Due foto, due Evgenji e le pieghe della storia

Due foto, due Evgenji e le pieghe della storia

I fili e la ragnatela della storia si aggrovigliano, come le ramificazioni dell’albero genealogico di milioni di russi e ucraini imparentati tra di loro


Mario Casella
Mario Casella
Due foto, due Evgenji e le pieghe della...

È sera tardi. Apro la porta di casa. Accendo la luce e una lampada illumina una foto in bianco e nero appesa in corridoio. Ritrae una donna anziana con lo sguardo perso nel nulla. Cammina piegata in due sotto il peso di una grande valigia.  Fugge dalle macerie in fumo della città russa di Murmansk, porto strategico del mare artico, dopo l’ultimo devastante bombardamento dell’aviazione tedesca a inizio estate 1941. In piedi sono rimasti solo migliaia di camini. L’unica struttura in muratura delle tipiche case di legno russe, ridotte in cenere dalle bombe. Ancora oggi Murmansk viene ricordata dai russi come la “seconda Stalingrado” per la sua ostinata resistenza agli attacchi del nemico hitleriano.


La foto è il ricordo di una tra le più toccanti interviste da me realizzate nel 1995 per un programma speciale che l’allora TSI dedicò al cinquantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale.

Quella foto fu scattata in una delle prime notti bianche del giugno 1941 da Evgenij Chaldej, un fotografo che coprì l’intero conflitto per l’agenzia Tass e l’immediato dopoguerra per la Pravda.

Lo incontrammo nel suo misero monolocale a Mosca, dove viveva nella povertà, gettato in un angolo come uno straccio per i pavimenti dalla cleptocrazia post-comunista. Dopo aver documentato per anni la storia, era stato dimenticato dalla storia.

Mentre mi siedo in casa, a quella foto si sovrappone nella mia mente un’altra immagine che galleggia in queste ore sull’inarrestabile flusso di dolore che sfocia sui giornali e sui nostri schermi. È la donna incinta, trasportata in barella tra le macerie di Mariupol, dopo l’ennesimo bombardamento russo della città martire ucraina. Una città portuale anche questa, come Murmansk, situata però sul Mare di Azov e vicina, per sua sfortuna, alla Crimea.

L’ha scattata un altro Evgenji. È l’ucraino Evgenji Maloletka, un fotografo della nostra generazione, che da alcune settimane si trova per l’Associated Press in prima linea in questa drammatica guerra.

Poco meno di 80 anni separano le due foto. I russi da vittime si sono trasformati in carnefici.   Com’è possibile? Quali sono stati i meccanismi che hanno portato a rimettere in moto una macchina da guerra così insensata?

“L’uomo non impara nulla dalla storia… La storia si ripete…”.  Sentiamo e pronunciamo fino alla nausea in questi giorni frasi come queste. Con il passare dei giorni però affiora un’altra verità: la storia è anche stramaledettamene complicata. Più ti infili tra le sue pieghe, più capisci che le risposte non sono semplici. Buoni e cattivi, vittime e carnefici. Sono semplificazioni che fanno torto a molti, primi fra tutti a chi su entrambe i fronti, pur non potendo manifestarlo, non condivide.

Nelle prossime settimane e mesi affioreranno i veri retroscena di questo conflitto. Dettagli che oggi riteniamo inverosimili o improbabili, hanno contribuito a questa guerra che è fin troppo facile attribuire in modo esclusivo alla megalomania e follia di uno “psico-zar”.

Ogni analisi dovrà tuttavia essere fatta tenendo davanti agli occhi le immagini di queste ore. Quelle vere, autentiche. Saranno fondamentali per capire le responsabilità, l’impatto e il prezzo di quanto sta accadendo. Per questo il lavoro sul terreno da parte di tutti gli Evgenij-fotografi è fondamentale. Esserci e documentare, come faceva Chaldej, e come continua a fare ormai da parecchio tempo anche Maloletka, è indispensabile. Ci permetterà forse di chiarire molti aspetti che oggi non possiamo vedere e interpretare.

Il mio ricordo dell’intensa intervista di Chaldej, è dominato dall’aria di povertà che si respirava nella sua stanza. Seduto sul suo letto, raccontò in lacrime che per completare la sua misera pensione, qualche mese prima aveva ceduto alle lusinghe di un grande museo americano. Per un’attraente somma in dollari aveva venduto la sua Leica con cui aveva scattato tutte le foto della seconda guerra mondiale. Compresa la storica foto dei due soldati dell’Armata rossa che issano la bandiera sovietica sul Reichstag di Berlino.

Intascati i dollari, non appena l’acquirente americano era partito, si pentì di aver venduto quella che per lui era ormai diventata una figlia e un pezzo della sua vita.

A ventisette anni da quell’incontro, leggo oggi i dettagli della vita di Chaldei, deceduto un paio d’anni più tardi, e scopro che la sua macchina fotografica con cui coprì la seconda guerra mondiale era una Leica, modello FED, ideata e prodotta nell’officina-laboratorio di un orfanatrofio di Charkiv, allora capitale dell’Ucraina, una delle quindici repubbliche dell’Unione sovietica di quegli anni. Un altro dei nomi che la cronaca ci ha fatto conoscere in questi giorni.

I fili e la ragnatela della storia si aggrovigliano, come le ramificazioni dell’albero genealogico di milioni di russi e ucraini imparentati tra di loro.

Poco prima della sua morte, nel 1997, Chaldej disse: “Posso perdonare i tedeschi, ma non posso dimenticare”. Suo padre e tre delle sue quattro sorelle furono vittime della follia nazista.

Chissà cosa dirà Evgenji, l’ucraino, quando – speriamo presto – questa guerra sarà finita? Potrà mai dimenticare?

Lo sguardo salta dalla foto delle macerie fumanti di Murmansk a quella con la barella colorata che, portata dai soldati, attraversa il piazzale dell’ospedale di Mariupol.

Dal bianco e nero di una donna in fuga con una valigia, al rosso bruciante di un lenzuolo su cui giacciono due vite purtroppo dirette verso la morte.

Un salto di 80 anni in cui è difficile trovare una ragione. Dal “frastuono delle Breaking news” nel quale siamo precipitati – come ha scritto qualche giorno fa lo scrittore Paolo Rumiz – con il passare dei giorni emergeranno pian piano le prime verità.

Le pieghe della storia sono come quelle del lenzuolo steso sulla barella insanguinata della partoriente di Mariupol o come le arricciature di quella tovaglia rossa rubata di notte da Chaldej nella sede del partito comunista del suo quartiere a inizio maggio del 1945.

Dopo aver ricevuto l’ordine di procurarsi in tutta fretta una grande bandiera sovietica, il fotografo dovette presentarsi alle prime ore del giorno seguente all’aeroporto della capitale russa per salire su un aereo diretto a Berlino.

Nella notte, dopo aver sottratto la tovaglia rossa, era corso da un amico sarto e sull’angolo di quel pezzo di stoffa gli aveva fatto cucire una falce e un martello, ritagliati alla bell’e meglio da un telo bianco. Poi in tutta fretta salì sull’aereo che lo avrebbe portato in Germania per immortalare la caduta del regno del male.

Il sarto, amico di Chaldej, era ebreo.

Storie incredibili che aiutano a (ri)leggere la Storia e a illuminarne tutte le contraddizioni.

Le immagini:
Murmansk, 1941 (foto TASS – Evgenij Chaldej)
Mariupol, 2022 (foto AP – Evgenji Maloletka)

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