1944, al Ricovero Immacolata di Roveredo/Grigioni

1944, al Ricovero Immacolata di Roveredo/Grigioni

Le carte custodite negli archivi e la memoria degli ultimi sopravvissuti svelano drammi che altrimenti sarebbero caduti nell’oblio


Redazione
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1944, al Ricovero Immacolata di...

Di Giorgio Tognola

Luglio 1943 in Italia, destituito e arrestato, Mussolini è liberato dai tedeschi. Sotto loro tutela ricostituisce un governo fascista nella parte settentrionale del paese. I tedeschi e i repubblichini incalzati a sud dagli Alleati e attaccati dai partigiani, seminano il terrore nella popolazione, in particolare tra gli ebrei. Alcuni riescono a varcare il confine, finalmente la timorosa Svizzera apre qualche spiraglio alla frontiera. Per gli ospiti, perseguitati da belve rabbiose che sentono odore di sconfitta, si organizzano campi di raccolta; anche a Roveredo trovano rifugio nel Ricovero Immacolata, dove operano le suore guanelliane. Quasi tutti sono ebrei e in là negli anni.

Tra di loro c’è un ingegnere veneziano, Guido Tirelli. Col suo “bon umor” si diletta nel comporre leggeri versi in veneziano: “Qua al Ricovero Guanela/ghe xe tuta una sequela / de italiani rifugiai / ebrei puri o batezai”. In una composizione ironica, dopo essersi presentato “come autore / gobbo, lungo, muso rotto: / non la gongoli, è il mio motto: / Gambamolle e malandà” ci fa conoscere 24 dei suoi compagni, solo maschi per la verità, le donne allora sono une quantité négligeable e le relega in pochi versi: “Che xe done de ogni età / che i quaranta gà passà. Ghe xe quele brontolone, / quele dolci, quele bone.”

“C’è anche Bellach iugoslavo, / che va a letto ben vestito / ma nessuno ha mai sentito / la sua voce nel salon”. È sempre il veneziano Tirelli a descrivere con pochi versi, con tutti gli altri, anche Massimo Bellak, profugo presente a Roveredo tra il 1944 e la fine della guerra. L’ingegnere veneziano descrive il “Bellach” poco socievole, taciturno, quasi antipatico e affettato; se fosse stato a conoscenza dello stato d’animo del Bellak, così la grafia corretta del nome di famiglia del profugo jugoslavo, probabilmente lo avrebbe caratterizzato in modo diverso, ma quale fosse il suo stato d’animo, in quei momenti di apparente tranquillità e sicurezza, non lo poteva sapere.

Il 21 maggio 1944 viene recapitata a Ercole Nicola, titolare della farmacia di Sott ai Nos, una lettera spedita due giorni prima da Castagnola. Dall’Albergo Eldorado dove si trova Massimo Bellak “in fretta” prega “di fare leggere la presente anche al Rev. Signor Parroco Ludwa”. Ma perché tanta fretta? Il Bellak, che fino al mese di aprile si trovava quale profugo al Ricovero guanelliano scrive “lei può immaginarsi in che stato di nervoso mi trovo, essendo allo scuro da ben 5 ½ mesi di tutto”. Da più di cinque mesi non ha notizie della figlia Giorgetta. Il tre dicembre 1943, accompagnato dalla figlia e da una signora ebrea, Leda Polacco, si era presentato al posto di frontiera svizzero di Dirinella. Il presidio elvetico accoglie l’anziano commerciante ebreo, la figlia e la signora Polacco sono riaccompagnate al di là del confine, costrette a rientrare in Italia; da quel momento delle due donne non ha più alcuna notizia.

Ma “ieri ho incontrato il fratello della Sig.ra Polacco” continua la lettera “dal quale ebbi notizia (…) che sua sorella venne fermata (…) e arrestata e portata alle carceri di Como, poi Milano (…) e infine deportata o in Germania o Polonia” aggiungendo di seguito “credo (…) che mia figlia (…) chiamando la madre ariana e coll’aiuto di personalità abbia potuto ottenere la libertà (…) avrà forse solo un rimprovero che voleva andare anche lei in Isvizzera e avrà detto, come disse davanti a me al confino (facendo finta di volermi accompagnare per poter curare il padre di razza ebrea quasi settantenne) (…) credo che mia figlia sia veramente libera e a casa, altrimenti mia moglie anche di 65 anni quasi sarebbe già morta di crepacuore”. Conclude lo scritto pregando il farmacista roveredano di invitare il parroco ad inviare una cartolina a un suo conoscente milanese, affinché possa avere notizie di Giorgetta, aggiungendo “non dica nulla agli ex compagni del Ricovero” e allegando un francobollo da un franco.

Ora sapete e avete capito il perché del tacere apparentemente altezzoso del profugo; né Tirelli, né i compagni e le compagne di sventura del Ricovero lo potevano sapere.

Giorgetta a Milano non c’è, è viva ma prigioniera nel campo di concentramento di Ravensbruck. Liberata dall’esercito americano il 14 aprile del 1945, deperita e in gravi condizioni di salute rimane sotto custodia degli americani, poi dei britannici. Fa ritorno a Milano con un gruppo di militari italiani, ex-internati nel mese di settembre e abbraccia la madre. Il padre lascia la Svizzera il 20 settembre, la famigliola Bellak è di nuovo unita. La signora Polacco non farà più ritorno; deportata nel campo di sterminio di Auschwitz, non sopravvivrà alla Shoah.

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