Il voto più radicalizzato nella storia dell’Europarlamento

Il voto più radicalizzato nella storia dell’Europarlamento

Tra un mese e mezzo, le elezioni dell’assemblea che riunisce 27 nazioni: previsioni che annunciano l’avanzata delle destre continentali, ma fino a che punto e con quali conseguenze sul negoziato Berna-UE?


Maria Cecilia Cacciotto
Maria Cecilia Cacciotto
Il voto più radicalizzato nella storia...

Di Cecilia Cacciotto, giornalista “Euronews”

L’Europa è fatta, ma non è finita: dobbiamo ancora fare gli europei. Che si sentono prima di tutto cittadini del proprio paese e poi, ma solo in seconda battuta, cittadini europei. E fra meno di due mesi sono chiamati al voto per rinnovare il parlamento di Strasburgo. Si tratta della consultazione più radicalizzata nella storia dell’assemblea, per la prevista avanzata di una destra che tenterà di scardinare la storica maggioranza fra popolari e socialisti. Sono circa 500 milioni gli elettori chiamati alle urne tra il 6 e il 9 giugno: eleggeranno 720 deputati del parlamento di Strasburgo. Sulla carta, sono tanti. Ma sappiamo anche che a livello europeo il partito dell’astensione va molto forte; e invertire la tendenza appare tuttora problematico.

Fatta eccezione per la consultazione del 2019, negli ultimi vent’anni il numero di europei che è andato a votare non ha superato la soglia del 50%.

Quelle europee sono definite dai politologi come elezioni di “secondo livello”: ma basta questo per mettere a tacere la coscienza politica di chi pensa “non voto, tanto sono le europee”, quasi a dire non contano nulla? Certo che no, non può bastare, in primo luogo e semplicemente perché non è assolutamente vero.  E ce lo spiegano gli stessi politologi, sottolineando quanto della nostra vita sociale dipende dalle comuni decisioni adottate a Bruxelles. 

La Svizzera, poi, considerata la riapertura della lunga trattativa bilaterale Berna-UE per raggiungere, dopo anni di tensioni e sospensioni, il cosiddetto “Accordo quadro”, non può disinteressarsi agli equilibri politico-partitici che sul negoziato possono avere le elezioni in ambito comunitario. L’Unione Europea è di gran lunga il principale partner economico-commerciale della Confederazione, che da parte sua investe molto nelle 27 nazioni riunite nell’UE. Nella “capitale dell’Europa” tutti sanno che gli elettori elvetici sono stati quelli più sollecitati con votazioni popolari sul procedere delle relazioni fra il loro paese e l’Unione.

Tornando al voto di giugno, è evidente  che l’Europa è percepita fra i cittadini delle varie nazioni come un’entità lontana, complici anche noi giornalisti: le notizie europee sono sempre relegate nelle “ terre di mezzo “ dei notiziari, raramente aprono un telegiornale (a meno che non si tratti di uno scandalo), e nei giornali il richiamo in prima pagina, quando c’è, rimanda alle pagine più interne. 

È pur vero che raccontare l’Europa non è facile, il suo funzionamento è farraginoso, il dibattito su determinate tematiche, anche di rilievo, è destinato a diventare legge chissà quando, e chissà “se” (per non parlare del recepimento nelle legislazioni nazionali).

Tuttavia, almeno sulla carta, il prossimo voto europeo dovrebbe, se non proprio appassionare, quantomeno coinvolgere gli europei un po’ più che in passato, li riguarda più di quanto non credano. Perché i temi di cui si occuperà l’Europa nella prossima legislatura sono delicati: difesa comune, transizione energetica, disciplina dell’intelligenza artificiale. Perciò  il voto degli elettori può fare la differenza.

“L’Europa è lontana e soprattutto matrigna” , è il refrain che molti ripetono lasciandosi trasportare da venti populisti ed eurofobici. Ma con la consultazione per il parlamento di Strasburgo gli europei eleggono direttamente i propri rappresentanti e l’assemblea di Strasburgo resta la sola istituzione Ue scelta direttamente dai cittadini. E il fatto che ciò avvenga contemporaneamente in Stati diversi rimane un unicum sul piano mondiale.

Non è cosa da poco, e non è tutto. Con i vari Trattati, non ultimo quello di Lisbona del 2009 (relativo all’immigrazione illegale, che in modo indiretto riguarda anche la Svizzera), il ruolo legislativo del parlamento si è rafforzato. Al punto che possiamo addirittura affermare che ormai non c’è proposta di legge che possa passare senza che il parlamento lo voglia. Il parlamento infatti è a pieno titolo (e a pari merito con il Consiglio europeo, che riunisce invece i capi di Stato e di governo) co-legislatore nella stragrande maggioranza dei settori. Anzi ha un ruolo propositivo non trascurabile. Lo ha confermato il recente delicato dibattito sull’inserimento del diritto all’aborto nella Costituzione.

Sempre in questa logica, ormai da dieci anni è invalsa poi la regola secondo cui i partiti europei anticipano ancora prima del voto lo “spitzenkandidat” , ossia il nome del proprio candidato alla presidenza della Commissione. In teoria il gruppo che esprime la maggioranza relativa in assemblea avrà il diritto di esprimere il proprio candidato alla presidenza dell’esecutivo Ue. 

Il nome del presidente della Commissione viene indicato dal Consiglio europeo, a maggioranza qualificata, ma l’investitura deve ottenere il placet del Parlamento europeo. Con il proprio voto l’elettore europeo sceglie di conseguenza anche il presidente della Commissione.

 La campagna elettorale è iniziata e ogni Stato membro la declina a suo modo. E’ vissuta in alcuni Stati come un test per il governo in carica, in altri come anticipazione delle prossime elezioni nazionali; purtroppo, in questa impostazione, i grandi temi che interessano il futuro dell’Europa restano quasi secondari, a tutto vantaggio delle solite beghe nazionali. Fenomeno che praticamente accomuna tutti i 27 Stati membri.

Non mancano le incognite sulla prossima consultazione. In generale le previsioni dei sondaggisti dicono che nella futura assemblea Ue, il rapporto di forze non cambierà in maniera drastica; ma, stando a un sondaggio Ipsos, commissionato da Euronews e pubblicato nella seconda metà di marzo, le formazioni di estrema destra dovrebbero rafforzarsi. E’ sul ‘quanto’, non sul ‘se’, che si giocherà la partita.

Le formazioni di estrema destra, euroscettiche o addirittura eurofobiche, sono portatrici di discorsi e ideologie che obiettivamente minano l’autorevolezza dell’Unione e delle sue istituzioni anche agli occhi dei cittadini: alcune propugnano ancora il ritorno alla moneta nazionale e il ripristino di “confini chiusi” per difendere gli interessi nazionali. Cavalcano un malessere generale, che non è solo europeo: in tempi di magra, in cui la distribuzione dei benefici è diventata distribuzione di debito, hanno vita facile e facile presa sui più fragili.

Questa è la terza buona ragione per andare a votare, visto che il partito dell’astensionismo favorisce sempre le formazioni estremiste. Che rappresentano legittimamente i propri elettori, certo. Ma se il “diritto” di voto fosse sentito un po’ più come “dovere”, e se gli elettori a giugno andassero in massa ad esprimere la propria preferenza, sarebbe molto probabilmente l’Europa più sociale e solidale a prevalere. 

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