Un secolo di ironiche notti buie e tempestose

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Charles M. Schulz: i cento anni del papà dei Peanuts


Redazione
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Un secolo di ironiche notti buie e tempestose

Di Claudio Castellacci, Doppiozero

Una delle primissime versioni di Snoopy e Charlie Brown (novembre 1950)

È un tempo buio e tempestoso quello che stiamo vivendo. Senza neanche più, a difenderci, un asso dell’aviazione della Prima guerra mondiale come Snoopy. Lo spericolato bracchetto che, a bordo della sua cuccia trasformata in biplano da caccia Sopwith Camel, indossati occhialoni, casco da pilota e sciarpa svolazzante, intrecciava epici duelli aerei con il triplano Fokker del malvagio barone (rosso) Manfred von Richthofen, l’unico che incarnasse negli anni sessanta della contestazione, della guerra in Vietnam, il “nemico” sul quale tutta l’America concordava.

Certo, capitava a volte che, duellando sui cieli di Francia, il pericoloso quanto invisibile avversario – costantemente maledetto a gran voce: “Un giorno ti avrò Barone Rosso” – gli sforacchiasse la cuccia, ops scusate: la carlinga, e Snoopy fosse costretto ad abbandonare il suo biplano atterrando, vergognosamente, sulla propria scodella, o talvolta si paracadutasse dietro le linee nemiche dove, immancabilmente, avrebbe incontrato affascinanti ragazze francesi da corteggiare, offrendo loro orzate o ciambelle.

Il fatto è che, dal 12 febbraio 2000, siamo rimasti orfani del papà di Snoopy, il cantastorie Charles M. Schulz (del quale il 26 novembre 2022 si è celebrato il centesimo anniversario dalla nascita), “rassicurante anomalia della modestia nell’epoca della vanità e del marketing”, ebbe a descriverlo Vittorio Zucconi; “geniale creatore delle avventure più miti, più dolci, più limpide dell’ultimo mezzo secolo”, scrisse di lui Fernanda Pivano.

Già un anno prima di andarsene Schulz era stato costretto, a seguito di un ictus, a ritirarsi e smettere di disegnare i suoi, e nostri, amati Peanuts, personaggi adulti camuffati da bambini che, alla fine, per citare di nuovo Zucconi, si erano impadroniti del loro creatore. «Cari amici», scrisse Schulz «ho avuto la fortuna di disegnare Charlie Brown e i suoi amici per quasi cinquant’anni. È stata la realizzazione del sogno che avevo fin da bambino. Purtroppo, però, ora non sono più in grado di mantenere il ritmo di lavoro richiesto da una striscia quotidiana. La mia famiglia non desidera che i Peanuts siano disegnati da qualcun altro, quindi annuncio il mio ritiro dall’attività. Sono grato per la lealtà dei miei collaboratori e per la meravigliosa amicizia e l’affetto espressi dai lettori della mia “striscia” in tutti questi anni. Charlie Brown, Snoopy, Linus, Lucy… non potrò mai dimenticarli…».

E accanto all’addio, l’immancabile fantasioso Snoopy, sul tetto della cuccia davanti alla sua fedele macchina per scrivere, rigorosamente manuale, quella con cui aveva raccontato, per anni, di notti buie e tempestose.

La felicità “non è” un cucciolo caldo

Charles M. Schulz non credeva, proprio per niente, che la “felicità fosse un cucciolo caldo”. Anzi, rincarava, la felicità non è neanche divertente. E prendeva ad esempio il tormentone del sofferente Charlie Brown (personaggio “sartrianamene esistenzialista”, lo descrive il filosofo Nathan Radke) che, nei 50 anni di vita delle strisce, non sarebbe mai stato capace di calciare il pallone che l’arcigna, bisbetica e alquanto crudele Lucy van Pelt, sorella maggiore di Linus (apertamente ispirata dalla prima moglie Joyce Halverson, da cui Schulz ebbe cinque figli) finiva sempre per togliergli da sotto i piedi al momento fatale del tiro.

Certo non era un segreto, almeno fra gli addetti ai lavori, che al di là della maschera gioiosa offerta al pubblico delle sue strisce, il disegnatore soffrisse di un diffuso disagio esistenziale. A togliere ogni dubbio e rivelarlo al grande pubblico fu l’uscita, negli Stati Uniti, nel 2007, di un monumentale, quanto fondamentale, tomo: Schulz e i Peanuts – 680 pagine (il dattiloscritto originale ne contava ben 1800 prima dell’editing finale) fitto di date, interviste, documenti, foto, strisce – scritto da un autorevole biografo, David Michaelis, che, ricevuta la benedizione della famiglia, aveva speso sette anni (finanziati da HarperCollins, editore lungimirante come pochi) in ricerche, interviste a ex commilitoni, parenti, amici, colleghi, ex “fiamme” del disegnatore. Il volume è stato poi pubblicato in Italia da Tunué nel 2013, per la traduzione di Alessandro Bottero e l’aggiunta di una nota illuminante del sociologo Marco Pellitteri.

In pratica si tratta di una rivisitazione, in chiave biografica, del “grande romanzo americano”: non solo il ritratto vivido di un uomo che soffriva di un’immotivata tristezza, che immaginava di non essere mai stato amato e che mai lo sarebbe stato, ma anche, annota Pellitteri, il ritratto di decenni di storia americana nei quali Schulz si era trovato a vivere, incarnandone molte caratteristiche.

Lo Schulz che tutti, indistintamente, conoscevano con il nomignolo di Sparky, “Scintillina” (dal nome di un ronzino da corsa, Spark Plug, personaggio di un fumetto popolare negli anni venti), era uno che “non beve, non fuma, non dice parolacce”, come lo definirà uno storico del fumetto, che aveva un carattere lamentoso, in perenne ricerca di attenzioni perché si sentiva sottovalutato e non considerato. E questa non è una “scoperta” di Michaelis, ma anche ciò che aveva confessato lo stesso Schulz alla giornalista Rheta Grimsley Johnson, autrice della biografia Good Grief: The Story of Charles M. Schulz (1989), in cui affioravano «le sue insoddisfazioni e gli imbarazzi dell’infanzia e adolescenza, le sue insicurezze, la convinzione di avere talento e la delusione ogni volta che non gli veniva riconosciuto». Insomma, Charlie Brown c’est moi.

“Peanuts, il titolo peggiore mai pensato per un fumetto”

Chi l’avrebbe mai detto: Schulz detestava di tutto cuore il nome Peanuts (in inglese un sostantivo dai molti significati) imposto alle sue strisce dall’agente americano, la United Feature Syndicate, una delle maggiori e più potenti società di distribuzione di fumetti negli Stati Uniti e nel mondo.[…] «Era il titolo peggiore che fosse mai stato pensato per una striscia di fumetti», ebbe a dire l’ipersensibile Schulz nel corso di una lunghissima intervista (a firma di Gary Groth e Rick Marschall, pubblicata in Francia dai Cahiers de la Bande Dessinée, vol. 81, giugno 1988). «È del tutto ridicolo, non ha senso, fa semplicemente confusione, non ha dignità, e credo che invece il mio umorismo abbia una sua dignità. Sono due cose che hanno pesato su di me per tutta la mia carriera». «E non sono bastati 37 anni per addolcire questa pena?», domandano i due intervistatori. E lui, irritato: «Eh no, non mi è ancora passata».

Per non parlare del fatto che, all’inizio, oltre a imporre il titolo, i dirigenti della UFS (“magnati della costa dell’est privi di sensibilità”, li definiva Schulz) non credevano neanche fino in fondo che quei bambini dalla testa rotonda avrebbero avuto un gran potenziale di mercato. Avevano infatti deciso di suggerire ai propri clienti di pubblicare le strisce in un formato inferiore a quello standard, divise in quattro quadrati di uguali dimensioni che avrebbero potuto essere disposti in orizzontale, verticale o due sopra e due sotto, come trucco salva spazio (praticamente dei tappabuchi). Le avrebbero potute usare per “risolvere problemi d’impaginato”, secondo la necessità del momento, in ogni possibile pagina del quotidiano, prima, editoriali, cronaca, pubblicità o, se proprio volevano, nella pagina dei fumetti.

Una “Scintillina” enigmatica e complessa

Leggere le strisce dei Peanuts è «conoscere con esattezza chi sono», amava dire Schulz e mai dichiarazione fu più che psicanaliticamente veritiera. Non solo, Sparky rifuggiva da dotte interpretazioni del suo lavoro. «Non scrivo per gli intellettuali», ribadiva seccamente. «Respingo l’etichetta d’intellettuale e non credo di essere neanche particolarmente intelligente, ma spiritoso sì, credo di esserlo». A volte aggiungeva: «Non sono neanche un filosofo, non sono poi così tanto istruito».

Eppure chi lo frequentava da sempre asseriva che “Scintillina” era «difficile da conoscere, arduo da capire: non voleva diventare troppo intimo con nessuno, gli piaceva pensare di sé di essere un uomo semplice, ma semplice non lo era: era enigmatico e complesso». Nondimeno lui continuava a ripetere a tutti di essere una persona qualsiasi, «un normalissimo tizio del Midwest», figlio unico di un barbiere di St. Paul e di una casalinga (proprio come saranno i genitori di Charlie Brown).

E nonostante l’immenso successo avuto, nonostante fosse il disegnatore di fumetti più pagato al mondo, nonostante che Schulz, come Charles Foster Kane – il personaggio di Orson Welles in Quarto potere, film che Sparky avrebbe visto più di quaranta volte e avrebbe citato spesso nelle sue strisce – avesse raggiunto un successo superiore a qualsiasi suo sogno d’infanzia, se qualcuno glielo faceva notare rispondeva: «Ho avuto un enorme successo? Lo pensate davvero?».

Per avere un’idea del suo patrimonio basti pensare che, secondo Forbes, negli anni ottanta, Schulz guadagnava addirittura più di Madonna, Michael Jackson o Steven Spielberg. Nel momento di massima popolarità i Peanuts erano pubblicati in 2600 testate in 75 paesi del mondo, in 21 lingue diverse, con un pubblico di 355 milioni di lettori; un impero con proventi relativi a diritti d’uso – musical, cartoni animati, e merchandising d’ogni tipo (soprattutto uno tsunami di Snoopy in peluche che svettava ai primi posti nella classifica delle icone americane, accanto al Monte Rushmore, al baseball, al Big Mac) – che portavano il suo giro di affari a una cifra con un numero impensabile di zeri. Michaelis ricorda che nel 1989 i ricavi annuali dei prodotti derivati dai Peanuts, su scala mondiale, raggiunsero il miliardo di dollari.

Già nel maggio del 1967 l’allora governatore della California, Ronald Reagan, proclamando il “Charles M. Schulz Day”, consegnò a Sparky un attestato in cui, tra l’altro, c’era scritto: «Felicità è avere Charles Schulz residente in California: porta un sacco di soldi».

La ragazzina dai capelli rossi

Charles Schulz aveva l’innamoramento facile. Nel suo curriculum, si contemplano innumerevoli Annabelle, Jane, Lyala, Naomi, Virginia, Judy, ma sarà soprattutto la storia mancata con la “ragazzina dai capelli rossi”, Donna Johnson, ex impiegata della contabilità della scuola per corrispondenza Art Instruction (incontrata un attimo prima del suo successo stellare), a rimanergli imperituramente nel cuore e nelle strisce. «Fondamentalmente si disegnano ricordi», ebbe a dire Sparky, «per cui si resta seduti a pensare al passato e riportare alla luce brutti ricordi».

La “ragazzina dai capelli rossi”, che non apparirà mai fisicamente fra i personaggi della Banda Peanuts (un po’ come l’invisibile moglie del tenente Colombo o l’altrettanto invisibile signor Godot), è la spina nel cuore di Charlie Brown che spasima per una che non se lo fila. Proprio come Jay Gatsby aveva spasimato per la sua Daisy Buchanan.

«Lo sai perché la ragazzina dai capelli rossi non mi nota?», si cruccia un lamentoso Charlie Brown. «Perché non sono nessuno. Quando guarda qui non c’è nessuno da vedere. Come fa a vedere qualcuno che è nessuno?».

L’identità della ragazzina rimase celata, ricorda Michaelis, fino al 1990, quando la UFS decise di festeggiare il quarantesimo anniversario della striscia, svelando che colei che aveva inferto la “prima delusione in amore” a Charles Schulz era questa tale Donna Johnson, ormai sposata con un pompiere, nonna di sessantun anni con sette nipotini al seguito. Più che altro, per molti, Donna passerà alla storia del fumetto con l’etichetta di “ragazzina dai capelli rossi che si è persa 30 milioni di dollari l’anno scaricando il creatore dei Peanuts”. […]

I libri con le figure

Charles Schulz non sarà stato, come affermava lui, un intellettuale e un filosofo, ma, per dirla con Umberto Eco, è stato certamente – anche se, magari, involontariamente, se proprio vogliamo dare credito al suo understatement – “un poeta capace di portare tenerezza nelle vite dei lettori, di far scaturire rivelazioni da eventi quotidiani, di improvvisare avventure ininterrotte sulla base di variazioni infinitesimali”.

Peanuts sbarcarono in Italia, raccolti in un primo volume dal titolo programmatico Arriva Charlie Brown!, nel 1963, anno pieno di ribollenti avvenimenti globali: dall’uscita del primo LP dei Beatles (Please Please Me), all’enciclica Pacem in Terris di Papa Giovanni XXIII; da Martin Luther King e il suo famoso discorso I have a dream, all’assassinio del presidente John F. Kennedy. Più modestamente, da noi, è l’anno in cui tenne banco il termine “congiuntura”, quello in cui, per parafrasare Sergio Endrigo, la festa del miracolo economico appena cominciata era già finita.

Ciononostante, due anni più tardi, nell’aprile del 1965, a Milano, si registra un fatto che probabilmente non troverà riscontro nei tomi accademici di storia patria, ma che, per certo, cambierà le vite cultural-fumettistiche, e non solo, di molti di noi, un’onda lunga arrivata fino ad oggi, e che non mostra segni di stanchezza: parliamo dell’uscita del primo numero del mensile Linusdall’iconica copertina verde che rappresenta Linus, appunto, poco più che neonato, con coperta all’orecchio e pollice in bocca.

Le radici della rivista risalgono a un altro aprile, quello del 1962, quando tre signore della buona borghesia milanese – Vanna Vettori, Anna Maria Gregorietti Gandini e Laura Lepetit, affiancate da un nutrito gruppo di soci, collaboratori e suggeritori – rileveranno una libreria in pieno centro, affacciata sul Teatro alla Scala e su Palazzo Marino, che ben presto diverrà, soprattutto per un pubblico trasversale interessato ai “libri con le figure”, un punto di riferimento culturale tale da richiamare, tanto per fare un parallelo, il fascino di locali come La Hune, l’iconica libreria-galleria di Saint Germain-des-Près frequentata dall’élite degli intellos parigini.

Attorno alla Milano Libri si crea, da subito, un “circolo di amici di letture e chiacchiere” interessato a temi di cultura pop(olare): fumetti, gialli, fantascienza, spionaggio, e, più in generale, il mondo colorato e vario dei libri illustrati, la fotografia, il design. Di quel gruppo facevano parte i fratelli Cavallone, con Franco, affermato notaio e Bruno, docente di diritto processuale; Ranieri Carano, procuratore legale; Vittorio Spinazzola, critico letterario; Oreste del Buono, poliedrico scrittore, traduttore, critico e tant’altro; Umberto Eco, all’epoca condirettore editoriale della Bompiani; il grafico Salvatore Gregorietti; Francesco “Ciccio” Mottola, avvocato, che, grazie ai suoi viaggi a Londra e agli “avvistamenti” fatti nelle librerie che importavano novità di editoria illustrata dagli Stati Uniti, poteva vantare il titolo di “scopritore” dei Peanuts.

«Charlie Brown e compagni diventano subito una presenza costante delle lunghe discussioni che prendono vita in libreria», ricorda Paolo Interdonato, autore di un imperdibile Linus, storia di una rivoluzione nata per gioco (Rizzoli-Lizard, 2015) «al punto che Milano Libri inizia a importare, in esclusiva, quei volumetti. È così che, nel 1963, la libreria si trasforma in un marchio editoriale e pubblica il suo primo libro», Arriva Charlie Brown!, appunto, nella traduzione di Bruno Cavallone, per i cui diritti furono pagati 400 dollari.

Quell’oggetto cartaceo non identificato

Quando Linus, “rivista dei fumetti e dell’illustrazione”, come recita il sottotitolo, arriva in edicola, ha un aspetto di un normale prodotto editoriale, eppure è allo stesso tempo «un oggetto cartaceo non identificato, capace di fare la rivoluzione» (Interdonato). Accanto all’editoriale che Franco Cavallone scrive, ma non firma, si trova una chiacchierata – su una cosa «molto importante e seria, anche se apparentemente frivola: i fumetti di Charlie Brown» (Eco) – tra tre pesi massimi della cultura nostrana: Elio Vittorini, Oreste del Buono e Umberto Eco, appunto. Una conversazione che verrà citata, riprodotta e riproposta nei tempi a venire, a riprova che la cultura “bassa” non era per niente bassa. Anzi. […]

Per certo, Schulz era rimasto favorevolmente colpito da come Linus trattava i suoi Peanuts e soprattutto ammirava le traduzioni di Franco, il notaio: «Must be a genius», ebbe a dire Sparky a Giovanni Gandini che, un giorno, era andato a trovarlo a casa, in California, dopo averlo svegliato di sabato mattina presto, e averlo fatto parlare di fumetti, pur con qualche difficoltà a capire cosa stesse dicendo. A margine della visita annotò: «Sparky parla in fretta… Non è che gli americani si rendono spesso conto che uno non nasce sempre di lingua inglese». Su una cosa concordarono e si capirono benissimo: che i Peanuts erano un faro nella notte buia e tempestosa dei rispettivi animi. Vorremmo poter rassicurare Schulz che, per tutti noi, lo sono ancora oggi e che, sì, potrebbe essere orgoglioso del suo lavoro di poeta.

«Mi sono accadute cose incredibili nella vita e così morirò contento», ebbe a dire Sparky in una delle ultime interviste, aggiungendo, poi, dopo una pausa, ciò che avrebbe potuto benissimo aggiungere il suo alter ego Charlie Brown nell’ultimo quadrato di una striscia, abbassando sconsolato la testa: «Per quanto uno possa morire contento».

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