Una speranza chiamata Bernardo Arévalo per il Guatemala ed il Centro America

Una speranza chiamata Bernardo Arévalo per il Guatemala ed il Centro America

Con un nuovo presidente, in Guatemala si guarda ad un futuro democratico ma ci si prepara a contrastare un possibile colpo di stato e la deriva autoritaria


Tullio Togni
Tullio Togni
Una speranza chiamata Bernardo Arévalo per...

“Le elezioni sono solo un momento, il punto culminante di un intero processo: quel che davvero importa è la storia che vi sta alle spalle”. Parole sante, oseremmo dire, se si pensa che nel clima mediatico attuale relativo al genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele, troppo spesso si è vista negare la storia o farla iniziare il 7 ottobre 2023.

Non così per Fernando Solis, direttore della ventennale rivista guatemalteca di analisi marxista e gramsciana El Observador, alla vigilia dell’insediamento del governo progressista di Bernardo Arévalo.

Domenica 14 gennaio 2024 il piccolo e dimenticato Guatemala, con i suoi 17 milioni di abitanti, satellite fedele degli Stati Uniti nel Centro America, ha vissuto una giornata che può senz’altro definirsi storica per il suo valore simbolico: il sociologo Arévalo – conosciuto più semplicemente come Bernardo – è entrato nella casa presidenziale a Città del Guatemala insieme alla vicepresidente Karin Herrera in un clima “sorprendentemente calmo”, come lo ha definito Solis.

Lo stesso non può certo dirsi degli ultimi quattro mesi vissuti nel paese, caratterizzati da quello che è stato definito come un golpe blando orchestrato dalla magistratura e dal governo uscente di Alejandro Giammattei per impedire l’ascesa al potere di Arévalo; un periodo che è però anche stato segnato da una grande e costante mobilitazione sociale guidata dal movimento indigeno, a cui hanno preso parte ampi settori popolari, studenteschi e sindacali, a difesa della democrazia e dell’esito delle elezioni.

Un esito che aveva sorpreso tutti già nella prima giornata elettorale tenutasi il 25 giugno 2023, quando Sandra Torres, la candidata de la Unidad Nacional de la Esperanza – e della continuità, andrebbe aggiunto, delle élite al potere, come dimostra la natura del suo partito e il suo vincolo matrimoniale con l’ex presidente Álvaro Colom (2008-2011) – si posizionò al primo posto con il 15,7% dei voti, ma vide anche il successo inatteso di Bernardo Arévalo del movimento civico, progressista e anti-corruzione Semilla, che ottenne l’11,8% delle preferenze e si assicurò il ballottaggio, in programma il 25 agosto. Fu allora che la sorpresa si trasformò in sogno e realtà: con il 60,1% dei voti, Arévalo vinse le elezioni presidenziali.

Si apriva così un intenso periodo di instabilità e di attacchi alla democrazia: immediatamente dopo il voto, il governo uscente non ne riconobbe l’esito e chiese un riconteggio, che per altro confermò il risultato. Ma era solo l’inizio: il Pubblico Ministero e la Fiscalía Especial contra la Impunidad, un organo giudiziale accusato di accanirsi in realtà su chi denunciava casi di corruzione all’interno dell’establishment, mise in scena una vera e propria persecuzione contro il movimento Semilla, provando a togliergli la personalità giuridica, facendo irruzione ben quattro volte in poche settimane nelle sedi di conteggio delle schede alla ricerca di presunte irregolarità e orchestrando di fatto un vero e proprio golpe blando, il cui obiettivo era impedire a qualsiasi costo che il 14 gennaio 2024, Bernardo Arévalo si insediasse quale nuovo presidente del Guatemala.

Un tentativo di ostacolare il corso della democrazia che avrebbe facilmente avuto successo se non fosse stato per la sorprendente richiesta di Stati Uniti, Unione Europea e Organizzazione degli Stati Americani (OEA) di rispettare i risultati elettorali, ma soprattutto se non fosse stato per la grande mobilitazione sociale e popolare. Cominciata con un Paro Nacional – sciopero nazionale – che ha paralizzato il paese per quasi tre settimane, la protesta guidata dalle numerose popolazioni indigene presenti nel paese, si è poi diretta fino alla capitale e vi è rimasta con un presidio permanente di fronte al Pubblico Ministero, chiedendo il rispetto dell’esito delle votazioni e le dimissioni dei magistrati Consuelo Porras e Rafael Cucurrichiche, considerati i principali artefici del golpe in corso.

Fernando Solis, economista e direttore de El Observador, fa notare che il tentativo di colpo di Stato a cui si è assistito a partire da agosto e che a oggi è tutt’altro che un “rischio scampato”, viene da lontano, è intrinseco alla storia contemporanea del Guatemala e alle sue dittature militari, e si riflette anche nella deriva autoritaria che da un decennio ha conosciuto il paese. Una tendenza, spiega l’analista, che risponde alla capacità dei settori legati alle forze militari di controllare il governo e le sue istituzioni, così da dirigere il potere politico attraverso una strategia che nel tempo si è consolidata attorno a tre assi principali: cancellare il poco che resta degli Accordi di Pace del 1996 e sabotare i processi giuridici in corso relativi a gravi violazioni dei diritti umani in cui sono imputati militari di alto rango (e in questo senso si è riusciti a sospendere la condanna contro il defunto dittatore Rios Montt per il genocidio della popolazione indigena Maya Ixil); smantellare, attraverso la persecuzione giuridica e il ricorso ai sicari in collaborazione con le numerose bande criminali, le resistenze comunitarie ai megaprogetti estrattivisti; proporre un modello di accumulazione capitalistica basato proprio sugli investimenti di imprese multinazionali nell’estrazione di risorse naturali e di combustibili fossili.

Questa strategia, basata sulla combinazione fra autoritarismo politico e neoliberismo economico, eredità di Pinochet e oggi acclamata da diverse democrazie liberali in tutto il mondo, in Guatemala è stata e continua a essere prodotto di quello che è conosciuto come il Pacto de Corruptos, un’alleanza informale fra politici, imprenditori e ovviamente rappresentanti delle famiglie dell’oligarchia che da sempre si tramandano il potere.

Una strategia che nel 2019, durante il governo di Jimmy Morales, ha portato all’espulsione della Comisión Internacional contra la Impunidad en Guatemala (CICIG) guidata allora da Ivan Velásquez, attuale Ministro della Difesa nel governo di Gustavo Petro in Colombia. La notizia aveva fatto discutere non poco, alla luce della denuncia da parte dell’ONU e poiché durante i suoi 13 anni di attività, la CICIG aveva portato alla luce numerosi scandali di corruzione e aveva rappresentato uno spiraglio di democrazia benvisto anche da parte di numerosi investitori nazionali e stranieri.

L’arrivo di Bernardo Arévalo alla casa della presidenza del 14 gennaio scorso ha un valore simbolico non indifferente poiché rappresenta forse l’ultima chiamata per evitare al Guatemala di compiere un ulteriore passo verso il baratro dell’autoritarismo, oggi più che mai se messo in prospettiva con modelli e minacce simili a quelle di Bukele in El Salvador o Milei in Argentina. Bernardo – figlio di Juan José Arévalo, che governò durante i primi sei dei dieci anni della “primavera guatemalteca” dopo la rivoluzione del 1944, un’epoca di apertura democratica e affermazione di diritti sociali – non può essere definito un politico di sinistra. Appoggiato da una parte della borghesia nazionale e del settore imprenditoriale non legato all’oligarchia, ha come obiettivo principale quello di combattere la corruzione endemica e viene percepito dalla società civile come una boccata di aria fresca, o almeno come una figura diversa rispetto ai suoi predecessori.

Questo, tuttavia, è sufficiente per osare sperare nella capacità di apportare cambiamenti da parte del suo movimento Semilla, nato durante le giornate di protesta di massa del 2015 – benché orchestrate dagli Stati Uniti – che portarono alla destituzione del governo del corrotto Otto Pérez Molina. Del resto, rispetto al panorama attuale e alla luce degli esempi di altri governi progressisti presi in ostaggio dai poteri di sempre come nel caso di Boric in Cile o Petro in Colombia, il rafforzamento di una democrazia reale e non solo di facciata, sarebbe già un successo non da poco. Ciò potrebbe infatti implicare, fra le altre cose, la fine della persecuzione contro gli attivisti sociali e le resistenze comunitarie, il rispetto dei diritti umani e della diversità culturale, un’inversione di rotta nella concessione di licenze di estrazione mineraria a imprese nazionali e straniere, il ritorno ai contenuti degli Accordi di Pace, alla giustizia transizionale e alla costruzione di verità e memoria.

La cautela è d’obbligo quando si parla anche solo di progressismo e democrazia, tanto più se si tratta del Guatemala, e di fatto alcuni già rimproverano ad Arévalo che del suo governo annunciato faccia parte solo una persona indigena, così come preoccupa il suo silenzio – da ieri a rischio di diventare assordante – rispetto al genocidio in atto in Palestina, considerato una dimostrazione che la presenza degli Stati Uniti continuerà ad essere quasi asfissiante.

Ma l’appoggio ricevuto durante gli ultimi mesi dai settori popolari e indigeni lascia sperare che il nuovo presidente sappia avvicinarsi alla piazza e dialogare con lei; del resto, se così non fosse, perderebbe un appoggio imprescindibile e si esporrebbe a un rischio troppo elevato di un colpo di Stato in stile peruviano che rimane dietro l’angolo.

Forse proprio per questa ragione, conclude Fernando Solis, nel frattempo è lecito sperare e riconoscere che questa elezione rimane comunque qualcosa di molto grande.

Nell’immagine: donne maya festeggiano dopo l’insediamento di Arévalo

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