Autodeterminazione: domande scomode che richiamano altre domande e qualche contestualizzazione

Autodeterminazione: domande scomode che richiamano altre domande e qualche contestualizzazione

A proposito di pace e dei criteri per arrivarci su cui bisogna saper distinguere, anche se nel caso dell’Ucraina non ci possono essere dubbi - Di Rolf Schürch


Redazione
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Autodeterminazione: domande scomode che...

Mi permetto di prendere spunto dall’interessante articolo “Ucraina: domande scomode” pubblicato in questo sito a firma Delta Geiler Caroli. Non ho nulla contro il sacrosanto diritto all’autodeterminazione dei popoli, ci mancherebbe. Ma detto principio fondamentale va considerato nei diversi contesti, insomma contestualizzato, e ponderato in tutti i suoi aspetti, culturali, sociali, istituzionali e anche storici. 

In questo senso, per esempio, l’indipendenza del Kosovo (di etnia albanese) è controversa e presenta il problema irrisolto della minoranza serba, che parrebbe discriminata a sua volta, come in precedenza i cittadini di etnia albanese all’interno della stessa Serbia. E la nazione curda? O le minoranze fiamminga, basca (binazionale), corsa, addirittura lombarda? L’ex-Jugoslavia si è dissolta sulla base delle contrapposizioni etniche e religiose, ma la stessa nazione era un costrutto artificiale. 

Inoltre, non esistono schemi simili e quindi riproducibili. Infatti, esistono realtà multietniche in ogni dove, o plurilinguistiche, come il nostro paese. Credo che l’annosa questione giurassiana sia in primis di natura linguistica, e poi solo in seconda battuta politica. Mi è ignoto se i giurassiani sotto Berna fossero discriminati in qualche maniera, sul piano istituzionale dei diritti, culturale o sociale. Avevano meno diritti dei bernesi germanofoni? Ne dubito fortemente. 

L’esempio giurassiano non è in nessun modo accostabile alla situazione ucraina, da sempre intrisa di cultura e lingua russa. Sul rapporto, per secoli conflittuale, tra Russia e Ucraina invito gli interessati alla lettura di alcune pagine illuminanti, perché scritte da un autore russo dissidente e antisovietico, quindi indipendente culturalmente, ovvero Alexandr Solzenicyn, che in “Arcipelago gulag”, Tomo secondo, Parte Seconda ( “Il venticello della rivoluzione”) tra l’altro scrive: “(il) 5 febbraio 1919… l’Armata rossa occupò nuovamente la città (Kiev, ndr) –: i bolscevichi varcarono immediatamente la frontiera che avevano appena riconosciuto e imposero ai fratelli di sangue il loro potere. È vero che per altri quindici o vent’anni ci trastullammo in modo insistente e perfino inopportuno con la mova – lingua, in ucraino nel testo – ucraina, assicurando ai nostri fratelli che erano perfettamente indipendenti e potevano separarsi da noi quando lo volessero. Ma non appena vollero farlo davvero, alla fine della guerra (della seconda guerra mondiale, ndr), li dichiarammo “banderisti”, ci mettemmo a dar loro la caccia, a torturarli, condannarli a morte e mandarli nei lager.”

E ancora: …non bisogna chiudere gli occhi su ciò che significa la loro (degli ucraini, ndr) diffusa tensione di oggi (anni Sessanta del secolo scorso, ndr). Se le cose non si sono appianate nel corso di molti secoli, vuol dire che tocca a noi mostrarci ragionevoli. Abbiamo il dovere di rimettere la decisione a loro: ai federalisti o ai secessionisti, quelli che fra loro convinceranno gli altri”. Parole limpide e chiare, che a noi occidentali possono spiegare, solo in minima parte, la complessità della situazione dell’Ucraina come stato indipendente dall’impero zarista prima, e sovietico in seguito.

Non è accettabile – infatti la comunità internazionale tutta, Onu compresa, li hanno considerati una farsa priva di valore – che gli invasori (e criminali di guerra) russi organizzino referendum in casa d’altri, in tempo di occupazione militare e barbarie, facendo strame dell’articolo 2 paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite che sancisce l’intangibilità delle frontiere. 

Sono gli Ucraini che devono decidere del loro futuro assetto, e si badi, russofonia non significa affatto russofilia. Ucraini che accanto all’ucraino parlano il russo esistono da secoli nelle parti orientale e centrale del paese. Che questi stessi ucraini bilingui anelino alla madre Russia è tutto da dimostrare.

Sul piano dell’autodeterminazione delle “minoranze” russe non credo possa essere individuata alcuna ipotesi di pace. Cosa accadrebbe, in caso contrario, in Lituania, Lettonia e altrove con le rispettive minoranze russofone e per niente russofile? Si aprirebbero le porte al neoimperialismo putiniano?

Nell’immagine: come sarebbe l’Europa se ogni movimento separatista avesse successo (da Reddit.com)

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