L’Ucraina e le ambiguità del Papa

L’Ucraina e le ambiguità del Papa

Considerazioni sull’annunciato viaggio del pontefice a Kiev e (forse) a Mosca


Roberto Antonini
Roberto Antonini
L’Ucraina e le ambiguità del Papa

Questa, finalmente, dovrebbe essere la volta buona. Agende alla mano, il Papa e gli ospiti che ha ricevuto in questi ultimi giorni hanno impresso una svolta alla tanto attesa missione del Pontefice in Ucraina e forse pure a un successivo incontro con Vladimir Putin. Appare ormai certo che il Papa si recherà a Nur-Sultan, la capitale del Kazakistan, tra il 13 e il 15 settembre prossimi, cogliendo l’occasione che gli offrirà il summit mondiale dei leader religiosi per incontrare il controverso Kirill (Cirillo I) Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. La vista a Kiev dovrebbe svolgersi prima, come discusso l’altro giorno con l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede.

Un incontro con il presidente russo è ancora a livello di ipotesi, ma Jorge Maria Bergoglio pare ora molto deciso ad assumere un ruolo proattivo. Le diverse dichiarazioni e prese di posizione sul conflitto hanno in effetti suscitato non poche perplessità se non addirittura critiche in particolare nella Chiesa uniate, quella cattolica di rito orientale. Se la condanna generica della guerra da parte del Vescovo di Roma può essere considerata lapalissiana, meno scontato il fatto che il Papa argentino non abbia mai citato per nome l’uomo che ha scatenato l’aggressione contro l’Ucraina lo scorso 24 febbraio. In un’intervista al Corriere della Sera a inizio maggio aveva preferito denunciare le forze (Nato) che avrebbero secondo lui “abbaiato alle porte della Russia”.

Affermazioni che alcuni hanno ricondotto a quell’humus antiyankee che prevale nel mondo latino-americano. L’improvvida dichiarazione ha portato non pochi ad interrogarsi sulla reale posizione del Papa che sembrava non voler distinguere tra aggressori e aggrediti. Nella stessa intervista Papa Bergoglio ammetteva di non aver risposta all’interrogativo se fosse giusto fornire armi a Kiev per difendersi dall’invasione russa. Dubbi e ondeggiamenti non nuovi e che riflettono anche la complessità nella quale la minaccia nucleare (i russi lo hanno capito bene, sia con le ripetute minacce verbali sia nei fatti occupando e – pare – minando la centrale atomica di Zaporizhzhia) ha portato la millenaria riflessione della Chiesa sulle “guerre giuste”, quelle in sostanza di legittima difesa o che non conducano a mali peggiori di quelli che si vogliono eliminare. 

Contrario all’ipotesi di un intervento occidentale contro Bashar Assad nel 2013, favorevole alla guerra contro l’Isis l’anno successivo, Papa Francesco ha affidato a “La Civiltà Cattolica” riflessioni che rispondono alle perplessità suscitate da posizioni di equidistanza dagli accenti pilateschi. Un mese dopo l’intervista al Corriere della Sera ha così stigmatizzato “la ferocia e la brutalità con la quale la guerra è condotta dai mercenari russi, ceceni e siriani” mentre “l’aggressione è crudele e insensata”. Si è verosimilmente fatta sentire l’influenza del Cardinale elvetico Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, che non le ha mandate e a dire al Patriarca russo, tacciandolo di eretico nel suo voler legittimare la brutale guerra. In una successiva videoconferenza Bergoglio, sorprendendo un po’ tutti, ha così ammonito Kirill chiedendogli di non diventare il chierichetto di Putin. 

“Quante divisioni ha il Papa?” aveva chiesto retoricamente Stalin a Yalta. Quasi 80 anni più tardi, l’interrogativo sul reale peso del Vaticano nello scacchiere mondiale rimane inalterato. La credibilità morale della Chiesa cattolica necessitava comunque di un forte chiarimento per porre fine a un’ambiguità considerata, come minimo, incoerente. 

Scritto per laRegione
Nell’immagine: il papa in Messico. In Ucraina che cappello si metterà?

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