Un mare profondo e infinito che non si potrà mai recintare

Un mare profondo e infinito che non si potrà mai recintare

Il mondo musicale e artistico di Lucio Dalla, a dieci anni dalla scomparsa


Gianluca Verga
Gianluca Verga
Un mare profondo e infinito che non si potrà...

Il primo marzo di dieci anni fa, in una camera d’albergo di Montreux e a poche ore dall’aver dispensato canzoni memorabili, estro artistico e numeri d’alta scuola tra le mura dell’ Auditorio Stravinsky concludeva la sua parabola terrena un geniale folletto, anarcoide e peloso, goloso di vita e ricco di umanità le cui molecole, credetemi, sprizzavano musica, intelligenza anche emotiva e profonda leggerezza. Congedandosi gonfiò i nostri cuori di poesia. Quella di una data ormai iconica (4 marzo ’43) o di una Piazza, certo Grande che appartiene a tutti noi come è giusto che sia, randagi compresi. E poi c’è quel canto antico, fradicio di nostalgia e rimpianti che la sera, alzandosi da una terrazza avvolta dal crepuscolo fa vibrare il golfo di Sorrento.

Ma la poesia di Lucio Dalla è tanto, tanto altro ancora come l’iridescente creatura immaginata al Check point Charlie di Berlino e a cui affidare speranzosi squarci di futuro, anzi di Futura, “un nome che questa notte mette già paura”. E come non emozionarsi gustando l’umanità gioiosa e schiamazzante che galleggia tra i vicoli di Roma nella Notte dei miracoli, “talmente nera che sporca le lenzuola”?

Unico Lucio Dalla, geniale, a dir poco, irriverente, curioso, eclettico sperimentatore che amava giocare nel senso più nobile del termine. Uno che non aveva bisogno di scrivere parole ricercate perché già intense di loro, che era stato a bottega dal poeta bolognese Roberto Roversi, ex partigiano, collaboratore di Pasolini, già co-direttore di Lotta Continua. E proprio con lui il nostro Lucio, in cerca di nuovi stimoli creativi, formò un sodalizio a dir poco epico per la qualità e le innovazioni nell’ambito della canzone italiana allora stretta, ricordiamo, tra la morsa del cantautorato e di un festival di Sanremo esangue, moribondo.

Erano gli anni ’70 della contestazione e di una politica offerta da partiti moribondi a loro volta, che si sciolsero di lì a poco. E lui clarinettista autodidatta, appassionato di Jazz già collaboratore di Chet Baker, che amava i Beatles, Dylan e il rock, grazie alle “parole” di Roversi, e al loro costante incontro-scontro liberò tutto il suo estro vocale, musicale e artistico regalandoci un trittico da urlo: Il giorno aveva cinque teste (1973), Anidride solforosa (1975) e Automobili (1976). Dischi che invito a scoprire o riscoprire anche se più ostici rispetto ai precedenti e ai successivi; ricchi di una musicalità debordante e spesso affrancati dalla forma canzone tradizionale.

Ed è in quegli anni che Dalla muta pelle, si trasforma: la crisalide mette le ali. Era inquieto e in crisi perché non sopportava i cliché che gli avevano appiccicato addosso e si rifiutava di riscrivere la copia infinita di “Piazza Grande” giusto per compiacere pubblico e discografici. Annusava il presente e ne coglieva il cambiamento sociale, politico e culturale in atto. E dunque temi caldi e urgenti quali l’occupazione, l’alienazione della fabbrica, il femminismo, l’inquinamento o la lotta al capitalismo sono nelle sue corde, anche artistiche.

Grazie a Roversi l’artista bolognese si mise in gioco. Con sofferenza certo e coraggio. Vincendo! Perché quell’intensa esperienza ci consegna un artista tra i più geniali, innovativi e poetici della storia della canzone italiana. Rescisso il cordone ombelicale, Lucio Dalla inizia a scrivere e cesellare parole, ed è come se questa pratica non avesse mai avuto segreti per lui. E fa saltare il banco inanellando dischi e canzoni da applausi incondizionati che lo proiettano oltre le stelle, consegnandogli fama, successo e gloria sempiterna.

“Come è profondo il mare” del 1977 racconta con immagini cupe e disordinate non tanto una delle sue grandi passioni / ossessioni: quel mare che spesso e volentieri invade la sua poetica. È il mare dell’inconscio, quello dei pesci filosofi, delle mosche che non fanno dormire e della chirurgia sperimentale. Quello, come qualcuno scrisse “delle domande senza risposta o delle risposte che fanno paura”. Ma a far bella mostra di sé in questo album c’è quel “Disperato erotico stomp” che a sua volta segna un’epoca col suo apparente incedere scanzonato, rivelando invece un contributo al dialogo allora complicato con le femministe, per le quali il maschio era un essere meschino e sciagurato.

In quegli anni Dalla è in uno stato di grazia. Nel ’79 pubblica “Lucio Dalla”, che è il disco di “Stella di mare”, di “Anna e Marco” – poche mirabili pennellate per descrivere la realtà e i sogni dei due adolescenti emblematici di tante giovani vite che dalla mediocrità che le avvilisce non trovano il coraggio di uscirne -, di “Cosa sarà” o “L’anno che verrà” per sceglierne giusto quattro. Un album che ridisegna per ricchezza e raffinatezza i confini della musica cantautorale italiana, mortificando al contempo i suoi colleghi. Lucio è incontenibile, un fuoco d’artificio. L’estate la vive scolpendo un’altra pagina epocale: “Banana Republic”, il tour con Francesco De Gregori, anch’esso entrato nella memoria collettiva di un paese come le sue canzoni.

L’anno successivo “Dalla” conferma la forma strepitosa in cui versa. Anche qui una manciata di fuochi d’artificio che dipingono la meraviglia sul volto del pubblico. E così su su, attraversando gli anni ’80 e ’90 perdendo forse qualche colpo, sperimentando altri linguaggi nella “sua” canzone (dall’elettronica, al fado, dalla romanza al rap) mantenendo una qualità invidiabile e un’ispirazione assai rara che gli permette di cesellare comunque altri capolavori. E come scordare la tournée e il relativo disco Dalla-Morandi che si rivelano un’operazione e soprattutto un connubio esplosivi, divertenti, acclamati?

O quando nel 1991 sotto l’egida della RSI in occasione dei festeggiamenti per il 700° della Confederazione, e nell’ambito della Festa federale della Musica che si svolse a Lugano, Lucio si innamorò della poesia di Giorgio Orelli? Sotto lo sguardo compiacente del “vate leventinese”, Dalla, anzi: “il Dalla” come ripeteva Orelli, musicò una manciata di sue liriche tra cui “Kawasaki” e “Calmo mare”. Anche questa è una testimonianza, l’ennesima, di come e quanto Domenico Sputo (pseudonimo affisso sul citofono della casa nel cuore di Bologna) fosse sempre stato oltre che uno spirito libero un uomo e un artista curioso, originale, voglioso di sperimentare e comunicare, di esplorare e unire linguaggi, che non si è mai crogiolato nel successo o nel glorioso passato. E questa, ancora oggi, soprattutto oggi, è una grande lezione oltre a esser “merce rara”.

Un uomo che dal profilo artistico ha avuto molti figli – Ron, Carboni, Bersani, Carone – ma nessun vero erede. Un uomo di cultura e passioni extra musicali: dall’amore per la cultura mitteleuropea e la pittura espressionista tedesca alla poesia, e alla letteratura più in generale, senza scordare altri piaceri. Il basket e la sua amata Virtus, il calcio dell’altrettanto amato Bologna che andava a tifare assiduamente al Dall’Ara con Morandi, Mingardi ed altri compagni di merenda. E poi il cinema e il mare, possibilmente delle Tremiti, col canto delle diomedee che si annidano tra le rocce, e il vino che produsse pure, lo “Stronzetto dell’Etna”, quando in visita a casa Battiato, a Milo, sulle pendici del vulcano, si innamorò di quei luoghi acquistando una proprietà con annesso vigneto.

Innamorato della modernità pur non rinnegando mai le radici, a dieci anni dalla scomparsa la sua opera, la sua arte, i suoi incontri sono ancora lì, ben impressi nel nostro vissuto e immaginario e dovrebbero ricordare, soprattutto a chi “maneggia” l’arte della forma canzone, che l’estro, la fantasia, il coraggio di sperimentare, se espressi con ricerca e seria applicazione, non devono farsi ingabbiare dagli steccati, quelli della mente in primis. Perché sono o dovrebbero essere espressione di un pensiero che “come l’oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare”.

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