La Liberazione non è una volta per tutte

La Liberazione non è una volta per tutte

Cosa ci insegna la storia della Resistenza sull'impegno civile


Fulvio Poletti
Fulvio Poletti
La Liberazione non è una volta per tutte

Sto scrivendo queste righe nel giorno della festa della Liberazione decretata in Italia dopo la seconda guerra mondiale. Avverto sempre un senso di riconoscenza per tutti coloro che si sono battuti nelle fila della Resistenza – sino al sacrificio estremo della propria vita – per opporsi alla barbarie e all’oscurantismo di ideologie e regimi totalitari che non tolleravano, nelle loro logiche assolutistiche e totalizzanti, alcun tipo di dissenso e qualsiasi forma di pluralismo o di accoglienza della differenza e dell’alterità.

Assieme al sentimento di gratitudine mi sono chiesto in che modo oggi sarebbe plausibile essere degni ed onorare la memoria di chi ha lottato per la libertà e l’affermazione della democrazia. In altre parole: come attualizzare quello spirito di resistenza, applicandolo alle vicende attuali e alla nostra contemporaneità esistenziale?

Marcanti le parole del premier Mario Draghi quando nella sua allocuzione del 25 aprile ha dichiarato che in quelle circostanze non tutti gli italiani si sono rivelati brava gente e vi fu chi si voltò dall’altra parte: “dobbiamo ricordare che non scegliere è immorale”.

È proprio in questo principio che potremmo riconoscere il fondamento di un possibile atteggiamento resistenziale capace di eludere la passiva accettazione dell’esistente e la fatalistica rassegnazione all’usuale andamento degli eventi. Sì, poiché non tutte le scelte sono equivalenti e si pongono sullo stesso piano e il fatto di eluderle, con l’inazione e l’indifferenza, comporta posizioni riprovevoli e francamente colpevoli sul piano etico-politico.

Anche in tempo di pace (almeno alle nostre latitudini, poiché non va dimenticato che in molte parti del mondo sono in corso o latenti numerosi focolai di guerra più o meno cruenti), ma forse soprattutto quando ci si trova in situazioni del genere senza l’assillo delle emergenze belliche o di eventi estremi, occorrerebbe sviluppare ed alimentare con vigore e convinzione quegli anticorpi volti non solo a combattere i virus biologici, bensì quelli che si insinuano nelle nostre menti e nei nostri animi in veste di pregiudizi, xenofobia, razzismo, rigetto o rifiuto dell’altro, ma anche indifferenza nei confronti della sofferenza o delle difficoltà altrui.

Per passare a qualche esempio concreto, pensiamo al servilismo o alla piaggeria dimostrati dai notabili europei nei confronti del dispotico Erdogan, che tiene in scacco l’occidente con la minaccia di aprire i rubinetti dei profughi ammassati nel suo paese alle porte dell’Unione europea, dopo aver ricevuto da quest’ultima fior di miliardi per gestirne le frontiere orientali. Così, per non urtarne la suscettibilità, lo blandiamo o perlomeno tolleriamo una repressione feroce di qualsiasi dissenso senza reagire alla sua tracotanza, perché ci serve per tenerci lontani visitatori indesiderati, vale a dire sacche di disperati. Emblematico il noto episodio avvenuto di recente a Istanbul della mancata poltrona predisposta dal protocollo turco per la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, rimasta in piedi per imbarazzanti minuti mentre probabilmente il padrone di casa gongolava per l’imbelle reazione dei suoi ospiti, in primis Charles Michel presidente del Consiglio europeo rimasto silente (patetica l’esternazione di Michel, il quale ha dichiarato candidamente in seguito che per alcune notti non ha trovato il sonno ripensando all’accaduto … il che la dice lunga sullo spessore e la statura di chi è alla testa degli organi vitali dell’UE).

Per fortuna, esistono esempi di segno opposto, con la scarcerazione del noto giornalista e scrittore turco Ahmed Altan, voce libera e indipendente che non si è piegata ai diktat dell’attuale regime insediato al potere, da quattro anni in prigione per accuse pretestuose che la Corte europea dei diritti umani ha stabilito in una sentenza fossero illegittime. Ciò a seguito di una massiccia mobilitazione di associazioni internazionali e di cittadini impegnati che hanno esercitato una pressione mediatica tale da spingere le autorità di Ankara alla liberazione di Altan (non si sa sino a quando). A dimostrazione che anche l’attivazione dal basso con la firma di appelli, l’invio di email alle ambasciate in causa, la reiterata pubblicazione di articoli sulla stampa internazionale può fare la differenza.

È anche per questi spiragli di speranza che vale la pena non rassegnarsi alla sorda accettazione dello status quo e lanciare qualche j’accuse alla nostra paciosa inerzia.

In questi giorni oltre 100 migranti hanno trovato la morte nel Mediterraneo dopo aver invocato inutilmente per due giorni aiuto, senza che nessuno venisse loro in soccorso. Si allunga così, spaventosamente, la lista dei cadaveri che hanno trovato la loro tomba in quello che i romani chiamavano “Mare nostrum”, ma che è semplicemente una distesa d’acqua che divide due mondi: per chi viene da sud è il prezzo da pagare per anelare a una vita migliore; per chi sta dall’altra parte concepito prevalentemente come barriera protettiva e respingente delle ondate migratorie.

Rimane ormai più solo il papa a tentare un timido risveglio delle nostre coscienze, con il monito: “È il momento della vergogna!”, cui aggiunge le sue preghiere “per questi fratelli e sorelle e per tanti che continuano a morire in questi drammatici viaggi”, estese anche a “coloro che possono aiutare, ma preferiscono guardare da un’altra parte”.

Infatti, “quelle persone si potevano salvare. C’è una responsabilità politica dell’Europa divisa”, ha dichiarato Laurence Hart, direttore dell’ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

Dopo quasi tre quarti di secolo d’esistenza, la ‘divisione’ è divenuta una cifra più sostanziale dei nobili proclami e intenti dei padri fondatori dell’UE. In effetti, ancora una volta, ha caratterizzato i paesi del nostro continente nell’affrontare la crisi pandemica che stiamo ancora vivendo, con la prevalenza di atteggiamenti sovranisti e nazionalistici a scapito di una vera e propria solidarietà e concertazione, dove ciascuno ha cercato egoisticamente di vincere la corsa alla vaccinazione.

Si è avuta conferma di tale propensione a procedere ciascuno per sé anche in occasione del fallimento di una politica coordinata dei flussi migratori, con il rifiuto eretto da diversi paesi dell’Unione di accogliere sul proprio territorio un numero assolutamente irrisorio (rispetto alle decine di milioni di profughi in movimento sul nostro globo) di migranti secondo una chiave di ripartizione che teneva conto della dimensione demografica di ciascuno, proprio per non urtarne gli assetti socioculturali.

Oggi, a parer mio, l’eredità resistenziale ci induce a nutrire costantemente la capacità di indignarci nei confronti delle ingiustizie, delle enormi sperequazioni esistenti, dello stato del pianeta che ci ospita, secondo l’esortazione di un grande vecchio della Resistenza, Stéphane Hessel, uno degli estensori della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948: “È ormai tempo che etica, giustizia ed equilibrio duraturo diventino preoccupazioni prioritarie” (S. Hessel, Indignatevi!, ADD Editore, 2011, pp. 27-28)

Un’indignazione creativa e propulsiva che vada al di là delle nobili preghiere del papa e delle esortazioni o dei moniti della bella ed encomiabile gioventù alla Greta Tumberg e che si traduca in azioni e misure concrete capaci di salvare vite di bambini, donne e uomini sui barconi, così come di salvarci da onde pandemiche con vaccini messi a disposizione di tutti (compresi i paesi più poveri, per ora in larga misura dimenticati, come se il covid rispettasse le frontiere e andasse a picco in fondo al mare insieme agli annegati), e di semplicemente garantirci la sopravvivenza su una terra che ci sta sottoponendo il conto delle continue violazioni dei suoi limiti.

Oggi è il tempo, come non mai, di scelte forti, coraggiose e impegnative, per le quali occorre una classe politica all’altezza e una mobilitazione corale e responsabile della società civile, con l’aborrimento di pigrizia e indifferenza:

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. (…) Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”

Antonio Gramsci, in La Città Futura (rivista da lui fondata), 11 febbraio 1917

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