà il suo premio – se ci sarà – in questa o forse in un’altra dimensione.

Nell’immagine: Alberto Giacometti, “L’homme qui marche” (1961)

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