E ora, in Israele?

E ora, in Israele?

Dopo la morte di Abraham B. Yehoshua quale figura letteraria potrà farsi paladina della lotta politica in Israele?


Simona Sala
Simona Sala
E ora, in Israele?

Abraham B. Yehoshua in fondo aveva optato per lo stato unico. Ce lo aveva già raccontato nel 2016, in occasione di un incontro a Lugano, quando con toni accesi e quel fervore sanguigno e scoppiettante che contraddistingueva le sue argomentazioni, aveva spiegato come purtroppo non vi fossero più i presupposti per credere in una soluzione dei due stati per Israele. Lo diceva con una rassegnazione in qualche modo mista a rabbia, lui, che nel 1993 (anno degli accordi di Oslo, con Clinton, Rabin e Arafat) aveva creduto, insieme ad altri due grandi maestri della letteratura israeliana come Amos Oz e David Grossman, nella possibilità di una soluzione di pace che permettesse al Paese fondato nel 1948 di uscire da uno stallo politico che si era abbattuto sui suoi protagonisti con guerre e violenza. Isolato nel suo attivismo politico, pur rimanendo coinvolto nel dibattito pubblico a livello ideologico, aveva lottato fino all’ultimo affinché qualcuno appartenente alle nuove generazioni potesse raccogliere il suo testimone, e continuare a fare sentire l’importanza di voci che si opponessero al mainstream politico, caratterizzato da una destra sempre più importante e da un’occupazione scriteriata e immorale.

Riusciranno un Eshkol Nevo o una Zeruya Shalev, un Dror Mishani o un Meir Shalev, ossia autori contemporanei, di successo ed esperienza, apprezzati anche all’estero, ad alzare la loro voce contro occupazione e soprusi?

Il venir meno dell’attivismo politico è colpa anche della cultura, aveva dichiarato Yehoshua, con un pizzico di quella provocazione che gli piaceva, sempre nel 2016. Una cultura onnivora e iperpresenzialista, che ruba sempre più spesso idee e forza alla lotta: “Mancano sempre più le energie per la protesta e il lavoro politico. Se un tempo si cercava attivamente un dialogo con i palestinesi, oggi si preferisce farne un film, ricavandone sicuramente maggiore soddisfazione. Io non ho nulla contro la cultura, ma questa mancanza di attenzione verso quanto succede mi preoccupa” (ma, ci verrebbe da dire, il fenomeno non riguarda solo Israele, in un mondo socializzato come quello in cui viviamo, in cui i protagonisti della cultura sono spesso più intenti a mettere in scena sé stessi che non a spendersi per le grandi tematiche socio-ambientali del nostro tempo).

Di Yehoshua, indiscusso protagonista della cosiddetta Weltliteratur del 900 restano i romanzi, che sono un capitale e un patrimonio importanti (pur senza dimenticare la produzione saggistica, come Antisemitismo e sionismo), a partire dai primi racconti, vere e proprie chicche surrealiste, fino al capolavoro Il signor Mani, in cui in un lungo percorso a ritroso, lo scrittore ricalca le orme di sette generazioni, e forse in qualche modo anche quelle della propria anima di ebreo sefardita. Vi sono poi L’amante, Un divorzio tardivo, Viaggio alla fine del millennio, La sposa liberata, Cinque stagioni, tutti romanzi appartenenti a un periodo fertile e ricco, in cui l’autore israeliano era acclamato e consultato un po’ ovunque, sia per la sua idea di letteratura, sia per la spontaneità e la generosità con cui si spendeva a parlare della propria giovane nazione.

La grandeur prima surrealista e poi quasi epica che aveva caratterizzato quei lavori si era con gli anni attutita, trasformandolo in un narratore di dimensioni più intime e raccolte, fino al suo ultimo e ben accolto La figlia unica, parzialmente ispirato alle vicende personali di Sarah Parenzo, incontrata mentre era impegnata in un dottorato di ricerca sulla sua fortunatissima ricezione italiana.

Proprio da quest’utimo libro, in ricordo del grande scrittore, proponiamo, significativamente, le pagine iniziali.

L’insegnante non sente bussare alla porta. E nemmeno gli alunni, completamente assorti nel racconto. È l’ultima ora di lezione prima delle vacanze natalizie e dalle grandi finestre si vedono svolazzare tardive foglie autunnali. Nel cortile, accanto a genitori arrivati a prendere i ragazzi più piccoli, si accalcano gli studenti degli ultimi anni, che faticano a separarsi gli uni dagli altri. Ma la professoressa Emilia Gironi, che ha sostituito per un anno un’altra insegnante in maternità ed è oggi al suo ultimo giorno di lavoro, è ben decisa a non lasciare liberi i suoi alunni se non dipo aver finito di riversare in loro lo spirito candido e umanitario di Edmondo De Amicis.

Soltanto Andrea, sconcertato dal fatto che il personaggio del giovane Ciccillo insista ad accudire un estraneo moribondo anziché tornare al suo paese con il padre guarito, si accorge dei colpi alla porta e si affretta a interrompere il racconto: – Prof, hanno bussato.

L’insegnante va ad aprire con la sua copia di Cuore ancora in mano. – Ciccillo! – esclama divertita nel riconoscere un suo vecchio studente, che sembra uscito direttamente dalle pagine del libro. È stato mandato per riferire che l’alunna Rachele Luzzatto deve presentarsi dalla preside con zaino e cappotto.

Al centro della classe, quasi si aspettasse quella chiamata, si alza una bella ragazzina, alta, con i capelli ricci e gli occhi luminosi. Infila rapidamente nello zaino libri e quaderni e poi va a prendere il cappotto, con passo leggero. Per l’insegnante, però, non è facile congedarsi per l’ultima volta da un’alunna a cui si è affezionata. La trattiene, le allaccia un nastrino di seta al polso sottile: – Chiedi a tuo padre che ti trovi Cuore. Così potrai finire di leggere questo racconto, e magari anche gli altri.

-Ma abbiamo già letto tutto il libro alle elementari, – protesta Rachele, – perché dovrei rileggerlo? -Perché ci si dimentica, – risponde l’insegnante, – e invece bisogna ricordare. E a gennaio vieni a trovarmi, così mi racconterai cos’hai provato e pensato, se ti sei rattristata o, chissà, magari ti sei commossa per il malato sconosciuto o per Ciccillo, che non voleva abbandonarlo.

-Ma come farò a raccontarglielo? – domanda Rachele. – Lei non ci sarà più, non sarà più la nostra insegnante.

La professoressa sorride. – Vieni a trovarmi a casa. Ecco, questo nastrino di seta ti ricorderà di me.

Con mano leggera accarezza la testa riccioluta della ragazza e l’accompagna, insieme allo studente, nel corridoio in penombra, rischiarato ogni tanto dalla luce delle aule vuote.

Da Abraham B. Yehoshua, la figlia unica, (trad. di Alessandra Shomroni), Einaudi 2021

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