Libere di dover partire

Libere di dover partire

Una piattaforma multimediale ricca di documentazione racconta la presenza fondamentale delle donne nell’emigrazione italiana in Svizzera


Mattia Lento e Manuela Ruggeri
Mattia Lento e Manuela Ruggeri
Libere di dover partire

C’era un’epoca in cui la scuola era un tema collettivo, fortemente politico, terreno di lotte molto aspre e iniziative solidali straordinarie. Oggi non lo è più o lo è molto meno. Certo è ancora una preoccupazione collettiva, a cui si cerca però di ovviare soprattutto con soluzioni individuali. Oggi chi parla di scuola (o di un’idea di scuola) senza essere un addetto ai lavori rischia di essere marchiato come ideologo o, alla meno peggio, come sognatore fuori dalla realtà. Ora non vorremmo iniziare con il piagnisteo dei bei tempi di una volta o della nenia dedicata ai mitici anni Settanta però è indubbio che qualcosa al volgere del millennio non è andato nel verso giusto in questo ambito. Ci sono stati molto progressi – affermazione dell’integrazione scolastica rispetto al modello separativo in primis – ma forse sono stati considerati come una sorta di “fine della Storia” per il sistema scolastico svizzero, un punto d’arrivo e non una tappa, che ha portato la maggior parte di noi ad abbandonare quei salutari presidi democratici che stavano attorno e dentro all’istituzione scolastica. Forse è anche per questo che ci ritroviamo, a Basilea e Zurigo, con due progetti d’iniziativa popolare, uno dei quali lanciato da un’organizzazione molto rappresentativa del corpo insegnante, che chiedono di reintrodurre classi di recupero per allievi e allieve considerati difficili o non integrabili. Due iniziative che vorrebbero insomma ritornare al regime fortemente separativo del passato che per anni ha relegato i figli di lavoratori e di lavoratrici migranti in classi ghetto. 

Resistenza 

Contro quel regime scolastico, e non solo, si sono battute con pragmatismo visionario e afflato egalitario, per almeno un paio di decenni, le organizzazioni migranti del nostro Paese. In prima linea in questa battaglia erano le Colonie libere italiane che hanno organizzato la resistenza scolastica dei genitori attraverso sportelli di assistenza scolastica in lingua italiana, la creazione di comitati genitori capaci di incidere sui processi e sulle decisioni delle varie scuole e non da ultimo hanno accompagnato l’offerta didattica in lingua italiana introdotta negli anni Settanta dallo Stato italiano per i suoi cittadini all’estero. Pochi sanno che le protagoniste di quella stagione sono state le donne italiane. Sono state loro che hanno animato molti comitati di genitori, condotto battaglie e difeso i propri figli con le unghie e con i denti. Avete discriminato noi, ma non permetteremo la discriminazione nei confronti dei nostri figli: questo sembrava essere il messaggio lanciato da molte donne italiane impegnate nella scuola. 

C’è una figura che si è distinta in questo ambito (e in molti altri) e si chiama Rosanna Ambrosi. Grande attivista dentro e fuori le Colonie, scrittrice e formatrice, Ambrosi ha dedicato molti dei suoi sforzi a migliorare l’istruzione scolastica della popolazione migrante. Ed è lei una delle protagoniste della piattaforma multimediale che s’intitola Libere di dover partire dedicata alla presenza italiana al femminile in Svizzera. Si tratta di un prodotto pensato soprattutto per lo smartphone, per i più giovani e per i contesti didattici, ma si adatta anche al PC e a diverse fasce di pubblico. Presenta nove ritratti di donne e altrettanti capitoli tematici, documenti d’archivio, contributi audio e video e link di approfondimento che hanno come obiettivo quello di sfatare alcuni stereotipi legati alla presenza migrante al femminile in questo Paese. La passività delle donne italiane immigrate durante lo scorso secolo è uno di questi stereotipi, ma non certo l’unico. 

Nuova migrazione

La piattaforma non parla solo di Storia ma anche di attualità: negli ultimi anni alcune delle donne della cosiddetta nuova migrazione italiana non faticano più a trovare spazio adeguato nella società svizzera. Peccato che spesso la presenza italiana al femminile in Svizzera rimanga troppo intrappolata nella retorica dei cosiddetti “cervelli in fuga”. Nei media svizzeri abbondano storie di donne italiane a capo di aziende o di gruppi di ricerca. Se è innegabile che oggi le donne italiane occupano sempre più posti di rilievo all’interno della società svizzera, è anche vero che una grossa parte di loro lascia il proprio Paese alla ricerca di lavori non sempre altamente qualificati. Magari anche in presenza di una laurea che non è sempre garanzia di carriera per chi emigra. La crisi endemica che caratterizza il sistema Italia, Paese caratterizzato da disoccupazione, precarietà e bassi salari, colpisce infatti con maggiore forza le donne. È il caso, ad esempio, di un’altra protagonista della piattaforma, ovvero Eleonora Failla, che, arrivata in Ticino qualche anno fa con una laurea in tasca, ha dovuto faticare non poco per trovare un lavoro corrispondente alle sue qualifiche, al suo talento e al suo entusiasmo. Oppure quello di Angela Siciliano, che ha deciso di fuggire dalla crisi economica italiana portandosi dietro marito e una delle due figlie, per lavorare nella ristorazione. Angela non è diventata manager o scienziata, ma il suo percorso professionale ed esistenziale è comunque straordinario, degno di essere raccontato e pieno di bellezza.

Nell’immagine: donne migranti, fotografia dal sito Libere di dover partire

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