“Per salvare la democrazia”. Parola di una Nobel per la pace

“Per salvare la democrazia”. Parola di una Nobel per la pace

Filippine al voto: la corruzione dell’ecosistema informativo per Maria Ressa, Premio Nobel per la pace, e CEO di “Rappler”, è una delle più grandi crisi del nostro tempo


Loretta Dalpozzo
Loretta Dalpozzo
“Per salvare la democrazia”. Parola di una...

L’incontro con Maria Ressa avviene a pochi giorni dalle elezioni Presidenziali nelle Filippine, che lei descrive di importanza “vitale”. Il voto del 9 maggio determinerà se la giornalista investigativa, su cui pendono numerosi capi di accusa, andrà o meno in carcere, ma stabilirà anche quanto grande è l’impatto della disinformazione sugli elettori.

Ferdinando Marcos Junior, figlio dell’omonimo ex dittatore estromesso dalle Filippine 36 anni fa da una rivolta popolare, è infatti il favorito nella corsa alle presidenziali. Una sua vittoria rischia di far sprofondare ulteriormente il Paese nella morsa della disinformazione, che gli ha permesso di risanare il nome della famiglia, grazie ad una campagna sui social media iniziata ormai dieci anni fa.

Parte del motivo per cui è successo è dovuto alle operazioni di informazione che hanno letteralmente cambiato la storia davanti ai nostri occhici dice Maria RessaSe Marcos vince le elezioni è in parte perché le operazioni di informazione hanno funzionato e in parte perché è un mondo molto complesso, mentre le persone vogliono un mondo semplificato”.

Per Ressa il fenomeno è ormai globale e influenzerà decine di elezioni che si terranno in tutto il mondo. La Premio Nobel per la pace parla spesso di come i social media sono diventati un sistema di modifica del comportamento: una bugia ripetuta un milione di volte, diventa un fatto: “È avvenuto in Crimea, in Ucraina, negli Stati Uniti ed ora nelle Filippine. Se dici una bugia un milione di volte dal basso all’alto e quella stessa bugia viene raccontata dall’alto verso il basso, sostanzialmente riorienti la realtà, e quando succede perdi i fatti, perdi la verità, distruggi la fiducia”.

È un momento critico quindi per il giornalismo indipendente, per la verità di cui Ressa si occupa con determinazione da più di 30 anni e per cui è stata attaccata dal governo del controverso Presidente Rodrigo Duterte, che ha cercato di mettere il bavaglio alle voci critiche come la sua, soprattutto dopo la brutale guerra contro la droga, che ha inorridito il mondo ed ucciso 20 mila persone, secondo le stime dei difensori dei diritti umani.

“C’è molto in gioco per le Filippine. Usciamo da sei anni di violazioni costituzionali che non riesco nemmeno a descrivere. Dai un’occhiata agli indici di democrazia e libertà, agli attacchi al giornalismo: potrai costatare come la regressione e l’aumento della perdita delle nostre libertà nell’ultimo decennio siano state incredibilmente importanti, e i social media hanno accelerato il processo”

Per la premio Nobel i social media appiattiscono e prosciugano il significato delle parole, che diventano merce. “La più grande piattaforma di distribuzione di notizie al mondo, Facebook, dà la priorità alla diffusione di bugie, oltretutto intrise di rabbia e odio rispetto a persone e fatti. Lo dice uno studio del MIT, pubblicato già nel 2018. Quindi, se danno la priorità alla diffusione delle bugie, quali sono le conseguenze sulle notizie, sui giornalisti, e dunque sulla nostra vita?”. Per Maria Ressa siamo molto al di là del ‘semplice’ problema della libertà di stampa. Le piattaforme tecnologiche, è convinta, sono quelle che determinano quale tipo di giornalismo vince, mentre la struttura degli incentivi sui social media è contraria al giornalismo. Quindi sensibilizzare il pubblico sul funzionamento di internet, sulla manipolazione dei social media, rimane cruciale: la sua piattaforma di notizie online, Rappler, si focalizza su tre pilastri per farlo: la tecnologia, il giornalismo investigativo e la comunità.

E conclude: “La tecnologia fa ora parte del nostro mondo e sta ridefinendo ogni cosa. Bisogna essere su internet, ma ironicamente e paradossalmente proprio le piattaforme tecnologiche americane, che si presume vogliano battersi per la libertà di pensiero e di parola compromettono le democrazie, rendendo la vita dei giornalisti sempre più difficile”.

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