Il grido d’aiuto di Fatima echeggia tra le bombe di Kabul

Il grido d’aiuto di Fatima echeggia tra le bombe di Kabul

Afghanistan: l’appello alle autorità svizzere e la responsabilità morale


Loretta Dalpozzo
Loretta Dalpozzo
Il grido d’aiuto di Fatima echeggia tra le...

Agite ora, perché domani sarà troppo tardi, domani sarà davvero troppo tardi”. Così mi ha detto Fatima, in un’intervista telefonica realizzata nel giorno in cui Kabul è caduta nelle mani dei talebani, domenica 15 agosto.

I terribili attacchi terroristici all’aeroporto di Kabul dimostrano che le minacce sono multiple, ma, come ha detto l’Alto Commissionario dell’ONU per i rifugiati Filippo Grandi “questo dovrebbe renderci ancora più determinati a non lasciare solo il popolo afghano”.

Fatima non dorme da giorni. Era sicura di essere su una delle liste dei talebani e infatti, pochi giorni fa, quattro uomini armati hanno perquisito la sua casa. È riuscita a scappare grazie ad un avvertimento dei suoi vicini. Tramite i social media ha scoperto che un comandante dei talebani era un suo ex collega. Ogni giorno mi scrive per sapere se la Svizzera può accoglierla, se la possiamo aiutare.

Quando la Svizzera e altri governi dicono di aver evacuato gli afghani che hanno lavorato per il Paese in questione, si riferiscono a chi ha lavorato a stretto contatto con le autorità, gli enti statali o l’esercito. Ma cosa ne è delle centinaia di persone che lavorano per le organizzazioni non governative? Anche loro hanno servito il paese e implementato progetti, resi possibili grazie ai soldi dei donatori, degli elettori.

Fatima, un nome fittizio per proteggere la sua identità, lavora da 20 anni per lo sviluppo e l’educazione di donne e bambine in Afghanistan. Lo ha fatto e lo fa tramite delle organizzazioni non governative svizzere. La sua vita è in pericolo perché è donna, perché ha lavorato in favore delle donne e perché lo ha fatto con l’aiuto degli stranieri.

Già in passato ha ricevuto minacce di morte ed è scampata ad un tentativo di rapimento, ma non ha mai smesso di lavorare per un futuro migliore. Era estremamente fiera dei progressi fatti, ma ora tutto è andato in fumo.

Dallo stipendio della donna e di suo marito dipendono dieci persone: lo stress, la pressione sulle sue spalle sono enormi. La sua famiglia ha dovuto ridurre i pasti giornalieri per mancanza di soldi. Le banche sono chiuse e quindi diventa impossibile procurarsi soldi per una possibile fuga in Pakistan. Con lei ci sono anche bambini piccoli e quindi attraversare il confine è molto rischioso.

Il grido di aiuto di Fatima è stato accolto con grande determinazione dal gruppo svizzero per cui lavora, dal suo ex datore di lavoro, un’altra associazione umanitaria elvetica, dalla sua ex direttrice, da amici e conoscenti, che si sono rivolti a personalità politiche ticinesi, svizzere e straniere.

Il suo dossier è sul tavolo delle persone che con un “sì”, un “no”, un “adesso” possono decidere il suo futuro e quello della sua famiglia. Gli attentati complicano la logistica, elevano i rischi, inaspriscono il delicato dibattito in corso in Svizzera e richiedono ancora più coraggio da parte della politica.

All’estero il nostro paese è visto come un paese amico, solidale, aperto, accogliente. Spesso questa è la ragione per cui, chi è in difficoltà, decide di rilasciare un’intervista a noi giornalisti: spera di poter fare appello alla generosità della popolazione e alla coscienza di chi è al potere, convinti che la Svizzera, più di qualunque altro paese, possa aiutare.

Nessun paese può salvare tutte le “Fatima”, ce ne sono tante, troppe, ma aiutare una famiglia è meglio che non aiutarne nessuna. La sua vita è in pericolo e ogni ora che passa, è un’ora persa. Ci sono paesi che ancora stanno negoziando con i talebani affinché le operazioni di evacuazione possano continuare. La Svizzera potrebbe affidarsi a questi paesi. Quando tutte le forze straniere avranno lasciato Kabul, per molti sarà una condanna a morte.

E allora non dovremo rispondere solo agli afghani abbandonati, ma dovremo rispondere anche ai nostri figli, che ci chiederanno: ma tu cosa hai fatto? Ma la Svizzera cosa ha fatto?

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