Di mercati e di sussidi

Insostenibile la proposta di sospendere gli aiuti dello Stato all'economia cantonale


Spartaco Greppi
Spartaco Greppi
Di mercati e di sussidi

In un intervento su laRegione del 9 agosto [disponibile solo nell’edizione stampata, ndr] il capogruppo Udc in Gran consiglio, Sergio Morisoli ha auspicato l’eliminazione dei sussidi all’economia cantonale. Già nelle prime righe l’articolo è esplicito: “Il vero patto per il rilancio post Covid-19 dovrebbe essere così: Stato, tieniti i circa 160 milioni di franchi che spendi a quadriennio, versandoli direttamente all’economia, ma liberaci dai 160 articoli di legge che la soffocano”. Sull’intervento di Morisoli abbiamo chiesto un’opinione all’economista Spartaco Greppi, responsabile del Centro competenze lavoro, welfare e società presso la Supsi.


“Mercati liberi da interferenze dello Stato e libero agire dei partecipanti al mercato sono la garanzia per un’allocazione efficiente delle risorse”. Le persone devono essere lasciate libere di scegliere, come recita il titolo di un famoso libro di Milton e Rose Friedman, difensori a oltranza del libero mercato, tanto da aver eletto il Cile di Pinochet laboratorio di una totale libertà dei mercati in un contesto di un’altrettanta totale illibertà politica. Laboratorio tragico, poi fallito anche economicamente, come ben sappiamo.

In realtà, il libero mercato non esiste, se non nella decotta retorica di chi ne sostiene le presunte, e mai provate, virtù.

Come insegna anche la teoria economica, la società risponde all’incapacità dei meccanismi di mercato di produrre soluzioni ottimali, creando istituzioni non di mercato, appunto. A prescindere, lo Stato è sempre coinvolto in qualche modo nel funzionamento dei mercati, non fosse altro che stabilendo regole e limiti accettati politicamente, salvo poi rimetterli in discussione a seconda del prevalere di questo o quel motivo, anch’esso condizionato politicamente. E il fatto che tra le regioni più disastrate del mondo vi siano state quelle che più di altre rispecchiavano il prototipo del libero mercato, con individui amorali alla ricerca del proprio esclusivo interesse personale, vorrà pur dire qualcosa.

La densità normativa, poi, non è certo determinata esclusivamente da fanatici statalisti, se è vero che in questi ultimi trent’anni hanno governato un po’ dappertutto neoliberisti di varia estrazione. Che dire poi dello stimolo all’economia prodotto dallo Stato, anche dal nostro, negli ultimi settant’anni, per limitarci al Dopoguerra? Certo, può sembrare allettante rinunciare a 40 milioni di franchi all’anno di sussidi versandoli direttamente ai cittadini, tra i quali gli stessi che da un giorno all’altro si ritrovano senza attività, comunque rispettabile, seppur (forse) decotta. Ma con poche decine di franchi in più a persona adulta non si stimola un bel nulla, a maggior ragione in un clima di incertezza come quello che stiamo vivendo.

A meno che non si creda alle favole. Come quella della spinta alla crescita economica determinata da una riduzione della pressione fiscale. Una favola, appunto, che non ha mai avuto il benché minimo e incontrovertibile riscontro empirico. La pandemia ha mostrato proprio l’importanza dello Stato, e dello Stato sociale in particolare, che con i suoi strumenti e la sua flessibilità residua, ossia quella che non è (ancora) stata intaccata dalla frenesia neoliberista, ha saputo dare una risposta ai bisogni di buona parte delle persone colpite duramente dalla crisi. Lacci e lacciuoli sono stati messi proprio da coloro che hanno osteggiato le misure di intervento, rendendo l’accesso alle misure più complesso, macchinoso e selettivo.

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