Profitti illegali nel mondo: il terribile primato del “mercato del sesso”

Profitti illegali nel mondo: il terribile primato del “mercato del sesso”

Si arricchiscono sempre di più gli sfruttatori del lavoro forzato: i guadagni maggiori vengono dallo sfruttamento sessuale


Roberta Bernasconi
Roberta Bernasconi
Profitti illegali nel mondo: il terribile...

Secondo un recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), il lavoro forzato nell’economia privata genera 236 miliardi di dollari di profitti illegali all’anno. Si tratta di 64 miliardi di dollari, il 37%, in più rispetto al 2014: un aumento risultato sia dalla crescita del numero di persone costrette al lavoro forzato, sia dall’aumento dei profitti generati da questa pratica. Il rapporto dell’ILO “Profitti e povertà: l’economia del lavoro forzato” stima che i trafficanti e i criminali guadagnino quasi 10mila dollari per vittima, rispetto agli 8.269 dollari (al netto dell’inflazione) di dieci anni fa.

I profitti illegali totali annuali derivanti dal lavoro forzato sono più alti in Europa e Asia centrale (84 miliardi di dollari), seguiti da Asia e Pacifico (62 miliardi di dollari), Americhe (52 miliardi di dollari), Africa (20 miliardi di dollari) e Paesi arabi (18 miliardi di dollari). Lo sfruttamento sessuale forzato a fini commerciali rappresenta più di due terzi (73%) del totale dei profitti illegali. E questo nonostante tale pratica coinvolga solo il 27% del numero totale di vittime del lavoro imposto privatamente.

Profitti illegali annui dello sfruttamento sessuale per regione (dal rapporto citato)

Questi numeri si spiegano con l’enorme differenza nei profitti per vittima tra lo sfruttamento sessuale commerciale forzato e altre forme di sfruttamento del lavoro forzato non statale. Parliamo di profitti di 27.252 dollari per vittima nel primo caso contro 3.687 dollari per vittima nel secondo. Lo sfruttamento sessuale forzato a fini commerciali è dunque il settore, senza alcun dubbio, più remunerativo, cui segue l’industria (35 miliardi di dollari), i servizi (20,8 miliardi di dollari), l’agricoltura (5,0 miliardi di dollari) e il lavoro domestico (2,6 miliardi di dollari).

“Le persone costrette al lavoro forzato sono soggette a molteplici forme di coercizione. La trattenuta deliberata e sistematica del salario è tra le più comuni. La comunità internazionale deve urgentemente riunirsi per agire e porre fine a questa ingiustizia, salvaguardare i diritti dei lavoratori e sostenere i principi di equità e uguaglianza per tutti”, continua il direttore generale dell’ILO. Il rapporto sottolinea l’urgente necessità di investimenti in misure atte ad arginare i flussi di profitto illegali e a portare davanti alla giustizia i responsabili. Raccomanda di rafforzare i quadri giuridici, fornire formazione ai funzionari delle forze dell’ordine e un migliore coordinamento tra queste.

Ma, soprattutto, il rapporto sottolinea che non è possibile porre fine al lavoro forzato solo attraverso misure di applicazione della legge. Le azioni di contrasto devono far parte di un approccio globale volto ad affrontarne le cause profonde e a tutelare le vittime. Il Protocollo del 2014 relativo alla Convenzione sul lavoro forzato, che risale al lontano 1930, e la Raccomandazione sul lavoro forzato, pubblicata nel 2014, forniscono un quadro strategico, tristemente disatteso, per agire in questo senso.

Nell’immagine: un fotogramma dal film del 2012 “Urla silenziose” (Eden), diretto da Megan Griffiths, incentrato sul tema della tratta delle bianche al confine tra Messico e USA

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