A Soletta bella prova del cinema ticinese, una ricchezza che l’8 marzo potrebbe sparire

A Soletta bella prova del cinema ticinese, una ricchezza che l’8 marzo potrebbe sparire

Non sono tornati a mani vuote dalle Giornate del cinema svizzero i registi e i produttori ticinesi: premio del pubblico per “Becaàrìa” di Erik Bernasconi, e Premio Visioni, migliore opera prima, per “Nessuno vi farà del male” di Dino Hodic. Inoltre, diversi pregevoli documentari. Una ricchezza e una varietà difficilmente immaginabile senza l’apporto produttivo della RSI


Ruben Rossello
Ruben Rossello
A Soletta bella prova del cinema ticinese, una ricchezza che l’8 marzo potrebbe sparire

L’appuntamento di gennaio a Soletta resta un momento imprescindibile per il cinema svizzero.  Non solo per le candidature ai Quarz che qua vengono annunciate e per il fascino di questa rassegna invernale in una piccola città barocca, ma soprattutto per lo spirito che anima queste Giornate, che non hanno le folle di Piazza Grande a Locarno, né il glamour di Zurigo, eppure restano la vetrina più significativa per il cinema nazionale, con un pubblico di cinefili forse più esigente che altrove.  Essere selezionati a Soletta, magari in concorso, resta per ogni autore ticinese – ma anche svizzero – un titolo che onora.

Oltre ai due film premiati (una fiction che attesta la maturità espressiva di Erik Bernasconi, tratta dal romanzo di Giorgio Genetelli e interamente girato in Vallemaggia; e una bella prova d’esordio di Dino Hodic con un documentario sulla memoria familiare legata alla tragedia di Srebrenica) il cinema ticinese – se cosi ci si può esprimere, pur con i limiti di ogni definizione regionale – ha presentato una serie di opere interessanti e convincenti. Qualcuna già premiata all’estero e che qui è stata presentata in prima nazionale: è il caso di Il fantasma che è in me, documentario personalissimo e introspettivo di Michael Beltrami, premio per il miglior documentario al Festival dei popoli a Firenze, o la versione splendidamente restaurata di Downtown 81 di Edo Bertoglio. Di grande qualità anche Le assaggiatrici di Silvio Soldini.

Nell’ambito documentaristico, oltre ai lavori di Fulvio Mariani La leggerezza sommersa, Valerio Jalongo, Più grande del cielo, Pietro e Anna Pieri Zürcher, Cherubs – candidato ai Quartz del cinema svizzero nella sezione Cortometraggi – e il ritorno di Simona Canonica con Il canto del respiro, ci piace segnalare due opere che potranno emozionare (e molto) il pubblico non appena verranno proposte nei cinema. Si tratta di Memorie di un medico di campagna, di Domenico Lucchini e Mother Yamuna, di Vito Robbiani.

Lucchini ci racconta la bella storia del nonno Salman Luban, medico e profugo che scappa dalla Bielorussia nel 1917, inviato provvisoriamente dalla Croce rossa nell’allora arretrata e povera val Calanca a fare il medico. Questa provvisorietà finirà per diventare un legame indissolubile tra un uomo che pratica una medicina attenta a tutta la persona e non solo al suo problema fisico e una valle la cui riconoscenza si perpetua fino ad oggi. Il dottor Luban resterà in val Calanca quale medico condotto fino alla morte nel 1954, accompagnando la valle nel suo passaggio verso la modernità. Ma la vicenda è resa ancora più coinvolgente dal fatto che un figlio, il famoso prof. Luban Plozza, pur fra molti impegni accademici, assumerà a sua volta la condotta medica della valle. E successivamente il nipote, il medico locarnese Sergio Luban ha deciso da poco di ritornare in val Calanca con un piccolo studio ad Augio, dove riproporre una medicina di prossimità a servizio – come scrisse il nonno – dell’umanità sofferente.

Merita di essere visto anche il bel documentario di Vito Robbiani, Mother Yamuna, coraggiosissima denuncia dell’inquinamento e del degrado del fiume sacro dell’India, che dopo un percorso di più di mille chilometri si getta nel Gange. Questi due fiumi indiani hanno oggi il triste primato di fiumi più inquinati del mondo, nell’indifferenza pressoché totale delle autorità. Film interessante e ben costruito, tanto schietto nel mostrare il degrado, quanto rispettoso della cultura indiana e dei valori che la legano a questi due fiumi. Yamuna è anche il nome di una importante  divinità induista: ancora madre, ma sempre più irriconoscibile e inavvicinabile come fiume. Un atto di denuncia coraggioso e sensibile.

Nell’immagine: Erik Bernasconi, al centro fra gli altri premiati a Soletta

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