Il vaso di Pandora è aperto

Il vaso di Pandora è aperto

Non basta richiuderlo in fretta e furia per far sparire i mali che ha rivelato


Pepita Vera Conforti
Pepita Vera Conforti
Il vaso di Pandora è aperto

La vicenda dell’ex funzionario DSS permette di discutere dei diversi aspetti che riguardano la violenza contro le donne. Gli abusi a carattere penale sono stati giudicati dai tribunali, ma emergono anche le insufficienze dell’amministrazione cantonale, che avrebbe dovuto indagare in modo puntuale e corretto sulle molestie, e reagire tempestivamente. Gli accertamenti interni svolti già a fine anni ’90, che hanno evidenziato l’inadeguatezza del funzionario nello svolgere le proprie mansioni, non sono stati sufficienti a rimuoverlo dal lavoro diretto con i giovani e le giovani. Nemmeno lo sono state quelle di metà degli anni 2000.

Chi come me milita nel partito socialista da diverso tempo ha probabilmente conosciuto le persone citate dall’inchiesta-testimonianza di Anna Bernasconi. Rompere il silenzio è un lavoro prezioso per qualità dei documenti e rispetto per le troppe vittime di aggressioni sessuali perpetrate da chi avrebbe avuto il compito di sostenerle nella loro crescita personale e civica.

Intendiamoci, quando parliamo di abusi, di molestie o del contesto generale è necessario distinguere gli ambiti nei quali ci muoviamo. Non vanno confusi tra loro, altrimenti si rischia di sbagliare obiettivo. Detto questo, anche se abbiamo militato nel medesimo partito, dobbiamo affermare con forza che chi sapeva degli atteggiamenti sbagliati o eccessivi (non posso immaginare che qualcuno avesse realmente conoscenza degli abusi) avrebbe dovuto approfondire. Sicuramente fare di più. Forse non ci sono stati errori procedurali, ma umani sì. L’inazione ha prevalso sul dovere morale.

Tutta una catena di maschi in posizioni di potere gerarchico non si è occupata e preoccupata adeguatamente delle molte segnalazioni. Magari incomplete, accennate, sussurrate, ma che meritavano maggiore ascolto.

Prima del #METOO qualcuno – a parte noi femministe e alcuni ambiti specialistici – riteneva che fosse davvero un problema molestare una donna, ad esempio per strada, negli uffici, nelle aziende, nelle fabbriche, sui settimanali o nelle organizzazioni di ginnastica? La non consolante espressione “cosa ci vuoi fare, è fatto cosi, ridiamoci sopra” è stata sentita da troppe donne vittime di molestie e violenze sul posto di lavoro. Una banalizzazione talmente interiorizzata dalle stesse vittime da offuscarne la gravità e la portata  (come mostrato bene in “Rischio e diffusione delle molestie sessuali sul posto di lavoro”, uno studio rappresentativo realizzato nella Svizzera tedesca e nella Svizzera romanda nel 2016).

Ancora nel 2019 l’Organizzazione internazionale del lavoro dichiarava che “La violenza e le molestie nel mondo del lavoro restano diffuse e riguardano tutti i paesi, tutte le professioni e tutte le condizioni di lavoro”, e questo nonostante l’adozione di diverse leggi già a partire dal 1996 (qui le basi legali in Svizzera).  

Ha però ragione l’ex funzionario che in occasione della sentenza ha dichiarato di non essere un mostro ma un essere umano. Perché sono esseri umani (prevalentemente di sesso maschile) a produrre violenza nei confronti delle donne. È tutta una cultura della prevaricazione, condivisa da uomini e donne, che va modificata affinché si possa affrontare seriamente il problema. Un problema che ha attinenza con l’esercizio del potere. Un potere strutturalmente patriarcale che, da destra a sinistra, è fatto anche di sessismo, aggressività e prepotenza.

Per quanto riguarda il caso specifico a mio parere è stato un bene non dare seguito alla proposta di istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta, poiché i politici, specialmente in questo caso, l’avrebbero usata solo a fini partitici, ricalcando la logica patriarcale dello scontro muscolare come misura di virtù.

È invece più opportuna una vera inchiesta, svolta da specialisti/e esterni che faccia luce non solo sulle possibili responsabilità e disfunzioni del DSS nel caso specifico, ma esamini l’adeguatezza degli strumenti e delle misure oggi adottate per evitare che situazioni di molestia, e naturalmente di abuso, possano ripetersi (ad esempio come ha fatto l’Università di Losanna).

Nell’amministrazione cantonale è stata recentemente distribuita a tutte e tutti i collaboratori la direttiva contro le molestie sessuali, ed è in arrivo anche un codice di comportamento. Benissimo, sono passi avanti. Ma tutte sappiamo che non bastano direttive e codici a cambiare la capacità di ascolto e la responsabilità di chi è chiamato per ruolo (e stipendio) a intervenire con decisione.

Il #METOO ha aperto il vaso di Pandora, ha dato voce a un fenomeno diffuso e pervasivo, che intossica i rapporti di lavoro, e che può portare, nei casi più estremi, a traumi come quelli raccontati dalle vittime dell’ex funzionario. Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per diffondere una cultura del rispetto e della responsabilità, accompagnata da procedure chiare, e promuovendo persone che le sappiano far rispettare.

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