Un codice svizzero contro la libertà di stampa

A 10 anni dall'entrata in vigore del codice di procedura penale, la denuncia dell'Associazione Ticinese dei giornalisti 


Ruben Rossello
Ruben Rossello
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A pochi giorni dalla conferma da parte di Reporter sans frontières che la Svizzera – pur non senza problemi – resta saldamente nel gruppo di testa tra i Paesi che meglio garantiscono la libertà di stampa, verrebbe da chiedersi perché i giornalisti svizzeri hanno dichiarato guerra al Codice di procedura penale (CPP), reo, secondo loro, di ostacolarne il lavoro e di riflesso di limitare la libertà di stampa. Un codice entrato in vigore esattamente 10 anni fa e nato con l’unico, modesto e lodevole intento di unificare una ventina di procedure penali cantonali.

Ma prima di addentrarci nelle spiegazioni, merita un elogio la sezione ticinese della Federazione svizzera di giornalisti, l’ATG, alla quale si deve la denuncia circostanziata di un problema che da 10 anni tocca tutta la professione. L’Associazione ticinese dei giornalisti ha presentato un corposo rapporto realizzato assieme all’Istituto Media e giornalismo dell’USI sulla questione della Citazione dei nomi provocata dal nuovo codice e che grava soprattutto sul lavoro di chi si occupa di cronaca e di giudiziaria. Ma non solo.

Il problema, ben noto anche al grande pubblico, è quello della menzione di nomi di autori e vittime di reato o vittime di incidenti. In altre parole, è possibile o col nuovo codice non è più possibile fare i nomi di chi viene condannato ad un processo e di coloro che sono vittime di un reato o di un incidente ? E cambiando prospettiva: è un diritto compreso nella libertà di stampa fare questi nomi?

La risposta sta in gran parte nei pochi articoli ipergarantisti che, introdotti 10 anni fa tra le pieghe del nuovo Codice di procedura penale, impediscono di fare il nome delle vittime di reato e mettono ogni volta i cronisti a rischio di denuncia. E per analogia, o forse per timore di finire sotto processo, questi principi hanno finito per estendersi agli autori di reato e alle vittime di incidente.  Per dirla con un collega bene addentro a queste dinamiche come Andrea Manna, vicedirettore de La Regione, si tratta di norme anacronistiche e castranti. L’art. 74.4 del CPP impedisce di fare il nome di una vittima di reato senza esplicito consenso dei familiari. Quali familiari, di che grado ? E se si tratta di un personaggio conosciuto ? Secondo Bruno Costantini, vicedirettore del Corriere del Ticino, si tratta di una situazione ridicola e irreale visto che sulle reti sociali e su internet si trovano immediatamente nomi, fotografie ed ogni particolare.

Il problema per i giornali è proprio questo: mentre continua a crescere l’importanza dell’informazione (o meglio e più miseramente…delle informazioni) a disposizione sui siti e sui social, gli organi di stampa devono attenersi a regole molto rigide che impediscono di fatto di pubblicare una notizia con tutti i particolari. Disattendendo quindi uno dei principi che reggono la Cronaca e rendendo meno appetibili i giornali per il pubblico.

Ma l’art. 74.4 è scritto in modo tale da rendere il danno potenzialmente ancora più grande: quando vi è una vittima di reato non solo di principio è proibito farne il nome, ma persino “divulgare informazioni che ne consentano l’identificazione”. Quindi la vita si fa dura anche per chi dovesse cimentarsi con una inchiesta su un caso concreto.

Diversi colleghi sono già stati condannati dalla Magistratura con dei Decreti d’Accusa; e nel frattempo i media tradizionali perdono lettori. Si capisce il malcontento della categoria, il timore dei giornalisti di finire sotto processo e l’intenzione dell’ATG di spingere per una revisione dei quel Codice.

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