Ucraina due anni di guerra – Il conflitto «a pezzi» ha una storia di  trent’anni

Ucraina due anni di guerra – Il conflitto «a pezzi» ha una storia di trent’anni

Per provare a comprenderne un po’ di più gli sviluppi basta essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso


Paolo Favilli
Paolo Favilli
Ucraina due anni di guerra – Il conflitto «a...

«È una gran cosa essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso. Di solito non lo facciamo, ma è un grande talento da coltivare». Si tratta di un’affermazione espressa nell’immediato dopoguerra dal grande saggista Dwight Macdonald, ripresa poi da Noam Chomsky nel suo Le conseguenze del capitalismo del 2021. Per comprendere la «guerra mondiale a pezzi» che si sta svolgendo sotto il nostro naso bisogna cercare di vedere quello che sotto il nostro naso era già evidente agli inizi degli anni Novanta del Novecento. 

Zbigniew Brzezinski, nel 1993 (Il mondo fuori controllo) e poi soprattutto nel 1997 (La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana), aveva costruito il quadro teorico entro il quale doveva muoversi, in maniera articolata, tutta l’immensa forza di cui disponeva la potenza vincitrice della guerra fredda. Il nuovo ordine mondiale, il modo in cui la globalizzazione doveva essere governata, non sarebbero stati il frutto della naturale espansione del libero mercato, bensì di una realtà da plasmare in maniera tale che l’affermazione del Washington consensus potesse svolgersi in piena sicurezza. 

Per plasmare il nuovo ordine mondiale occorreva una politica internazionale che non si limitasse alla difesa di uno statu quo, che pure era il risultato di una vittoria epocale sull’Urss, il nemico storico del Novecento. Occorreva una politica costante di intervento in tutte quelle aree del mondo in cui il momento unipolare potesse essere messo in pericolo dal sorgere di attori competitivi. In questa visione ogni area del mondo è considerata solo per la sua funzione geostrategica sul piano di una scacchiera nella quale il primum movens dei pezzi rimane il mantenimento dell’American Superpower. Persino la vecchia Europa appare sulla scacchiera come «l’essenziale testa di ponte geopolitica dell’America» (A Geostrategy for Eurasia, «Foreign Affairs», September 1, 1997). E l’Ucraina come territorio da sottrarre in ogni modo ai residui di influenza russa. 

Tale sistematica «teorica» si è successivamente articolata in numerosi elaborati di ogni livello prodotti da centri studi e da centri operativi statunitensi. Una ricca documentazione del tutto sotto il nostro naso. E si è articolata, soprattutto, nella guerra continua che, a partire dai bombardamenti Nato di quella che era, seppure in dimensioni ridotte, ancora la repubblica Federale di Jugoslavia, ha progressivamente interessato tutte le aree dell’intervento attivo indicato da Brzezinski. 

Questo insieme di relazioni, che è davvero sotto il nostro naso, ha nella guerra il suo principio dinamico. Nell’esercizio teorizzato e praticato della guerra confluiscono tutti gli aspetti contraddittori dei modi di accumulazione caratterizzanti le diverse forme di capitalismo che si confrontano. Gli imperialismi conflittuali di oggi si manifestano in forma assai diversa rispetto a quella considerata come l’età classica dell’Imperialismo. Necessario dunque operare per distinzioni, avendo ben presente, però, che la meccanica della centralizzazione del capitale accomuna nel profondo tanto la belle époque, che l’età, da poco alle spalle, dell’euforia globalizzante. A ognuna il suo 1914? Meccanica della centralizzazione e meccanica della competizione sono elementi strutturalmente compenetrati nel «nuovo conflitto imperialista», come recita il sottotitolo di La guerra capitalista, (Brancaccio, Giammetti, Lucarelli, 2022): un «libro da leggere» (copyright Piergiorgio Bellocchio, «Quaderni Piacentini»). 

I pezzi della guerra mondiale in atto, se lasciati alle loro dinamiche naturali, hanno possibilità di saldarsi tutt’altro che esigue. Perciò la realtà intrisa di bellicismo così pervasiva nel momento attuale, è la questione del nostro tempo. La stessa questione sociale, così dipendente dai rapporti di dominio che la guerra ridefinisce continuamente, deve esserne pensata come aspetto. 

L’orrore che ci sovrasta non può essere combattuto solo con posizioni ireniche, che pure sono ammirevoli e indispensabili. In Italia, in questo momento, si sta discutendo della presentazione alle prossime elezioni europee di una lista non tanto pacifista, bensì contro la guerra. Il che significa contro le ragioni della guerra. È essenziale che l’iniziativa in corso abbia esiti positivi. È anche il modo di rifiutare l’immagine dell’Occidente che la retorica bellicista imperante agita come condizione necessaria per la vittoria. Il nostro Occidente non è quello di Pizarro e di Cortés così intrinseco al sistema teorico di Brzezinski, ma quello fecondo di umanismo e giustizia evocato da Erasmo da Rotterdam. 

Nell’immagine: Erasmo da Rotterdam (1466-1536) e una sua massima: i mali che non si avvertono son i più pericolosi

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