Napoleone, 200 anni dopo. Fu vera gloria?

Napoleone, 200 anni dopo. Fu vera gloria?

La storia svizzera e ticinese non è interamente "fatta in casa"


Marco Marcacci
Marco Marcacci
Napoleone, 200 anni dopo. Fu vera gloria?

Nel celebre poema scritto subito dopo la morte di Napoleone, avvenuta a Sant’Elena il 5 maggio 1821, il Manzoni aveva affidato ai posteri «l’ardua sentenza» sui meriti e le colpe dell’uomo che aveva sconvolto e conquistato l’Europa, Svizzera compresa, visto, a seconda dei casi, come liberatore o come despota oppressore. Due secoli dopo, per i posteri che siamo, Napoleone Bonaparte rimane uno dei personaggi della storia europea più controversi e più discussi: la letteratura su di lui è immensa e i pareri sul suo agire spaziano, sempre per citare il Manzoni, dal «servo encomio» al «codardo oltraggio».

Taluni lo ammirano per aver esportato in mezza Europa le principali conquiste della Rivoluzione francese, altri lo detestano proprio per questo. Viceversa, vi è chi lo esalta per aver messo fine ai rivolgimenti politici della Rivoluzione e chi, proprio per questo motivo, lo ritiene un traditore opportunista.

Per la Svizzera e per il Ticino il suo intervento, con l’emanazione dell’Atto di Mediazione del 19 febbraio 1803, ha costituito un evento fondatore. Ha stabilito un ordinamento federalista basato sull’uguaglianza giuridica dei Cantoni e degli individui ed ha riunito in Cantone autonomo un mosaico di otto ex baliaggi che non avevano mai conosciuto né unità, né indipendenza politica e che lasciati a loro stessi sarebbero probabilmente stati inglobati in altri Stati. Lo stesso rischiava di capitare con l’insieme della Svizzera, in preda a dissensi e lotte intestine che minacciavano di provocare l’implosione della compagine elvetica.

Quindi, sia il ripristino della struttura federativa in Svizzera, sia la nascita del Cantone Ticino, sono il risultato di una legge emanata dalla Repubblica francese, firmata dal Primo Console Napoleone Bonaparte. Una Svizzera stabilizzata e moderatamente rivoluzionata era nell’interesse della Francia che si garantiva in tal modo uno Stato satellite per coprire parte delle sue frontiere; inoltre, i Cantoni dovevano fornire a Napoleone contingenti di soldati di cui aveva bisogno per le sue guerre europee. L’ordinamento della Mediazione era però anche negli interessi della Svizzera e ha contribuito all’evoluzione del Paese: i nuovi Cantoni, ex baliaggi, erano garantiti nella loro esistenza e nei loro confini, mentre i vecchi Cantoni ritrovavano più o meno le loro istituzioni tradizionali, rinunciando ai paesi sudditi. Sul piano civile venivano introdotti alcuni diritti e libertà individuali (di domicilio, di commercio, d’impresa) che favoriranno lo sviluppo economico e l’avvento di una nuova élite dirigente borghese e liberale. La grande autonomia lasciata ai Cantoni ha permesso di disinnescare pericolose fonti di conflitto, segnatamente in ambito religioso.

L’intelligenza politica di Napoleone Bonaparte, consiste nell’aver escogitato soluzioni che servivano i suoi interessi strategici e che si rivelavano vantaggiose per la compagine elvetica. Certo, non agiva né per la felicità degli Svizzeri e dei futuri Ticinesi e nemmeno per amore della libertà e della giustizia: voleva soprattutto attuare i suoi piani di conquista e di dominio. Che Bonaparte privilegiasse gli interessi francesi e le sue mire personali lo dimostra quanto avvenuto negli anni seguenti: il Vallese fu annesso alla Francia poiché era essenziale per i collegamenti stradali con l’Italia. Sotto questo aspetto il Ticino gli interessava meno, perché il controllo del S. Gottardo non entrava nei suoi piani. Ma quando il Cantone fu sospettato di praticare il contrabbando per aggirare il blocco commerciale da lui decretato contro l’Inghilterra e di dar rifugio a disertori del Regno d’Italia, Napoleone autorizzò l’occupazione del Ticino da parte di militari e doganieri italiani e minacciò l’annessione al Regno o almeno una rettifica della frontiera nel Sottoceneri.

L’intervento napoleonico nella storia della Svizzera e del Ticino mostra soprattutto l’interdipendenza tra le diverse realtà nazionali, contro l’illusione patriottico-nazionalistica di una storia autonoma interamente fatta in casa. Non si possono sottacere né le migliaia di soldati sacrificati nelle guerre di conquista, né i tratti a volte tirannici del dominio napoleonico. Tuttavia, per la Svizzera e per il Ticino il ruolo di Bonaparte è stato determinante e in fin dei conti proficuo, garantendo un processo di transizione relativamente pacifico verso lo Stato federativo e i rapporti sociali moderni.

Marco Marcacci è storico. Tra l’altro è autore della prefazione al volume di Manolo Pellegrini “La nascita del cantone Ticino. Ceto dirigente e mutamento politico” (Dadò 2020) che sarà presentato il 18 maggio alla Biblioteca cantonale di Lugano.

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