A spasso con Margherita, guardando in alto

A spasso con Margherita, guardando in alto

Nel centenario della nascita della grande astrofisica Margherita Hack, il ricordo di una conversazione, fra scienza e fede


Paolo Tognina
Paolo Tognina
A spasso con Margherita, guardando in alto

Estate 2011. Squilla il telefono: “Ci sarebbe da andare a Roseto degli Abruzzi a prendere Margherita Hack. Per portarla a Genova. E serve un autista”. Ci penso qualche istante. Ho tempo, e mi piace guidare. “Va bene, a condizione di poterla intervistare, durante il viaggio. E di riprendere l’intervista”.

Qualche giorno dopo, eccoci a Roseto. La prendo alla lontana.

– Ho letto che lei avrebbe delle origini svizzere. È vero?

“Si, il mio babbo era di origini svizzere, di Winterthur. Il nonno era immigrato in Italia, a Firenze, e lavorava in una pasticceria. Da bravo svizzero si intendeva di cioccolata!”

– Lei dice che per una donna, nel secondo dopoguerra, non era difficile fare una carriera come la sua. Ma davvero non ha incontrato difficoltà?

“Io grossi problemi non ne ho avuti. Credo che molto dipenda dall’educazione che uno riceve fin da bambino. Forse alle bambine davano un’educazione troppo remissiva. Non lo so, certo che io non ho mai avuto nessun problema, e nemmeno me li sono posti”.

– Lei dunque non è stata educata alla remissività…

“No, no, sono sempre stata abituata a essere libera e responsabile, e a lavorare per riuscire”.

Da giovane, Margherita Hack è stata anche un’atleta. Nel salto in alto arrivava a un metro e cinquanta, praticando lo stile ventrale inventato da George Horine. Ha vinto dei campionati universitari, è arrivata terza agli assoluti d’Italia. Sarebbe dovuta andare agli Europei, ma poi è scoppiata la guerra.

Per oltre vent’anni ha diretto un osservatorio astronomico. Dal 1964 al 1992 è stata docente di astronomia all’Università di Trieste. Vegetariana, atea, è spesso intervenuta nei dibattiti etici e politici in Italia. Per il lavoro che ha svolto, le è stato dedicato un asteroide, al quale è stato dato il suo nome.

– Lei che ha passato una vita a scrutare l’universo, pensa che là fuori ci sia qualche altra forma di vita?

“Beh, è molto probabile. Perché oggi sappiamo, proprio in base alle osservazioni, che i pianeti sono molto abbondanti nell’universo. E qualcuno di essi presenta caratteristiche simili a quelle che riscontriamo sulla Terra”.

– E potremo mai incontrarli, gli extraterrestri?

“Il pianeta più vicino, scoperto fino a oggi, si trova a venti anni luce dalla terra. Ciò significa che la luce, che viaggia a 300’000 chilometri al secondo – più di un miliardo di chilometri all’ora -, impiega vent’anni per coprire la distanza che ci separa. Ora, se noi un giorno riusciremo a viaggiare anche solo a un centesimo della velocità della luce, invece di venti anni ne impiegheremo duemila…”.

– Dunque sarà difficile incontrarsi…

“Incontrarsi fisicamente, credo che debba restare fantascienza. L’unica possibilità non fantascientifica di venire in contatto con altri esseri intelligenti è data dall’ascolto dei segnali radio provenienti dallo spazio. Se ne intercettassimo di chiaramente artificiali, quella potrebbe essere un’indicazione che c’è una popolazione tecnologicamente avanzata che vuole far conoscere la propria esistenza. Ma perché un incontro sia possibile, occorre che le due civiltà siano contemporaneamente allo stesso grado di sviluppo. Ora, la nostra civiltà, sulla Terra, ha due o tremila anni, ma la civiltà tecnologica ha poco più di un secolo. Se un segnale radio fosse arrivato all’inizio del Novecento, non avremmo avuto modo di rilevarlo. Quindi basta essere sfasati di un secolo, su migliaia di anni…”.

Giunti a metà strada, decidiamo di fermarci per mangiare un boccone. Attraversando il parcheggio e salendo le scale per raggiungere il ristorante, molta gente ferma Margherita per esprimerle riconoscenza e ringraziarla per gli interventi sulla stampa e alla televisione. Lei cammina lentamente, appoggiandosi a un bastone, risponde e ringrazia con un sorriso. Riprendiamo il viaggio.

– Lei insiste spesso sulla rivendicazione della libertà che la scienza deve poter avere di svolgere il suo compito…

“Sì, perché come si fa a mettere dei limiti? Per esempio, in Italia c’è la legge 40, sulla fecondazione assistita, in cui, sotto le pressioni del Vaticano, il governo attuale, che di cristiano non ha nulla, ha proibito la ricerca sulle cellule staminali embrionali perché l’embrione avrebbe un’anima. E questo malgrado la Costituzione dica che la Chiesa cattolica, il Vaticano, e lo Stato italiano, sono liberi e indipendenti, ciascuno nel proprio ambito. Mi viene da dire che era molto più laica la Democrazia Cristiana. E fra i democratici cristiani c’erano anche dei cristiani veri, nel senso migliore della parola. C’era gente come Giorgio La Pira, come Tina Anselmi, come Zaccagnini, che ho conosciuto personalmente e che erano cristiani veri”.

– Chi sono i cristiani veri?

“Sono quelli che spendono la loro vita per i più poveri, per i diseredati. C’è per esempio un prete, di Zuliano, un paese vicino a Udine, che è riuscito a costruire addirittura un piccolo villaggio per gli extracomunitari. Li alloggia, procura loro un lavoro, ha costruito un auditorium per concerti e conferenze, per dare loro una vita decente, permettendogli di integrarsi. Vede, io rispetto anche chi crede. Rispetto chi è onesto e lavora, come questo prete di Zuliano, come anche un altro prete, di Trieste, don Luigi Vacca, che spende la vita per recuperare dei drogati, o come quello dell’Isolotto, a Firenze, Mazzi, o don Ciotti che si batte contro la mafia rischiando la vita. Questa è gente che va rispettata: hanno fede, e io rispetto la loro fede. Non è la mia fede, ma è gente più che degna”.

– Dunque, il punto d’incontro consiste nell’onestà…

“L’onestà, sì, e l’atteggiamento etico. D’altra parte un’etica che vale per tutti, laici, credenti e non credenti, è il ‘non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te’. O anche ‘ama il prossimo tuo come te stesso’. Io credo che Cristo sia stato una delle più grandi personalità della storia. Forse il primo socialista, nel senso che si è occupato dei più diseredati”.

– Ma com’è che lei ha deciso di diventare atea?

“Beh, non è mica che si decide. Io non ho mai avuto grandi pulsioni religiose. Il mio babbo era protestante, mia mamma cattolica, ma entrambi erano non praticanti, scontenti delle loro chiese, e perciò erano diventati teosofi. I miei mi dicevano che si rinasce, ma a me non me ne importava molto. La religione è una cosa che spiega tutto quello che la scienza non può spiegare: la scienza spiega come è evoluto l’universo, però non sa rispondere al perché ci sia l’universo, perché è cominciato, o se è cominciato. Tutto questo la scienza non ce lo spiega, né ce lo può spiegare. Credo che la religione sia un’invenzione, comune a tutti i popoli, per spiegare i fenomeni che succedono intorno a noi. E poi c’è la paura di morire. Anche questo è comune a tutti i popoli. E tutti pensano che in qualche modo si continui a vivere nell’aldilà. E queste sono le due ragioni per cui sono nate le religioni. A me di sapere che cosa mi succede dopo la mia morte non me ne importa nulla. E dico: “Finché ci sono io, non c’è la morte; e quando ci sarà la morte, io non ci sarò più”. Quindi, non ha senso avere paura della morte”. 

– Rispetto alla morte, questo è tutto ciò che ha da dire?

“Sì, perché non mi fa paura. È una cosa naturale”.

– Però lei è intervenuta anche nel dibattito sul testamento biologico…

“Certo, per non essere costretti all’accanimento terapeutico. Se io fossi ridotta un vegetale, a che serve che seguitino a nutrirmi artificialmente, a tenermi in vita quando la vita non è più vita? Solo perché è un dono di Dio? Ma io in Dio non ci credo, non credo nel dono di Dio. E anche se ci credessi, quando quel dono non mi piace più, voglio poter morire in pace”.

– In Italia c’è una chiesa che su questi temi fa un discorso che potrebbe essere il suo…

“Sì, la chiesa valdese, certo. Infatti il mio ‘otto per mille’ lo do ai valdesi”.

– Lei mi ha detto che avrebbe voluto essere agnostica, e non atea…

“No, non che ‘avrei voluto’. Ho detto che sarebbe più razionale essere agnostica. Perché non potendo dimostrare razionalmente, scientificamente, né che Dio c’è, né che Dio non c’è, una persona perfettamente razionale dev’essere agnostica. Ma a me l’idea di Dio non mi persuade, non ci credo, mi sembra assurda. Però è una questione personale, irrazionale”.

– Mi faccia capire, sta dicendo che in qualche modo anche l’ateismo è una fede?

“Certo, certo, in qualche modo sì”.

– Dunque, una fede in negativo, ma pur sempre una fede…

“Sì, è una fede anche quella”.

Scendiamo lungo le curve della Milano-Genova, la Serravalle, poi imbocchiamo la sopraelevata che corre parallela al mare. È tardi. Abbiamo parlato di tante cose, anche del suo cane, Zakky, a cui è molto affezionata. In auto, Margherita ha fatto un pisolino. Stasera interverrà a un convegno sull’ateismo.

Quando la saluto, in albergo, misuro la distanza che ci separa – lei atea, io credente. Ma nel contempo mi pare di percepire, oltre a ciò che sappiamo e non sappiamo, che crediamo o respingiamo, una comune sete d’umanità.

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