Presenzialisti in sciarpetta

Presenzialisti in sciarpetta

Chiose politico-partitiche a margine del dibattito parlamentare sul salario minimo


Marco Züblin
Marco Züblin
Presenzialisti in sciarpetta

Lo abbiamo visto anche martedì sera: sciarpetta d’ordinanza (meglio di quell’altro abbigliamento – tuba e giacca da orchestrale – un po’ da ciula), una sorta di urban chic squallidino che richiama in modo inquietante il dress code del nuovo municipale UDC luganese. Anche il livello dell’argomentazione è del tutto simile, e non è una gran bella notizia.

Costui (Pamini, intendo) è diventato presenza imprescindibile nell’etere nostrano, ma non è né merito né colpa sua; è forse per la pigrizia di taluni giornalisti dell’audiovisivo, che invitano solo coloro che sanno che verranno di sicuro, ma lo è di certo per l’insipienza degli altri, che stanno offrendo uno spettacolo politico-parlamentare poco decoroso, per non dire peggio. E questo al di là di sorprendenti (e immeritate) lodi giornalistiche a proposito di un fantomatico “ritorno della politica”; bisogna essere di bocca buona per considerarlo tale, ma ormai anche a La Regione ci si è ridotti ad accontentarsi del poco, quasi del nulla.

Abbiamo assistito a un dibattito che ci ha mostrato un deputato socialista (Durisch), di solito ben informato e serio, ma che sembrava essere stato paracadutato lì per caso e volesse proprio essere altrove, parecchio imbarazzato per il pasticcio combinato dai verdi sulla storia del salario minimo, e avallato dai suoi e da gran parte degli altri, per le ragioni più diverse (superficialità, fretta, Schadenfreude, banale stupidità, o voglia di andare a casa o a farsi un aperitivo); non ascoltando, per le stesse ragioni probabilmente, la voce di coloro che di queste cose ne sanno parecchio, per storia, esperienza e intelligenza delle cose, e che li mettevano in guardia proprio sul rischio che si è poi materializzato.

Tornando all’”economista” da ultimo banco (ma, mi si dice, professore “universitario”) da cui abbiamo iniziato: l’uomo non ha bisogno di mutuare cavolate dai suoi colleghi di partito, producendone parecchie in bella autonomia, prima con il salario minimo solo per i residenti (ma come gli vengono queste trovate?), ora con il mantra della “preferenza indigena” venduta, assurdamente, come alternativa al salario minimo. Zoppicante in economia, gli farebbe difetto anche la logica se volessimo per un attimo dargli il beneficio della buona fede, ciò che non facciamo di certo; partendo dal fatto che la preferenza indigena nel privato non è giuridicamente praticabile (Schengen), bisognerebbe pensare che gli imprenditori siano così “socialmente responsabili” da assumere svizzeri a stipendi svizzeri quando possono assumere italiani a stipendi italiani. Insomma, più o meno come credere al Gesù Bambino. Al massimo la preferenza indigena potrebbe essere un complemento al salario minimo, non un’alternativa.

Nel dibattito politico assai demoralizzante si staglia la latitanza dei liberali, così ansiosi di smarcarsi verso destra da fare quasi lingua in bocca con gli ex-agrari (e in futuro con la Lega, chissà) in tema di riduzioni di spesa e di altre piacevolezze menostatiste. Molto istruttivo vedere l’ex valletto della consigliera di Stato, transfuga liberale ai suoi dì e indefesso baciapile, dirigere i lavori del parlamento con piglio molto assertivo e minaccioso, incassando non pernacchie ma dichiarazioni di sostegno dal presidente liberale. Lo ha capito bene il ristoratore di Morcote, che ha anticipato i suoi colleghi, passando già da subito all’UDC, con armi bagagli piatti e pentole. In casa lib-lib c’è aria di smobilitazione e l’encefalogramma della progettualità politica (al di là dei soliti regali ai ricchi) è proprio a zero, per non parlare di quello della difesa dei valori del liberalismo, finiti ormai nella pattumiera della storia come fossero ferrivecchi. Al di là di qualche tentazione di chiedere asilo politico a un altro Cantone, siamo ridotti a confidare in un disastro per sperare di poi costruirci sopra qualcosa che abbia un senso.

PS:

Sono particolarmente lieto dell’iniziativa dei democristiani per una parziale defiscalizzazione del canone di locazione, un tema su cui batto invano il chiodo da anni con i miei (i liberali); ricordo però che non si tratta di un provvedimento sociale ma di elementare giustizia ed equità fiscale, e che quindi dovrebbe essere a beneficio di tutti i contribuenti locatari.

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