Mai così tanti soldi sporchi

Mai così tanti soldi sporchi

Lo sostiene un cacciatore dell’antiriciclaggio che operò anche in Svizzera


Federico Franchini
Federico Franchini
Mai così tanti soldi sporchi

Non vi è mai stato così tanto denaro sporco nei paradisi fiscali”. È una costatazione amara quella fatta da Renaud Van Ruymbeke, ex giudice istruttore francese in un libro pubblicato di recente in Francia (‘Mémoires d’un juge trop indépendant’, Editions Tallandier, 2021) in cui il magistrato transalpino, da poco in pensione, ripercorre la sua carriera e denuncia le zone d’ombra della finanza internazionale. Renaud Van Ruymbeke ha indagato in settori sensibili e ad alto rischio corruzione, come il petrolio e le armi. Non ha guardato in faccia a nessuno quando i flussi di denaro sporco finivano nelle tasche di questo o quel politico. Dalla sua scrivania sono passati i casi più importanti che hanno toccato la Francia in questi anni le quali, tutte, hanno un denominatore comune: il ruolo dei conti offshore e dei paradisi fiscali.

Paradisi fiscali dai quali è sempre spiccata la Svizzera. I conti elvetici sono infatti una grande costante delle sue inchieste. Ma lo sguardo che l’ex giudice da della Confederazione è ambivalente: da un lato, sì, si tratta del luogo dove confluisce il denaro del crimine e della frode; dall’altro la Svizzera, Ginevra in particolare, è stata terra di un’importante e fruttuosa collaborazione giudiziaria che ha permesso a Van Ruymbeke di portare a buon fine le sue inchieste.

Il libro parte proprio dalla Città di Calvino da dove, venticinque anni fa, in collaborazione con alcuni procuratori europei ha lanciato quello che è stato definito l’Appello di Ginevra. Si tratta di una sorta di grido d’allarme, di un tentativo di riformare in profondità il sistema e avvertire i cittadini sui privilegi accordati dai paradisi fiscali e sull’impotenza della giustizia di fronte alla corruzione. Sul perché Ginevra lo lasciamo dire allo stesso giudice, riprendendo quanto rilasciato in una recente intervista a La Regione: “La città era un simbolo della frode fiscale e del riciclaggio. Ogni volta che noi giudici o procuratori rimontavamo i circuiti per comprendere i meccanismi della corruzione ci scontravamo con le frontiere e con le difficoltà nell’ottenere le informazioni banca-rie in alcuni Paesi. In Svizzera in particolare. Ciononostante, in questo contesto, il procuratore generale di Ginevra, Bernard Bertossa, era molto impegnato nella lotta al riciclaggio. Ciò che all’epoca, in Svizzera, non era evidente. Per questo abbiamo scelto Ginevra, simbolo di questa coincidenza d’interessi tra i Paesi vittima della corruzione e la Confederazione, dove il denaro di questa corruzione era riciclato”.

Negli anni, riconosce nel libro Van Ruymbeke, la Svizzera intera – e non solo Ginevra – ha migliorato la lotta al riciclaggio e la propria collaborazione internazionale, anche a seguito delle pressioni americane che hanno fatto cadere il segreto bancario. Restano però alcuni paradossi tutti elvetici. Su tutti il fatto che la piazza finanziaria svizzera ha operato una sorta di delocalizzazione: “Delle banche e delle fiduciarie hanno mantenuto i loro clienti, ma hanno preso delle precauzioni: hanno messo i soldi in conti aperti altrove, a Singapore, Hong Kong o Dubai, spesso attraverso l’utilizzo di società panamensi. Si tratta di una finzione volta a eludere le regole della cooperazione giudiziaria. Fiduciarie e banche svizzere dispongono del savoir faire e conoscono i loro clienti: continuano a gestire i loro fondi, ma subappaltano la parte bancaria a istituti basati in queste nuove piazze rifugio. È questa la nuova ingegneria messa in atto a partire dal 2009, destinata a preservare l’opacità delle operazioni e a mettere i clienti al riparo da ogni indagine fiscale o giudiziaria”.

Alla fine del libro Van Ruymbeke analizza gli attuali problemi del sistema internazionale, legati in particolare alla persistenza dei paradisi fiscali e delle giurisdizioni offshore in giro per il mondo, “nonostante i discorsi ufficiali che pretendono di combatterli o addirittura di eliminarli”. Rifugi – alcuni dei quali in seno all’Unione europea (Cipro, Malta) – che continuano ad esistere e resistere: “Si tratta di un vero e proprio sistema che deve essere eradicato. Esso costituisce la faccia oscura della mondializzazione” si legge nel finale del libro, nella parte in cui l’autore s’interroga sul lassismo – per non dire la complicità – con la quale gli Stati cercano di mettervi rimedio.

In un contesto in cui i Paesi del mondo intero subiscono una crisi economica e sociale di grande ampiezza i capitali continuano ad essere sottratti alle casse pubbliche con inevitabili e drammatiche conseguenze. Il libro pone questo interrogativo e suggerisce qualche pista di riflessione e qualche riforma che, a dire dell’autore, “permetterebbero di recuperare almeno una parte di questa manna finanziaria flottante che manca enormemente all’economia in questo periodo di crisi finanziaria mondiale”. Insomma, venticinque anni dopo l’Appello di Ginevra molto resta ancora da fare. Manca però la volontà politica di agire e, conclude l’ex giudice, “finché non ci sarà questa volontà politica, ci sarà sempre il riciclaggio”.

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