La rivoluzione digitale: un mito da smitizzare?

La rivoluzione digitale: un mito da smitizzare?

La necessità di affrontare l’avvento della digitalizzazione con un’adeguata consapevolezza in un libro di Gabriele Balbi


Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
La rivoluzione digitale: un mito da...

Come ogni autunno, si approssimano gli Swiss Digital Days, che in Ticino si svolgeranno tra Bellinzona e Lugano il 4-5 ottobre e già promettono, tra le tante altre cose, di svelare tutti gli arcani attorno agli ultimi ritrovati della tecnologia informatica: criptovalute, blockchain, NTF (non fungible token) e soprattutto Meta, il nuovo universo virtuale che dovrebbe portare Facebook e Instagram – e assieme ai social di Zuckerberg tutta una serie di altri attori istituzionali e commerciali – ad un livello di interazione uomo-macchina mai visto prima d’ora, in quello che potrebbe essere un nuovo cambiamento di epoca e di paradigma. Finiti gli Swiss Digital Days sarà poi la volta del Premio Möbius, il 14-15 ottobre nell’Auditorium dell’USI a Lugano, dedicato quest’anno al fenomeno crescente dell’odio in rete.

Si tornerà insomma a parlare diffusamente di digitale, per cercare di leggere un fenomeno in crescita esponenziale e sotto gli occhi di tutti, con risultati piuttosto sorprendenti nei più diversi ambiti. Per fare soltanto un esempio, in alcune scuole materne del Canton Ticino si è iniziato da poco a utilizzare automi del tipo “Blue-Bot”, sorta di cagnolini robotizzati capaci di interagire con i bambini per favorirne la socializzazione o per aiutarli a prendere confidenza con le dimensioni spaziali. Musica del presente che già suona con gli accordi del futuro.

Un’ottima guida per tornare a riflettere sulla rivoluzione digitale, con la giusta dose di dissacrazione e una quantità di dati e di fonti degna della migliore ricerca storica, è quella offerta da Gabriele Balbi, docente di Media Studies all’USI, nel suo recente libro L’ultima ideologia, pubblicato da Laterza la scorsa primavera.

Dando per acquisita la rivoluzione digitale in quanto tale, l’autore dedica ampio spazio alla verifica del modo in cui questa è stata raccontata negli ultimi decenni dai suoi principali attori (pionieri della tecnologia informatica, CEO di grandi aziende, esperti di marketing, politici, giornalisti), giungendo alla sorprendente conclusione che il digitale, più che una scienza, finisce per assomigliare piuttosto a una specie di religione, fatta di guru (da Steve Jobs a Bill Gates, da Sergey Brin a Elon Musk), di santuari (la Silicon Valley), di visioni forzatamente ottimistiche e persino di reliquie, infedeli ed eretici.

La smitizzazione operata da Balbi, in un pamphlet che si legge con gusto e volentieri, ha l’obiettivo di suggerire una consapevolezza e una pacatezza che potrebbero aiutarci a considerare in modo critico alcuni sviluppi futuri, ricordandoci nel contempo quanta parte di questa “rivoluzione”, vera o presunta, abbiamo invece accolto indiscriminatamente in passato, finendo per partecipare noi stessi, utenti-consumatori, a un discorso retorico a tratti vuoto di contenuti reali. L’impressione suggerita dal libro è che non solo le principali aziende hi-tech, che hanno naturalmente i loro interessi, ma anche la politica non sia veramente disposta ad avanzare dubbi in questo senso, provando cioè a sfatare il mito che il “digitale” sia la panacea di tutti i mali del mondo.

Metteva il dito nella piaga, in un aneddoto richiamato da Balbi, un profeta semi-pentito come Bill Gates, che di fronte agli investimenti di Google per potenziare la rete internet in molti Stati africani, nel 2013 ammetteva provocatoriamente che, “pur essendo un grande sostenitore della rivoluzione digitale e del collegamento dei centri di assistenza sanitaria di base e delle scuole, quando un bambino ha la diarrea [a causa della malaria], non c’è un sito web che possa aiutarlo”.

Non affrontati direttamente dal libro, ma suggeriti in filigrana, sono invece quegli aspetti dell’evoluzione digitale che più si collegano all’esercizio della democrazia: aumentano a dismisura gli smartphone, ma non procedono di pari passo i progetti statali intesi a favorire una necessaria alfabetizzazione informatica, per non parlare dell’auspicata introduzione dell’identità digitale o del voto elettronico. Mentre chiudo la busta “E-Tax” con il foglio di carta che riassume la mia dichiarazione dei redditi per il 2021, prima di infilarla in qualche cassetta gialla delle Poste, mi dico che anche in Ticino abbiamo ancora molto da pedalare.

Il volume di Gabriele Balbi sarà presentato martedì 4 ottobre alle ore 18 alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano, nell’ambito del ciclo “Forme del vivere”. L’autore dialogherà con Milena Folletti, già dirigente RSI e oggi nuova Delegata cantonale alla transizione digitale.

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