Sarajevo, mon amour

Sarajevo, mon amour

A trent'anni dall'inizio dell'assedio che martirizzò la capitale della Bosnia, diventata simbolo della tragedia balcanica


Sergio Roic
Sergio Roic
Sarajevo, mon amour

La guerra che distrusse la Jugoslavia per me comincia su un’isola greca: sono in vacanza e gli osti, avendo visto il mio nome sul passaporto, mi indicano ridendo certi boschi oscuri che compaiono alla tv: le didascalie non mentono, la guerra in Jugoslavia è in corso.

Ci furono molti altri episodi associati a quella guerra: feci da “ponte telefonico” tra persone che diversamente non riuscivano a parlarsi, magari mariti e mogli, padri e figli ritrovatisi su fronti opposti; ospitai una fuggiasca, un medico, scappata da un “campo di raccolta” di Mostar e approdata miracolosamente a Lugano (alle 3 di notte mi telefonò dicendo che avrebbero dovuto avvertirmi che sarebbe giunta “una donna di Sarajevo”: si trovava allo stadio; le chiesi se era allo stadio Grbavica del Željezničar o allo stadio Koševo dell’altra squadra di calcio della città, mi rispose che era a Cornaredo e chiese se poteva venire a casa mia); andai nelle scuole ticinesi a “spiegare” quella guerra inspiegabile: gli allievi delle varie etnie continuavano a frequentarsi, i genitori non più; i miei ex compagni di università di Zagabria mi telefonavano dicendo che non avevo diritto di parlare di quella guerra perché non l’avevo vissuta sul posto.

Ma il colpo più basso e terribile della guerra fratricida fu l’assedio di Sarajevo. Furono scritti libri su Sarajevo (“Le Marlboro di Sarajevo” di Miljenko Jergović è uno dei migliori), vi si recarono scrittori (l’amico Predrag Matvejević), il filosofo francese Alain Finkielkraut chiese alle autorità croate “cosa è stato fatto per Sarajevo?”, mentre i serbi da Pale, cittadina sovrastante Sarajevo, cecchinavano la popolazione inerme. Il poeta russo Limonov (da leggere senz’altro il libro omonimo di Emmanuel Carrère) partecipò alla sparatoria in nome di non meglio definiti “valori” dell’ortodossia politico-religiosa. La grande e importante biblioteca cittadina fu semidistrutta.

Nel nostro immaginario di jugoslavi Sarajevo era stata tenuta in piedi durante la seconda guerra mondiale dai partigiani (il film “Valter brani Sarajevo – Valter difende Sarajevo” è eloquente: durante un interrogatorio da parte dei tedeschi, nel film un cittadino di Sarajevo risponde: “chi è Valter? Valter è Sarajevo, è la città intera”). Ma perché, allora, la guerra civile? Perché i palazzi alla periferia della città, quelli enormi di architettura socialisteggiante, all’inizio avevano resistito a tutte le provocazioni cacciando via tutti i nazionalisti, per poi arrendersi al nazionalismo dopo i primi eccidi, dopo aver scoperto i propri morti? Perché? Perché? Ma perché la guerra è un destino travolgente, una macchina d’odio, un meccanismo infernale. Che cosa fareste, come reagireste se vi uccidessero il padre, un figlio, la madre? L’assedio di Sarajevo fu lunghissimo, interminabile. “Una ferita nel cuore dell’Europa” scrissero i giornali. Dopo l’eccidio del mercato intervennero gli americani. Come in ogni guerra che si rispetti, ci fu chi disse che l’eccidio era stato inscenato da parte delle vittime. È una storia infinita di bugie, grandi, grandissime bugie.

Intanto, i presidenti serbo e croato, Milošević e Tuđman, si erano incontrati non meno di 50 volte durante il conflitto, famosa è la tovaglia di Dayton (durante la conferenza di pace negli USA) su cui Tuđman tracciò la divisione della Bosnia tra Serbia e Croazia.

Nel secondo dopoguerra fu girato un film famoso sul bombardamento atomico di Hiroshima: “Hiroshima, mon amour”. Per noi che abbiamo vissuto la distruzione di Sarajevo, il lato inumano di quell’assedio è stato parimenti tragico. Chi girerà, scriverà, metterà in scena “Sarajevo, mon amour”, l’opera che ricorda quel colpo al cuore dell’Europa?

Nell’immagine: il violoncellista Vedran Smailović suona tra i ruderi della Biblioteca nazionale di Sarajevo, semidistrutta durante l’assedio

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