Il mito della milizia

Il mito della milizia

In Svizzera, è sentimento comune, la politica deve basarsi sul volontariato. Ma è davvero così? In realtà il prezzo sta crescendo e non tutti se lo possono permettere


Aldo Bertagni
Aldo Bertagni
Il mito della milizia

La politica non è un lavoro perché, se così fosse, finirebbe col distaccarsi dalle vere esigenze del popolo. Si farebbe ‘casta’, élite autoreferenziale attenta a conservare solo i propri privilegi. Un assunto da sempre pilastro indiscusso della democrazia elvetica. Chi più chi meno, nella Confederazione e nei Cantoni, lo usa come faro del proprio procedere nell’applicazione del sistema politico istituzionale, ma anche i dogmi più granitici, proprio perché figli dell’umanità, sono fallaci.

Di fatto, con gli anni, la politica di milizia elvetica si è trasformata in stereotipo valoriale, un mito finito a torto nel bagaglio della ‘svizzeritudine’. La realtà è un’altra seppur incartata come un uovo di Pasqua nell’argento e nell’oro della presunta militanza volontaria. M’impegno gratuitamente e mi sacrifico un po’ per il bene del Paese. Ma è davvero così?

Stereotipo, perché ogni campagna elettorale, federale o cantonale, necessita consistenti investimenti finanziari dei partiti e dei singoli in lizza. Non solo. Essere presenti oggi nel territorio, ‘frequentare’ i cittadini, farsi conoscere e magari rispettare, diffondere le proprie opinioni, confrontarsi e discutere, comporta molto tempo e soprattutto soldi da spendere nel web in primis. Un buon profilo social, un’ottima pagina Facebook, il filo diretto e attualizzato con i propri ‘fan’ hanno un prezzo che il politico deve pagare ad altri perché già troppo impegnato altrove. E l’immagine conta. Anche in Ticino sono nate nuove figure professionali, così come in mezzo mondo. Giovani professionisti del web che, in verità spesso per pochi soldi, gestiscono Facebook, X, Instagram, TikTok e via discorrendo 24 ore su 24. E poi grafici, consulenti d’immagine, collaboratori scientifici, ‘scrivani’ a pagamento, giuristi e chi più ne ha più ne metta. La politica, benché se ne dica, è complicata e lo è a maggior ragione là dove la democrazia, per sua natura, dovrebbe quasi quotidianamente nascere dal basso per ascendere verso il vertice istituzionale, con tutto ciò che comporta: serrati confronti e lunghe mediazioni fra non pochi interessi contrapposti. Da sempre e a maggior ragione oggi con una comunicazione che ha cambiato registro, si è velocizzata, nel tempo e nello spazio.

L’esempio più eclatante, e al contempo più inquietante, ci giunge dalla democrazia deliberativa o cosiddetta diretta. Convincere i cittadini ha un prezzo, ma il costo sta raggiungendo punte preoccupanti. Prediamo le ultime votazioni popolari, quelle dello scorso 3 marzo sulla tredicesima AVS. La campagna referendaria sulla rendita di previdenza è costata ben oltre 8 milioni di franchi, quasi la metà spesi dai contrari (3 milioni dalla sola economiesuisse, associazione del mondo imprenditoriale). A prescindere dal risultato – nel caso specifico hanno vinto, come è noto, i favorevoli alla tredicesima – c’è forse ancora qualcuno convinto che la milizia politica sia pratica reale in Svizzera? Detta altrimenti, se la politica presenta un costo finanziario sempre più elevato, chi potrà permettersi in futuro di far capo a tutto l’armamentario di propaganda e comunicazione capace di strappare un sì o no al popolo votante? Già c’è, per dire, chi paga i ‘raccoglitori’ di firme per la promozione di referendum o iniziative popolari.

Nota a margine. I canali professionali dell’informazione (media indipendenti) si stanno sempre più riducendo, soprattutto a livello regionale, e la pressione sta coinvolgendo anche il servizio pubblico (SSR-SRG). Una deriva che premia i grandi gruppi editoriali e non aiuta la politica di milizia, a maggior ragione se forza di opposizione. In un questo contesto è interessante notare che la stragrande maggioranza delle entrate mondiali date dalla pubblicità su internet (il 76.8% del totale nel 2022, fonte Quaderno 20 dell’Osservatorio culturale del Canton Ticino-DECS) finisce nelle tasche delle prime dieci aziende, le stesse che gestiscono l’informazione sui social a cui fanno capo vieppiù cittadini per essere ‘informati’ sui fatti del mondo (sic!). Gli stessi portali che spopolano anche in Svizzera.

In realtà anche alle nostre latitudini la politica ha sempre avuto un costo, diretto o indiretto. È giunto il momento di riconoscerlo e darsi gli strumenti per garantire e potenziare il confronto democratico fra tutte le parti coinvolte, anche se con pochi mezzi a disposizione. Solo riconoscendo la politica come ‘professione’ si può tentare di limitare – sconfiggere è una chimera – la falsificazione, la demagogia e la retorica vuota, metodi certo sempre esistiti, ma che nella nostra contemporaneità hanno assunto dinamiche globali e dunque ingovernabili. Detta altrimenti, la politica ha bisogno di professionisti eletti, riconosciuti e trasparenti, a prescindere dal censo e dal patrimonio personale. Perché il vero rischio oggi è che la ‘casta’ si rafforzi davvero; la stessa che detiene le chiavi della finanza e dell’economia, che fa e disfa le sorti del Paese alimentando il mito della democrazia senza costi.

Nell’immagine: una seduta del Consiglio degli Stati

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