La solita musica: stessa spiaggia, stesso mare (di banalità)

La solita musica: stessa spiaggia, stesso mare (di banalità)

A proposito di Jova, di Sangiovanni e dell’offerta musicale al ribasso dell’estate italiana


Gianluca Verga
Gianluca Verga
La solita musica: stessa spiaggia, stesso...

“L’estate sta finendo e un anno se ne va”,  recitava un antico motivetto estivo. E la stagione che pigramente volge al termine è stata generosa di argomenti e discussioni social-musicali come da tempo non capitava nella bolla della musica italiana di consumo.  E che grazie alle numerose piattaforme ha offerto la possibilità a tutti di scrivere, commentare, pontificare anche con livore; di distillare e inoculare veleno e frustrazioni in una girandola infinita senza continuità di sorta.

Un’ orgia bulimica di parole e pensieri, tweet e post che si riducono sostanzialmente a dispute da ombrellone per intenderci, sul modello dello sfascio della love story tra Er Pupone e la pettoruta Ilary.

A meno che non siate trapper della “banlieue milanese”, quelli sì che oltre agli insulti e alle minacce si zorlano pure, ribadendo una volta ancora un disagio sociale acuto, e che c’entra davvero poco con la musica. Anche perché la trap in salsa italiana non è che abbia offerto contenuti edificanti e artistici, per impiegare un eufemismo, se non scimmiottare modelli di importazione.

L’estate 2022 ha sancito inoltre la nascita di uno sport di successo quale è stato lo sparare a zero, spesso senza cognizione di causa, sul “Jova Beach Party”[ne abbiamo parlato anche in questa sede, ndr]. Ho letto tutto e il contrario di tutto tra chi vomitava veleno a prescindere e chi, dopo aver vestito i panni del virologo e dello studioso di slavistica oggi disquisisce di ecosistemi e biotopi con la sicumera di chi ha difficoltà a ricordare la formula chimica dell’acqua. Jova è accusato di distruggere l’ecosistema delle spiagge che ospitano i concerti del suo tour sui litorali italiani, con tanto di replica piccata: “Econazisti, il nostro progetto tiene conto dell’ambiente”. Chi c’è stato invece ne parla come di una sorta di Eldorado, di Shangri-La. Intanto la procura di Lucca ha aperto un’inchiesta. Attendiamo gli sviluppi.

Ma procediamo con ordine al netto dell’evento del Jova, che merita analisi molto più approfondite, riferite soprattutto oltre che al senso, all’impatto  che hanno eventi giganteschi e privati (ricordiamolo) sull’ambiente. Certo la Trident, agenzia dei concerti di Jova, aveva depositato un ponderoso progetto, che forse pochi hanno letto, accettato comunque dalle autorità competenti delle località coinvolte che hanno comunque beneficiato di un indotto economico significativo.

Lo scorso mese il noto critico musicale di “Repubblica” e “L’Espresso”, Gino Castaldo,  ha pubblicato un fondo stigmatizzando la pessima qualità delle produzioni musicali che vanno per la maggiore, i tormentoni estivi per intenderci. Esortando gli “artisti” ad impegnarsi di più. Articolo condivisibile a fronte della banalità imperante e dell’obiettiva pochezza artistica di queste produzioni. Un testo  condivisibile che però necessita a mio avviso di un paio considerazioni. Giusto esercitare un sano spirito critico; la pochezza, il piattume, la banalità della produzione mainstream italiana è spesso sconcertante, ma almeno il buon Gino qualche alternativa la poteva offrire. Di alternative di spessore e qualità ve ne sono assai. Poi, diciamocela tutta: lisciar le penne agli stessi artisti fino al giorno prima dello sfogo…

Ricordo anche il polverone relativo al  concerto “bellinzonese” di Sangiovanni, prodotto partorito da “Amici”, talent televisivo che nel corso di vent’anni ha contribuito a livellare e omologare al basso la produzione artistica, soffocandone la qualità. Performance che ha suscitato un vespaio a fronte della recensione negativa del Corriere del Ticino, con replica piccata del diretto interessato.  Aggiungo che sempre il talent della Maria tricolore, che da tempo indirizza una parte importante dell’industria discografica italiana esangue, spesso priva di idee e prospettive, e a cascata le playlist delle radio, tuona che le vendite dei vincitori quest’anno sono pessime, sotto ogni aspettativa. Potrei inoltre citare anche il “Love Mi” di Fedez e J Ax, ma non lo faccio.  

E torniamo dunque a parlare di quella musica, anzi, mi correggo, di quel “prodotto” che nasce volutamente come “distrazione di massa”, specchio, fra i molti, della filosofia dell’usa e getta, dell’effimero, del decadimento sociale e culturale in cui siamo invischiati da tempo e di cui molti sono complici. Produttori e discografici (non tutti ovviamente, personalmente ne conosco alcuni illuminati), media, piattaforme, ipnotizzati dal facile e rapido guadagno, che trattano la materia musicale come un qualsiasi prodotto svuotato di contenuti artistici, in cui conta esser “influencer” prima che “artista” o “musicista”. 

L’investimento artistico e la progettualità sul medio o lungo periodo è sempre più una chimera; coltivare un giovane talento autoriale non è più una priorità.  Si clonano prodotti, voci e volti omologati, canzoni preconfezionate che hanno una precisa scadenza, un’obsolescenza programmata. E si investe sempre più sull’immagine, gli atteggiamenti ammiccanti e le provocazioni stereotipate. Se Elodie non fosse  statuaria e non si atteggiasse come si atteggia nei video, le ciofeche che ha pubblicato avrebbero avuto lo stesso riscontro? E che dire di quegli artisti d’oltreoceano che si sono ribellati alle proprie case discografiche che li obbligano a pubblicare 30 secondi della propria canzone su Tik Tok, vederne l’efficacia e poi, forse, ma proprio forse, pubblicarla in senso tradizionale? È questa l’ultima frontiera dello svilimento artistico?

Siamo in una fase di passaggio in cui soprattutto i giovani non hanno “colpe”. Forse sono semplicemente illusi dalle scorciatoie che gli si propongono, manipolati, sfruttati, utilizzati. In una società accogliente e tollerante come vorremmo che fosse c’è comunque posto per tutti. Mi auguro anche per la qualità, perché c’è, basta cercarla; lo sforzo  merita.  Avrebbe “solo” bisogno di esser promossa la qualità,  di godere di maggior visibilità e sostegno anche mediatico. Perché la sensazione ora è quella che può capitare sotto il tendone del circo: “quando cadono gli acrobati entrano i pagliacci”. Col massimo rispetto per la nobile arte circense.

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