Democrazie contro dittature in Ucraina?

Democrazie contro dittature in Ucraina?

Perché la lotta per la democrazia è essenziale anche per la lotta contro la guerra


Paolo Favilli
Paolo Favilli
Democrazie contro dittature in Ucraina?

In un recente intervento sull’elogio del «però» come prima consapevolezza dell’esercizio della critica nei confronti di affermazione apodittiche, ho sostenuto che la rappresentazione della guerra in atto come scontro di civiltà tra universo delle democrazie e universo delle dittature, è «narrazione caricaturale e propagandistica. Però…». A rafforzarne il carattere caricaturale e propagandistico la dichiarazione di Biden (21 aprile): «gli Stati Uniti non rinunceranno mai a combattere contro i tiranni»; un «mai» atemporale evidentemente.  Un «mai» simbolo della funzione storica che la democrazia americana si attribuisce, naturale portato della propria «eccezionalità».

Negli svolgimenti effettuali di quasi due secoli di attività politico-militare statunitense al di fuori dei propri confini, tale proposizione è stata quasi sempre subordinata alla dottrina Monroe (1823), con codicilli aggiunti via via da molti dei presidenti che sono seguiti, fino ad aggi. Se Monroe aveva limitato l’area degli interessi statunitensi al continente americano, altri presidenti l’hanno estesa al mondo intero. Si comprende bene come in un esercizio di potenza di tale dimensione le posizioni di principio siano destinate ad essere solo foglie di fico. Certo i dittatori sono tutti «figli di puttana», ma ci sono i figli di puttana in proprio e i «nostri figli di puttana». Cosi recita una proposizione attribuita ad un presidente americano e riferita al dittatore nicaraguense Anastasio Somoza, e che ha cambiato, nel tempo, il nome del dittatore di turno.

Il fatto che uno degli imperialismi in conflitto, quello di gran lunga più forte (Stati Uniti con la loro dependence Nato, superano il 50% della spesa militare mondiale) si autorappresenti per mezzo di fraseologia mistificante, non ci esime, «però», dalla necessità di considerare che questo complesso basato su un tale sistema militar-industriale, sia espressione di Stati che, nella loro maggioranza, possono definirsi «democratici». Si tratta di un dato di realtà di fronte al quale ci si può porre in modo apologetico, cioè ideologico, o in modo critico, cioè demistificatorio.

Gli apologeti ci ripetono in continuazione che si tratta certo di democrazie «imperfette», ma comunque migliori, come a suo tempo diceva Churchill, di tutte le altre forme di governo sperimentate. Tenuto conto che storicamente la «perfezione» di un sistema (politico, sociale, economico) è al di fuori di ogni prospettiva realistica, la suddetta formulazione esprime il carattere naturalmente razionale delle democrazie esistenti; il migliore dei mondi possibili, secondo definizione panglossiana.

Al contrario la democrazia non ha niente di naturalmente dato, bensì è tensione verso forme progressivamente più compiute di eguaglianza. Forme risultanti di conflitti anche assai aspri. Perciò, come ogni processo storico, la democrazia, a seconda degli esiti dei conflitti, può svilupparsi, retrocedere, addirittura annullare i parametri principali in grado di definirla come tale.

L’imponente letteratura che negli ultimi vent’anni si è interrogata sulle ragioni e le modalità dell’attuale generalizzazione dello stato di «postdemocrazia», ha analizzato a fondo gli aspetti essenziali della «grande contraddizione» intervenuta dopo i «trenta gloriosi».

L’espansione della democrazia è effetto primario delle logiche della lotta di classe. La lotta di classe dal basso è l’antitesi principale del nazionalismo ben radicato nell’insieme della cultura e della prassi imperialistica.

Dominio ed egemonia di oligarchie economiche all’interno di determinati spazi politici annullano o limitano fortemente l’esercizio di una benefica democrazia conflittuale. Che il conflitto di classe portasse a risultati positivi per la comunità intera, i grandi pensatori lo avevano già rilevato studiando le dinamiche della formazione e del consolidamento dello stato moderno. In ogni «repubblica» – aveva affermato Machiavelli – si scontrano due interessi fondamentali: «quello del popolo e quello dei grandi» e si deve essere consapevoli di «come tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro» [Discorsi…, (1513-19)]. I «grandi» sono davvero egemoni quando riescono a far diventare senso comune l’ideologia per la quale i loro interessi coincidono con quelli della società intera. Esattamente il quadro attuale delle nostre «postdemocrazie».

L’esaurimento della conflittualità interna agli Stati, o il suo disperdersi in rivoli non comunicanti, toglie ostacoli alla conflittualità esterna, frutto di un mondo in cui si parla ovunque la stessa lingua, quella del profitto, ma nel contesto di tipologie diverse di capitalismo. Tipologie diverse con interessi diversi concernenti il controllo delle linee globali di formazione del valore. Capitalismi diversi vuol dire anche imperialismi diversi, il cui antagonismo è passibile di confronto armato.

Ecco perché la lotta per la crescita della democrazia, la lotta di classe, deve essere perseguita anche come momento essenziale della lotta contro la guerra.

Nell’immagine: Santi di Tito, Ritratto di Machiavelli (1550 ca.)

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