Naufraghe – La speranza delle donne afghane non muore

Naufraghe – La speranza delle donne afghane non muore

La storia di Fatima (Malalai), giunta in Svizzera con un visto umanitario, è simbolo della resilienza che caratterizza le donne afghane, malgrado l’oppressione dei talebani


Loretta Dalpozzo
Loretta Dalpozzo
Naufraghe – La speranza delle donne...

“L’8 marzo mi riporta al passato in Afghanistan, quando lo celebravo con i miei colleghi. In occasione della Giornata internazionale della Donna partecipavo ai programmi ufficiali del Ministero per gli Affari femminili. Cercavamo di incoraggiare le giovani donne ad unirsi e far sentire la propria voce”.

Fatima non avrebbe mai immaginato di celebrare la giornata internazionale della donna in Svizzera, in un centro di accoglienza ginevrino. Per oltre 20 anni e attraverso tre organizzazioni non governative svizzere, la donna, operatrice umanitaria, ha combattuto per i diritti delle donne in Afghanistan, finché, nell’agosto del 2021, con il ritorno dei talebani al potere, è diventata anche lei una donna bisognosa e in pericolo. Il Ministero degli Affari femminili è stato sostituito da quello per la promozione della virtù.

Oggi il suo pensiero è rivolto a tutte le donne rimaste nel Paese, la cui condizione si fa sempre più drammatica: “Come donna e come madre sono felice che la mia famiglia ed io siamo al sicuro da morte certa” ci dice “I talebani stanno facendo di tutto per isolare sempre di più le donne, chiuderle nelle loro case e cancellarle dalla società”.

La preoccupazione è forte in particolare per i recenti arresti arbitrari di donne afghane, per presunte violazioni del codice di abbigliamento islamico, che sta avendo un effetto agghiacciante sulla popolazione femminile. Fatima spiega che soltanto chi vive l’esperienza della mancanza totale di sicurezza,  può capire.

 “La lotta per la libertà continua” prosegue Fatima “Le donne afghane non si arrenderanno mai, nemmeno se la maggior parte dei paesi potenti e sostenitori dei diritti umani  continuano ad ignorare le pessime condizioni in cui le mie sorelle sono costrette a vivere. Ma le donne afghane di oggi non sono quelle di 20 anni fa, sono consapevoli dei propri diritti, sono forti e coraggiose. E questa è la sfida più grande per i talebani”.

Anche Fatima non si è mai arresa, nemmeno quando ha dovuto abbandonare la sua casa per sfuggire ai fondamentalisti islamici, che ne avevano ordinato l’arresto; il suo attivismo, il suo lavoro hanno fatto sì che il suo nome e il suo volto fossero noti ai talebani, determinati a perseguire i difensori della causa femminile.

Il grido di aiuto lanciato dalla donna dopo la presa di potere del gruppo, era giunto anche sulle pagine di Naufraghi/e e poi, sotto lo pseudonimo Malalai, aveva trovato eco sulla stampa nazionale. Nomi fittizi per proteggere la sua identità e quella dei suoi famigliari. 

Inizialmente, la minaccia dei talebani e il suo legame professionale con la Svizzera non sono bastati a convincere la Segreteria di Stato per la migrazione, che le ha negato il visto umanitario. Soltanto grazie al lavoro dell’avvocato Paolo Bernasconi e della sua squadra di donne forti, il tribunale amministrativo federale ha revocato la decisione del SEM.

“Sono profondamente grata a Dio, a tutti gli amici che ci hanno sostenuto e anche alle autorità svizzere per aver accettato la nostra domanda d’asilo” afferma con emozione Fatima “Ma sono molto addolorata per i 20 anni di lavoro, di sforzi  e progressi in favore delle donne, che sono andati persi con i talebani”.

L’ottobre scorso Fatima è giunta in Svizzera. Il suo atterraggio a Zurigo, dopo più di due anni vissuti in limbo tra paura, incertezza e difficoltà finanziarie, è stato un momento di grande commozione.

Trasferita dapprima nel centro asilanti di Chiasso, poi in quello di Balerna, Fatima e la sua famiglia si trovano ora a Ginevra, in attesa di sapere dove, quando e se potranno lavorare. Pochi giorni fa le hanno comunicato che ci potrebbero volere tra i due e i quattro anni, prima di poter lasciare il centro d’asilo. Le incognite, le difficoltà rimangono, in condizioni di alloggio non facili.

“Non perderò mai la speranza di tornare a lavorare per il bene delle donne e dei bambini. Vorrei continuare ad aiutare chi posso e come posso, che sia in Svizzera o in futuro in Afghanistan … anche se so di non potere tornare a casa, finché i talebani saranno al potere”.

Si stima che negli ultimi tre anni, quasi tutta la popolazione afghana sia sprofondata nella povertà e due terzi necessitano di assistenza umanitaria. Fatima è sempre stata una donna indipendente e attiva nella comunità. Oggi, operatori umanitari come lei non hanno il diritto di lavorare in Afghanistan. Le donne non possono nemmeno visitare un parco o una palestra. L’istruzione rimane prevalentemente accessibile agli uomini.

Mercoledì, le Nazioni Unite hanno affermato che l’esclusione delle donne da molti aspetti della vita pubblica, hanno causato danni immensi alla salute mentale e fisica, ai mezzi di sussistenza. Sembrano essere vani gli appelli a rimuovere tali restrizioni.

La salute di Fatima, dei suoi figli e del marito, con lei in Svizzera, è stata messa a dura prova negli ultimi tre anni. A sua figlia in particolare manca molto la scuola. 

“Ho sempre detto ai miei figli, che il miglior investimento per il futuro è l’istruzione. Cerco di insegnare loro di essere persone buone, oneste, attive nella società, rispettose degli altri e dei diritti umani”.

È un 8 marzo ricco di sentimenti contrastanti per Fatima e la sua famiglia. Le montagne e il clima svizzeri ricordano quelli afghani. La libertà che vede in Svizzera è quella che sogna per sua figlia e per le donne afghane, che oggi, più che mai, non vanno dimenticate.

Nell’immagine: Fatima e sua figlia

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