Non diventiamo ricche, ma solo più stanche!

Non diventiamo ricche, ma solo più stanche!

Come è possibile che unə parlamentare possa immaginare di “armonizzare” l’età di riferimento per gli uomini e per le donne a 65 anni, quando siamo proprio noi donne a risultare più povere al momento della pensione?


Pepita Vera Conforti
Pepita Vera Conforti
Non diventiamo ricche, ma solo più stanche!

Siamo più povere perché dopo quarantuno anni dall’iscrizione nella Costituzione del principio della parità di diritto e di fatto (dove si afferma che “Uomo e donna hanno diritto a un salario uguale per un lavoro di uguale valore”), la disparità salariale si attesta ancora al 19, 6% nel settore privato. Quindi le donne possono contare su di 1/5 in meno di salario.

Siamo più povere perché nei settori meno remunerati dell’economia i 2/3 degli occupati sono donne.

Siamo più povere perché – anche in considerazione del fatto che in famiglia l’uomo ha più risorse economiche – siamo ancora coloro che diminuiscono la propria percentuale di lavoro per sostenere gratuitamente l’accudimento della propria economia domestica, e conciliare lavoro e famiglia. I dati del 2021 dell’Ufficio federale di statistica indicano che circa 8 donne con figli su 10 attive professionalmente (contro 1 uomo con figli su 8) lavorano a tempo parziale.

È una povertà femminile qualificata come “Gender Pension Gap”[1]. Le donne ricevono in totale (sommando il primo e, in particolare, il secondo pilastro) il 37% in meno di pensioni di vecchiaia rispetto agli uomini.

Vi sembra che diamo i numeri?

Certo. L’economista Mascha Madörin con il team della Facoltà femminista FEM! ha indagato i flussi di denaro di donne e uomini a livello macroeconomico, arrivando alla conclusione che si tratta di una frode perpetrata ai danni delle donne, un MACROSCANDALO.

Le ingiustizie economiche tra i sessi, secondo il loro studio, si riassumono in tre numeri:


Infografica MACROSCANDALO, adattamento a cura del Coordinamento donne della sinistra sulla base dei dati FEM!

Tutte le evidenze statistiche indicano quanto poco paritaria sia questa “armonizzazione”, e come ci siano altre strade per stabilizzare davvero l’AVS: con un contributo stimato a 825 milioni annui se i salari femminili raggiungessero la parità, a cui si potrebbe aggiungere un ulteriore apporto economico se il tasso di occupazione delle donne aumentasse davvero grazie a una migliore ripartizione di compiti, e a misure efficaci per la conciliazione tra lavoro e famiglia per i genitori.

Ecco perché il prossimo 14 giugno parte la campagna contro la riforma AVS21. Le donne non ci stanno ad aumentare l’età pensionabile, che perpetua l’ingiustizia economica che vivono da sempre. La rete nateil14giugno.ch ci mette la faccia e invita tutte e tutti a farsi fotografare con una cornice che esprime il dissenso contro la riforma a Mendrisio, a Lugano e a Bellinzona (in mattinata)[2].


[1] “Gli effetti del lavoro a tempo parziale sulla previdenza vecchiaia (sintesi)” Giuliano Bonoli (IDHEAP, Losanna) e Eric Crettaz (Haute école de travail social, Ginevra), studio su mandato della Conferenza svizzera delle delegate per la parità tra donne e uomini.

[2] Cosa succede in Ticino il 14 giugno 2022 nateil14giugno.ch

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