Un mondo bipolare

Un mondo bipolare

Commentino laico e non allineato ai fatti di Ucraina, Stati Uniti e Russia


Marco Züblin
Marco Züblin
Un mondo bipolare

A leggere la stampa occidentale è ben chiaro che non esistono alternative a una scelta tra uno dei due campi, tra Russia e Stati Uniti; ma soprattutto che si sa molto bene chi è nel torto, e chi nella ragione.

Mi riconosco poco in questo dibattito binario e manicheo, bipolare: fatico a trovare ragioni per preferire un presidente ben più anziano della sua anagrafe – che tra un ruzzolone, una lussazione e una dormitina fuori programma ci ammannisce come verità di fede le narrazioni interessate dei suoi militari e dei suoi signori della guerra – a un autocrate che puzza di tagliagole lontano un chilometro; o viceversa. Le penose intemerate di Biden mostrano un nervosismo più dettato da questioni interne (le prossime elezioni parlamentari di metà mandato) che non da affetto autentico e da umana partecipazione al destino degli ucraini; un banale problema di voti e di consenso che Putin però non è nemmeno costretto a porsi.

Il presidente russo ha un track record da incubo, e non sembra abbia rinunciato a certe funeste pratiche da Lubianka, gestendo il paese come fosse roba sua e di qualche suo amico. Vede con  preoccupazione (che è però difficile non capire) l’eventuale entrata dell’Ucraina nella NATO, con la prospettiva di armamenti ostili fuori dalla porta di casa. A ruoli invertiti, abbiamo ben visto come gli Stati Uniti abbiano reagito alla rivoluzione cubana e alla presenza sovietica a Cuba (un embargo totale che dura da esattamente mezzo secolo), e ci vuol poco ad immaginare come Washington tratterebbe per ipotesi un passaggio del Messico sotto l’influenza di Mosca o di Pechino.

È appena il caso di ricordare che l’Ucraina è uno Stato sovrano e ha pieno diritto di determinarsi e di scegliere i propri alleati, per qualsiasi motivo essa decida di farlo. Parrebbe però elementare norma di coesistenza che la NATO evitasse di associarsi territori in collocazioni geografiche così critiche per gli equilibri internazionali.

Dalla farsa delle “armi di distruzione di massa” di Saddam, e prima ancora dalla gestione muscolare (per non dire altro) della situazione in Sudamerica, per finire con le balle vertiginosamente messe in fila a proposito della Cina e dell’Afghanistan, ho smesso di credere a una sola parola pronunciata dagli alti scranni della Casa Bianca o del Pentagono. Anzi, tendo a pensare che le cose stiano proprio all’opposto di quanto ci viene detto da quelle sponde. Non per questo ritengo più credibile quanto giunge dal Cremlino.

Il tema vero è probabilmente un altro. Non serve rieditare, sterilizzando i conflitti tramite la sopraffazione, pratiche come quelle della “sovranità limitata” (da Plutarco a Breznev), o delle sfere di influenza o di prassi analoghe che richiedono la limitazione della libertà di territori per la tutela della sicurezza nazionale di uno Stato dominante. Sarebbe invece bello poter riscoprire, al di là dei poveri risultati del NAM [Movimento dei paesi non allineati, ndr], il ruolo e la necessità etica del non allineamento, cioè della capacità di elaborare concetti di coesistenza non basati sul precario equilibrio degli armamenti e su un confronto pseudo-ideologico, ma su una visione fondata sull’ovvia necessità di vivere insieme nel contesto di una dialettica di idee. Sembra però vano chiedere qualcosa all’Europa, strapazzata tra il vassallaggio nei riguardi degli USA e il panico da imminente crisi energetica; una situazione che richiederebbe appunto scelte alternative, non scelte di campo.

Non succederà nulla di tutto questo, beninteso. Perché da una parte ci sono pressioni per fare una guerra, o almeno per prepararla, perché tutto questo rende parecchio e perché creare un nemico, demonizzandolo, è una potente arma di distrazione di massa per l’elettorato interno; e dall’altra c’è una visione imperiale senza sfumature, feroce e senza pietà. Oscillando tra questi due poli in fibrillazione rumorosissima, suona troppo flebile la voce della ragionevolezza, della pacificazione e della compassione.

Inutile preoccuparci dell’intelligenza artificiale, diceva uno che la sa lunga, quando la minaccia viene piuttosto dalla stupidità naturale.

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