Alla faccia del Book

Alla faccia del Book

Sono uno dei pochi che traduce – si fa per dire – “Facebook” in italiano. Lo chiamo Facciabuco. Non so perché, ma lo preferisco a “Faccialibro”… e mi ci metto pure un pollice all’insù.


Cesare Bernasconi
Cesare Bernasconi
Alla faccia del Book

Sono uno dei pochi che traduce – si fa per dire – “Facebook” in italiano. Lo chiamo Facciabuco. Non so perché, ma lo preferisco a “Faccialibro” … e mi ci metto pure un pollice all’insù. Mi “laiko”, dal verbo “laikare”. Forse è per via del buco. Quel buco, che per alcuni è la voragine d’imbecillità che ci rimanda alle parole di Eco a proposito dei social, o forse quel buco, che assume i connotati dello spioncino. Ti guardo, ti vedo, non mi vedi ma so che mi guardi. O forse un buco in mezzo alla faccia, come spesso accade a quei volti truci delle sagome da tiro al bersaglio. Un proiettile in mezzo agli occhi. Sinistro, come la vicenda che oppone il patron di Facciabuco – il Sig. Zuckerberg – al Governo australiano. Già, perché qui volevo arrivare.

Ci eravamo quasi abituati a farci spiare dagli astuti algoritmi, a cedere la nostra vita privata in comodato d’uso, a farci manipolare da quell’allegra brigata di Cambridge Analytica – perché si sa che con un po’ di zucchero la pillola va giù… e non a caso Zucker-Berg te ne dà una montagna di quello zucchero. Insomma, tutto sembrava rientrare nel volterriano migliore dei mondi possibili, il pillolone sembrava inghiottito e, accidenti! Mica si mette di mezzo Canberra, che – con un progetto di legge finalizzato alla remunerazione della stampa nazionale da parte di Facciabuco – ci costringe di nuovo a guardare con sospetto verso quel buco-voragine in mezzo alla faccia – stavolta molto incazzata – del Sig. Zuckerberg. Dopo decenni di minacce causate dal buco nell’ozono, l’Australia si trova minacciata dalla faccia meno simpatica del social di Menlo Park! Minacce seguite da ritorsioni. Facciabuco blocca per una settimana la condivisione di link e notizie degli utenti in Australia, oscurando di fatto il continente. Insomma, un bel casino. Specialmente per un social abituato a chiedere amicizie! D’altronde – a ben vedere – non c’è nulla e nessuno da biasimare. Facciabuco è una realtà privata e ha facoltà di operare a proprio piacimento, nei limiti della legalità. Dico bene legalità: non dell’etica.

Australia versus Zuckerberg. Una partita ben più aperta dell’Australian Open. Chiusa però assai velocemente dopo un tie-break dal sapore di compromesso. Canberra negozia, indietreggia, spinge e poi concede. Sembra un 1 a 1… in realtà il social vince di misura. Di mezzo non c’è (sol)tanto il denaro che Facciabuco dovrebbe – a propria discrezione – versare ai media australiani, bensì l’affronto subito da Mr. Montagna di Zucchero. “Ma come?” – si sarà detto – “come osano mettere in dubbio la mia impresa?”. “Come si permettono di intralciare la mia missione planetaria?”. Facciabuco non è più soltanto un’azienda e il suo fondatore non è soltanto un CEO. Si tratta di uno Stato parallelo globalizzato e del suo monarca.

Benvenuti nell’epoca d’oro delle tecno-monarchie, dei tecno-parastati. Altro che la technocratie del buon comte de Saint-Simon! Gli Stati Uniti possono vantare di avere gli esemplari più famosi… e hanno (quasi) tutti dei nomi davvero lovely: Bezos (i bacetti), Musk (l’inebriante muschio), Gates (gli ingressi) e, appunto, il nostro Montagna di Zucchero. Tutti imprenditori astuti e geniali, ma tutti con i loro scheletri nell’armadio, anzi nel garage, visto che molti di loro lì hanno mosso i primi passi. Bezos il negriero, Jobs il vendicativo, Zuckerberg l’opportunista impostore, Musk il secchione bullizzato, Gates il nerd prepotente. Un po’ arroganti, sì, un po’ vanesi, un po’ paranoici e un po’ capricciosi. Biografie che rivelano una grande sete di rivalsa, ma anche una tenacia senza pari. Percorsi diversi, ma che inevitabilmente li avrebbero portati verso la megalomania più imprevedibile. Sommi i loro miliardi personali e probabilmente superi il PIL austriaco. Ognuno con il proprio culto della personalità e ognuno con i propri milioni di accoliti. Le big conventions con l’usuale panoplia di propositi salvifici e dal potere inebriante, tipico di chi ti ammanetta a suon di gas esilarante, sussurrandoti “change is goooood”! Ultimo, in ordine di tempo, quel Mr. Tesla, che fa impazzire il mondo a suon di auto elettriche, chilowatt di gioia e gigabytes di gaudio satellitare.

Con adepti e seguaci che presto faranno la fila davanti alle concessionarie al lancio dell’ultimo modello, come avveniva con l’iPhone di Jobs. Con la promessa di andare presto a scassare i cabasisi – come direbbe Montalbano – anche ai marziani. Promette di rivoluzionare la nostra mobilità. In realtà è interessato a controllare la nostra mobilità. Perché questo, in definitiva, è quanto accomuna tutti i tecno-monarchi. Il controllo. Ed è proprio quanto è successo laggiù, nella terra dei canguri. Zuckerberg, per un attimo, teme di perdere il controllo e si rivolta come un aspide calpestato. Di certo non era finanziario il vero oggetto del contendere. È lui a dirigere i giochi: così è nel suo regno. Così dev’essere anche fuori dal suo regno. E poi doveva pur dare una piccola randellata a quel vecchio trombone di Murdoch. I sovrani dell’high-tech amano pure questo: stuzzicare l’Ancien Régime. Dialogano solo con le massime Autorità degli Stati terzi e probabilmente li vedremo nei prossimi anni fare le goliardiche corna a Presidenti e Primi ministri sulle foto ricordo dei vari G-20.

E così – mentre carico la mia Tesla al magico Supercharger, mi scatto un selfie da postare su Instagram, laiko la Cicci, la Fuffi, la Poppi, la Pinta e la Santa Maria su Facciabuco, e passo l’ordinazione in Bitcoin su Amazon per il nuovo iPhone 13 gridando ehi Siri! – mi chiedo: che cosa ci lascia questo braccio di ferro australiano? Un buco nello stomaco o una faccia gioconda? Né uno né l’altra. Rimane un monito all’Europa e al resto del mondo. Come dice Jean-Marie Cavada, ex-presidente di Radio France, “abbiamo visto che, se non si cede alle loro minacce e ai loro ricatti, sono pronti ad attaccare la nostra sovranità”. Presto lo stesso dibattito giungerà alle nostre latitudini e vedremo se i nostri politici mostreranno i muscoli o se faranno buona faccia a cattivo buco.

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