La via imbarazzante al socialismo

La via imbarazzante al socialismo

A proposito di mancati accordi elettorali, di programmi politici e di cerchi magici


Virginio Pedroni
Virginio Pedroni
La via imbarazzante al socialismo

“Quando ne abbiamo parlato a PS e Verdi, abbiamo visto molto imbarazzo, che ci ha convinti che era la proposta che dovevamo portare avanti”. Questa sorprendente frase, quasi una confessione, si può leggere nel testo dell’intervista rilasciata alla Regione (il 27 luglio scorso) dal coordinatore del MPS Giuseppe Sergi per illustrare l’offerta avanzata dal suo partito di un’alleanza di ferro a sinistra. Le proposte fatte per imbarazzare possono avere molti scopi, dall’offensivo al terapeutico, ma di solito non quello di coinvolgere seriamente l’interlocutore in un’azione comune in vista di un obiettivo condiviso.

Osservata da sinistra, la preparazione della prossima campagna elettorale sembrava, con una rilevante eccezione di cui diremo, avviata su binari di ragionevolezza. L’alleanza rosso-verde per il Consiglio di Stato, con una presenza paritaria in una lista unica di rappresentanti delle due forze e di un quinto candidato (eh sì, non ne bastano quattro, perché lasciare un posto vuoto darebbe una brutta impressione) proveniente dalla fantomatica società civile, crea le migliori condizioni per garantire un seggio in governo ai progressisti, e magari anche per sperare qualcosa in più. Per il resto, questione delle candidature PS a parte (ecco l’eccezione, di cui diremo), sarebbe stato il caso di parlare di contenuti. Poi sono giunte le prime increspature.

Si è incominciato fra i socialisti, dove qualcuno – forse anche per sostenere un’anomala e precocissima autocandidatura (quella di Amalia Mirante) a un posto in lista – contesta, sulla base della storia e della forza elettorale pregressa, una presenza paritaria di socialisti e verdi. Un’obiezione, questa, che, se dovesse prevalere, comporterebbe la rottura dell’accordo elettorale fra le due principali forze della sinistra. È difficile capire il senso di questa posizione, anche perché l’esito della competizione interna alla lista, questione che legittimamente sta a cuore ad ambedue i contraenti, non dipende dal numero, ma dal peso dei candidati.

Poi è arrivata la proposta di unità blindata (o tutto o niente) da parte del MPS. Proposta “imbarazzante”, come detto, in realtà forse soprattutto per chi l’ha avanzata. Eccone i termini: lista unica per esecutivo e legislativo, revisione radicale della linea politica in particolare del PS, per convergere sulle posizioni del MPS (l’opposizione e il rifiuto di ogni compromesso, anche in governo, con chi non è radicalmente ostile alla logica del capitale, come via privilegiata verso una non meglio precisata svolta rivoluzionaria, contrapposta a qualsiasi illusoria strategia a tappe). Quanti punti esclamativi, per chi dice di voler dialogare! Insomma, un paradossale miscuglio di fusionale volontà unitaria e assoluta mancanza di flessibilità. Come non provare imbarazzo.

Infine, su Naufraghi si è cominciato a discutere in questi giorni del fatto che, se Marina Carobbio dovesse scendere in campo nella contesa per il governo, si confermerebbe l’esistenza di un cerchio magico “carobbiano” che ha messo le mani sul Partito socialista, una situazione fatta risalire addirittura ai tempi del PSA, a partire dalla tormentata scelta del 1975 di inviare a Berna Carobbio e non il più votato Martinelli. Che dire? In politica i personalismi contano e i cognomi hanno un peso notevole, persino quando si devono eleggere i presidenti degli Stati Uniti (i Kennedy, i Bush, i Clinton) o i primi ministri dell’India (i Nehru-Gandhi), ovvero della seconda e della prima democrazia del mondo per numero di abitanti, figuriamoci nel nostro piccolo Ticino. 

In proposito, evito la lista delle famiglie perché troppo lunga, e non vorrei, dimenticandone qualcuna, farle un torto. Le ambizioni personali esistono, possono a volte anche essere ingombranti, ma la qualità di una classe politica dirigente si misura anche dalla capacità di gestirle in vista di un interesse superiore. Sentiamo allora come commenta quel lontano episodio degli anni Settanta la “vittima” della situazione, cioè Pietro Martinelli, nel suo libro-intervista autobiografico recentemente pubblicato (strano che nessuno, neppure l’anonimo – a proposito, perché anonimo?- estensore dell’articolo di Naufraghi, abbia sentito il bisogno di consultarlo, per completare il quadro): “Oggi penso che quella sia stata la chiave della nostra vittoria. Senza quella decisione, Werner a Berna e io in Ticino, non saremmo andati avanti a lungo con quello spirito di amicizia e concordia che ci ha permesso di superare tutte le rivalità e contrapposizioni che avevano avvelenato la vita nel PST” (P. Martinelli, Le battaglie di una vita, a cura di R. Antonini, Casagrande, Bellinzona 2021, p. 123). Ogni ulteriore commento mi pare superfluo. Un giudizio che si può leggere anche come un monito.

Perché non sono tutte rose. Il fatto che il PS, alla ricerca di una candidatura forte e competente per la successione di Manuele Bertoli, pensi di dover prendere in considerazione due possibili arrocchi istituzionalmente assai poco eleganti (dal Consiglio degli Stati o dalla sindacatura di Bellinzona al governo cantonale, a mandato non concluso) è il sintomo di una difficoltà di rinnovamento del personale politico assai preoccupante.

Qui arriviamo a una questione generale ben più importante. Le vicende più sopra commentate riguardano la politique politicienne locale, quella politica dei politici di professione che è parte essenziale della democrazia (di politici professionisti in senso lato, ovvero di tutti coloro che dedicano una fetta considerevole del loro tempo alla politica, e ne traggono tutto o una parte significativa del loro sostentamento: quelli che, come diceva il grande sociologo Max Weber nella sua famosa conferenza del 1918 sulla politica come professione, vivono per la politica ma anche di politica). La qualità di questa sfera della classe dirigente, come più in generale quella della democrazia, è oggi in ribasso. Ha ragione il MPS: non siamo in tempi da business as usual, ma questo vale anche per loro. La politica dei professionisti e semiprofessionisti, con i loro tatticismi, personalismi, calcoli, sgambetti rischia di diventare sempre più autoreferenziale e a volte, soprattutto quando c’è di mezzo un incontrollato ego, grottesca (il caso italiano è purtroppo davanti ai nostri occhi). Astensionismo elettorale e populismo sono gli effetti anche di questo fenomeno. 

Oggi la democrazia è davvero in crisi, a causa dei conflitti profondi interni alle società democratiche devastate da decenni di neoliberismo e delle sfide provenienti da quelle non democratiche (metterle tutte sullo stesso piano, sotto la categoria di imperialismo -euroamericano, russo, cinese, ecc. – è la classica, hegeliana, notte in cui tutte le mucche sono nere). La sfida per chi sceglie la vita politica, soprattutto se si colloca in quella parte oggi minoritaria che è la sinistra, è dunque ancora più grande, e più arduo il compito di muoversi, come diceva Weber, fra un’appassionata etica della convinzione, che non deve divenire fanatismo, e una sobria etica della responsabilità, che non si tramuti in pigra o vigliacca acquiescenza.

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