Sparizione forzata in Colombia

Sparizione forzata in Colombia

In un audiodocumentario diffuso in varie piattaforme e disponibile anche sulla nostra zattera una vicenda sconosciuta e terribile della vita sociale e politica colombiana


Tullio Togni
Tullio Togni
Sparizione forzata in Colombia

Arrivai in Colombia il primo maggio 2021. Il paese era in ebollizione da 3 giorni: la protesta sociale poi conosciuta come Paro Nacional – “Sciopero nazionale”, aveva scosso il paese a ritmo di tamburi, canti, slogan, colori e soprattutto all’insegna di un forte “No” alla riforma finanziaria di stampo neoliberale imposta dall’allora governo di Ivan Duque, delfino di Álvaro Uribe, ex-presidente e padrino del paramilitarismo in Colombia. A parar para avanzar era il motto della sollevazione popolare che sarebbe durata tre mesi: “fermarsi tutti/e per andare avanti”, un ossimoro che risultò vincente su vari aspetti, come il ritiro del progetto di riforma, le dimissioni dell’allora ministro delle finanze Alberto Carrasquilla, e soprattutto la presa di coscienza da parte di società civile e movimenti sociali di poter stare insieme all’opposizione e nelle piazze: dai sindacati agli studenti, passando per il movimento indigeno, quello afrocolombiano e i settori contadini, solo per citarne alcuni. Una rivolta collettiva contro il sistema economico, la classe politica, l’oligarchia, la disuguaglianza e la violenza endemica, che dovette però pagare un prezzo altissimo: 83 vittime per mano della polizia, centinaia di prigionieri politici e migliaia di feriti.

La mia prima impressione non appena arrivato in Colombia fu quella di chi legge e si prepara sul piano teorico, ma sa che per quanto ci provi, non riuscirà – almeno nell’immediato – a comprendere e restituire davvero la realtà e il contesto. Ad aprirmi gli occhi fu il caso di Dubán, un giovane diciassettenne di un quartiere popolare di Bogotá che come molti altri prese parte alle manifestazioni frequentando il punto di ritrovo di Portal de las Americas, ribattezzato Portal Resistencia. Dubán scomparve una notte di giugno al margine di violenti scontri con la polizia e di lui non si seppe più nulla. Ma la madre Cecilia, spinta dall’amore e dall’angoscia, intraprese una ricerca disperata finché di suo figlio, un mese dopo, non riapparve il corpo, galleggiante in un riale poco distante come spesso accade in questi casi. “Fu la polizia”, mi disse la signora Cecilia un anno e mezzo più tardi quando la intervistai per l’audiodocumentario a cui stavo lavorando; “lo presero, lo torturarono e poi lo fecero sparire: fu una sparizione forzata per lui e fu una tortura per me”.

Per quanto mi riguarda, invece, fu il mio primo tuffo nella profondità della violenza sociopolitica in Colombia, di cui la sparizione forzata è forse lo strumento più subdolo e terrificante.

Sparizione forzata: l’occultamento di una persona e la negazione a dire dove si trovi o che ne sia stato di lei. A partire da questa definizione sterile ho voluto andare un po’ più a fondo per cercare di capire quale fosse l’impatto reale della perdita improvvisa di una persona cara e della mancanza assoluta di notizie sul suo conto. Così, grazie alla collaborazione di alcune associazioni colombiane di vittime di sparizione forzata, sono entrato in contatto con numerosi famigliari che hanno vissuto questa terribile esperienza, e benché inizialmente quasi tutti mi dicessero che “non si può capire che cosa sia la sparizione forzata se non la si è vissuta sulla propria pelle”, ne è uscita una sorta di geografia immaginaria di questo crimine, segnata da alcune parole chiave che hanno assunto la funzione di punti cardinali: sparizione, ricerca e giustizia, impunità e ri-vittimizzazione, dolore, memoria e verità. Ne è uscita altresì una chiave di lettura del conflitto interno colombiano e, più in generale, delle dinamiche della violenza sociopolitica. Sì, perché come dice la direttrice della controversa Unità di Ricerca delle Persone Vittime di Sparizione Forzata nata con gli Accordi di Pace del 2016, siamo di fronte a un fenomeno radicato e strutturale, che va avanti in modo sistematico dal 1948 fino ad oggi. Lo confermano i numeri e le statistiche – benché spesso in conflitto fra loro – secondo cui si arriva a un totale di oltre 200’000 vittime di sparizione forzata.

200’000 e più storie personali intrecciate alla storia ufficiale, o almeno a quella che viene raccontata: è quanto ho cercato di riproporre – nel mio “infinitamente piccolo” – con questo documentario/reportage realizzato alla fine del 2022, provando a orientarmi fin dall’inizio in questo immenso campo minato a partire dalla domanda che si pone Luz Marina, la portavoce del MOVICE, il Movimento delle Vittime dei Crimini di Stato: “perché la sparizione forzata è un crimine di Stato?”.

Di fronte alla tendenza di accomunare le responsabilità e gli orrori della guerra, il documentario cerca di attenersi il più possibile alla voce delle vittime e alle loro analisi del fenomeno della sparizione forzata, così da “fare ordine” e mostrare quali sono state le condizioni, le narrazioni, le relazioni di potere che hanno permesso tutto questo. E che continuano a farlo, come dimostra la triste vicenda di Dubán e di molti/e altri/e.

Una versione più estesa e approfondita di questo audiodocumentario uscirà settimanalmente (4 episodi) in lingua spagnola sul portale colombiano pacifista.tv

Nell’immagine: candele in memoria delle vittime di “sparizione forzata” in Colombia

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