Cuba mi amor

Cuba mi amor

Lo è ancora, ma il governo deve rispondere al grido di dolore della protesta popolare


Martino Rossi
Martino Rossi
Cuba mi amor

È difficile criticare Cuba per una generazione come la mia cresciuta a pane e Fidel con salsa alla Che. Cuba è un piccolo paese che ha fatto la storia del ‘900, ha ispirato mille lotte di liberazione, ha assicurato alla sua gente una qualità di vita senza confronti con quella che i poveri sperimentano in America Latina.

E poi c’è la politica americana per strangolare Cuba con il blocco commerciale, e i tentativi di invasione e di assassinio di Fidel: crimini contro cui ti schieri senza riserve con l’Avana.

Tuttavia è inaccettabile chiudere gli occhi su ciò che non è andato e non va nella conduzione del PCC, e liquidare il popolo dei manifestanti come ignoranti sobillati dalla CIA e le loro proteste come dettate da “agenti provocatori” che manipolano la rete, solo mezzo d’informazione alternativo a quelli ufficiali.

Fausto Bertinotti – amico personale di Fidel – ha dichiarato a La Repubblica (14 luglio) che a Cuba “ci vorrebbe una rivoluzione nella rivoluzione” e che “sarebbe un gesto grande e coerente con la nascita del socialismo cubano un governo che oggi dicesse a chi manifesta “avete ragione voi”, non solo per ascoltare ma per costruire la storia assieme”.

Qualche viaggio a Cuba e l’ascolto di cittadini comuni, ma anche di dirigenti del PCC, mi permettono qualche considerazione, senza pretese.

I cubani sono molto fieri della loro indipendenza e della loro resistenza allo strapotere degli USA e solo una minoranza è totalmente avversa ai dirigenti politici. Ma questa indipendenza è molto relativa . La scarsità della produzione locale, anche agricola, è severa. L’economia non è mai stata diversificata. Cuba dipende dalle importazioni ma non ha contropartite da offrire: non bastano la canna da zucchero, il rum e i sigari, di cui faceva incetta l’URSS in cambio di molti beni ma chiedendo fedeltà incondizionata al Cremlino. E neppure basta il turismo e l’esportazione di “brigate sanitarie”.

Ho visto terre incolte e sentito contadini chiedersi perché non venissero date a loro.

Ho incontrato medici che guadagnano molto meno di un cameriere o parking-boy che riceve mance dai turisti, e laureati in storia che chiedono di farti da guida per una mancia.

Cittadini comuni mi dicevano che da loro “tutti rubano”. Un esempio piccolo: chi lavora in una fabbrica di sigari li ruba per venderli in nero ai turisti.

Sono rimasto incantato e perplesso nel vedere quante risorse un paese così povero investe in cultura, sport, formazione di artisti, medici e altri accademici: ma poi mancano artigiani e operai e molte abitazioni e infrastrutture vanno in pezzi per mancanza di manutenzione. Il tenore di vita dipende sì dai beni collettivi di cui si può usufruire gratuitamente (istruzione, sanità, cultura, sport), ma anche dai beni individuali che si possono scegliere e acquistare: e lo squilibrio fra i due è troppo grande.

Che fare? Che dire? Non possiamo dettare noi i passi concreti che il governo cubano deve fare per rispondere allo scontento inascoltato di suoi cittadini, di cui la discesa in piazza è solo “un grido di disperazione”, come dice lo scrittore Leonardo Padura che vive e lavora a Cuba: risultato non solo della crisi economica e sanitaria ma anche di “una crisi di fiducia e di una perdita di speranza”. E a queste, aggiunge, le autorità cubane non devono rispondere con i soliti slogan, e men che meno con la forza e l’oscurità, ma con soluzioni che non devono essere solo di natura materiale, ma anche politica.

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