Si fa presto a dire pace

Il mercato delle armi gira alla grande. Sotto la cenere, fuoco


Lucia Greco
Lucia Greco
Si fa presto a dire pace

Nel 1981, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite istituiva la giornata internazionale della pace. Inizialmente, la data scelta per celebrarne la ricorrenza coincideva con quella dell’apertura della sessione annuale dell’Assemblea, il terzo martedì di settembre di ogni anno.

Martedì 11 settembre 2001, il Segretario Generale Kofi Annan si preparava ad inaugurare i lavori dell’Assemblea Generale, portando la sua testimonianza di pace. In contemporanea, a pochi isolati dal palazzo di vetro di New York, gli attacchi terroristici di al-Qaeda colpivano le torri gemelle. Una successiva risoluzione di quello stesso anno, spostava definitivamente la celebrazione della ricorrenza al 21 settembre e consacrava tale giornata alla pace internazionale, alla non violenza e al cessate il fuoco.

Semplificando, si potrebbe definire la pace assenza di violenza. In effetti, l’Agenda 2030, documento ONU che stabilisce gli obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro i prossimi nove anni, individua all’obiettivo numero sedici, “pace giustizia e istituzioni solide”, la necessità di ridurre ovunque e in maniera significativa tutte le forme di violenza e il tasso di mortalità ad esse correlato. Il raggiungimento di tale traguardo implicherebbe uno sforzo collettivo verso il disarmo, partendo dalla revisione delle leggi che regolano il mercato delle armi.

Secondo una stima del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) il valore totale del commercio di armi nel 2017 ammonterebbe ad almeno novantacinque miliardi di dollari. Se si considerano i traffici illeciti, è probabile che la cifra aumenti considerevolmente. Secondo ulteriori statistiche, le cento aziende più importanti nel commercio di armi, avrebbero realizzato nel 2017 vendite per un valore di quasi quattrocento miliardi di dollari.

La Small Arms Survey stima inoltre che circolino più di un miliardo di armi da fuoco nel mondo, la grande maggioranza delle quali è in mani civili. Nei prossimi cinquant’anni, la produzione mondiale di fucili d’assalto militari, carabine, pistole e mitragliatrici leggere e pesanti oscillerà tra le trentasei e le quarantasei milioni di unità. Questi mercati corrispondono ad un costo umano molto alto. Secondo l’Uppsala Conflict Data Program, dal 1989 al 2018, circa due milioni e mezzo di persone hanno perso la vita in un conflitto armato. Questo dato non tiene conto delle morti non legate alle guerre: soltanto nel 2017 infatti, sono stati circa seicento mila i morti per mano armata nel mondo.

Secondo quanto riportato dal rapporto FIRE, patrocinato dalla Commissione Europea per combattere il traffico illecito di armi da fuoco a livello comunitario, i paesi dell’ex Jugoslavia rappresentano tra le principali fonti di approvvigionamento dei traffici illeciti di armi da fuoco. All’inizio del ventunesimo secolo, nonostante molte scorte fossero state distrutte, si stimavano circa otto milioni di armi in avanzo presenti nella regione. Le armi da fuoco prodotte dall’Unione Sovietica generarono inoltre significative scorte in esubero in Bielorussia, Kazakistan, e Ucraina. A causa della mancanza di controllo governativo in tali paesi durante la prima metà degli anni novanta, grandi quantità di armi vennero sottratte illecitamente.

A tal proposito emblematico è il caso della società AEY, di proprietà di due poco più che ventenni americani, improvvisatisi trafficanti d’armi. Nel marzo 2008 il New York Times pubblicò un contratto di acquisto da trecento milioni di dollari che coinvolgeva la AEY incaricata dal Pentagono dell’approvvigionamento di armi e munizioni per la costruzione di un esercito alleato in Afghanistan. L’AEY, grazie al coordinamento dell’elvetico Heinrich Thomet, il quale non poteva incaricarsi direttamente dell’affare perché segnalato per terrorismo dagli Stati Uniti, rifornì decine di milioni di cartucce provenienti da scorte albanesi, eccedenza della Guerra Fredda. La società nascose che tali munizioni albanesi erano state prodotte quarant’anni prima in Cina e fu accusata di violare l’embargo statunitense sul commercio d’armi nei confronti di Pechino, istituito nel 1989 a seguito della violenta soppressione delle proteste di Piazza Tienanmen.

Il disarmo internazionale beneficerebbe invero di rinnovati sforzi di coordinamento. Nella giornata internazionale della pace, è opportuno riflettere quali innovative soluzioni potrebbe adottare la comunità di Stati per ridurre la violenza armata, a fronte della forte opposizione economica al disarmo derivante dai grandi volumi del commercio di armi. Sono gli embarghi la miglior soluzione ad oggi disponibile? Notizia degli ultimi giorni a tal riguardo, è l’iniziativa popolare svizzera contro l’esportazione di armi in paesi teatro di guerre civili nonché paesi che violino gravemente e sistematicamente i diritti umani. Il dibattito originato ha messo infatti in luce una serie di recenti “incidenti” che hanno permesso ad armi svizzere di giungere comunque in zone teatro di guerra. Nonostante la ratifica da parte di centodieci Stati del Trattato Internazionale sul Commercio delle Armi che stabilisce il divieto di trasferimento tra paesi di armi qualora noto quest’ultime vengano utilizzate per commettere o facilitare genocidi, crimini contro l’umanità o di guerra, la storia ha dimostrato che la violazione di divieti commerciali nei confronti di tali paesi rimane un rischio inevitabile.

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