La condanna in sordina di Michelle Bachelet alla Cina

La condanna in sordina di Michelle Bachelet alla Cina

Quanto occorrerà attendere prima che qualcuno riesca a fare davvero qualcosa in favore degli uiguri?


Loretta Dalpozzo
Loretta Dalpozzo
La condanna in sordina di Michelle Bachelet...

Non sarà Michelle Bachelet, che ha lasciato l’incarico di Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite il 31 agosto dopo quattro anni, a dare seguito alle conclusioni pubblicate nel rapporto ONU sulle violazioni dei diritti umani nello Xinjiang. La “patata bollente” passerà nella mani del suo successore.

Il documento pubblicato nell’ultimo giorno del suo mandato dopo quasi un anno di attesa, afferma che il governo cinese ha commesso abusi che potrebbero equivalere a crimini contro l’umanità prendendo di mira gli uiguri e altre comunità turche nella regione autonoma. Il rapporto contiene resoconti delle vittime che confermano la detenzione arbitraria di massa, la tortura, la persecuzione culturale, il lavoro forzato e altre gravi violazioni dei diritti umani. I risultati sono coerenti con quelli raccolti da accademici, giornalisti e organizzazioni per i diritti umani, sin dal 2017.

Per Agnés Callamard, la Segretaria Generale di Amnesty International, “l’imperdonabile ritardo nella pubblicazione di questo documento macchia il bilancio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani, ma questo non ne dovrebbe sminuire l’importanza”. La delusione è condivisa anche dalla Conferenza mondiale uigura, che si aspettava una presa di posizione più forte contro la Cina.

Il fatto che l’ex Presidente cilena abbia aspettato fino al giorno della sua partenza per pubblicare i risultati dell’investigazione, la dice lunga sulla difficile relazione con la Cina. Il rischio e la paura delle organizzazioni per i diritti umani è che la tempistica della pubblicazione, ne riduca l’impatto, lasciando nel limbo il “seguito”.

Secondo Human rights watch, le vittime e le loro famiglie hanno finalmente visto riconosciuta la persecuzione del governo cinese e possono chiedere alle Nazioni Unite e ai suoi Stati membri un’azione concreta per punire i responsabili. Ma non sarà Bachelet ad occuparsene. E quindi quanto dovremo aspettare prima che l’ONU e la comunità internazionale agiscano di fronte a prove credibili sugli abusi commessi nello Xinjiang?

La diplomatica era da tempo sotto pressione dai gruppi per i diritti umani da una parte, che ne chiedevano una pubblicazione immediata e dalla Cina dall’altra, che voleva invece fermare qualsiasi diffusione del rapporto, tanto che i dubbi su cosa, quanto e quando pubblicare, erano chiari da tempo. Nello spiegare il ritardo, Bachelet ha affermato di “volere la massima cura per affrontare le risposte e gli input ricevuti dal governo cinese”. Le Nazioni Unite hanno infatti allegato una confutazione di 131 pagine della Cina, suscitando nuove critiche. Pechino ha definito il rapporto una “valutazione basata su disinformazione e bugie”

Durante il suo mandato, Michelle Bachelet è stata attaccata per non aver saputo tenere testa a Pechino. La sua visita di sei giorni alla fine di maggio nello Xinjiang, dopo anni di negoziazioni, è stata definita una farsa dai suoi detrattori a causa del mancato accesso a luoghi e persone chiave. Per lei si è trattato di “un’opportunità per tenere discussioni dirette con i leader più importanti della Cina – sui diritti umani al fine di sostenere la Cina nell’adempimento dei suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale sui diritti umani”. La conferenza stampa che ne seguì, priva di messaggi significativi, aveva soltanto alimentato le perplessità sulla paladina ONU dei diritti umani.

Bachelet ha biasimato la “politicizzazione” della questione, che, secondo lei, ha impedito “la creazione di fiducia e la capacità di avere davvero un impatto sul terreno”. Sta di fatto che il suo tentativo di raggiungere risultati diversi dai suoi predecessori, attraverso la diplomazia personale e il dialogo dietro le quinte, è fallito.

L’attenzione si sposta ora verso chi farà, cosa. Gli attivisti per i diritti degli uiguri chiedono l’istituzione di una commissione d’inchiesta e invitano le aziende di tutto il mondo a tagliare tutti i legami con chiunque favorisca il governo cinese nella sua gestione degli uiguri. Il rapporto di Bachelet dovrebbe spingere le aziende e i governi a migliorare la trasparenza nella catena di approvvigionamento e la responsabilità di tutti. Human Rights Watch ha suggerito di presentare formalmente e urgentemente il rapporto al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

I più ottimisti pensano che il rapporto impedirà le deportazione degli uiguri in Cina e, come successo in passato, potrebbe spingere Pechino ad accorciare la detenzione di alcuni detenuti. Criticata da più parti e su più fronti, è difficile immaginare che la Cina cambierà rotta nello Xinjiang come risultato delle condanne internazionali, ma l’unico modo per scoprirlo è continuare ad esercitare pressione e dare eco ad un rapporto pubblicato quasi in sordina.

Nell’immagine: opera dell’artista dissidente cinese Badiucao

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