Lugano in tre foto

Lugano in tre foto

Dittature sempre bene accolte dalla città, nella speranza che qualche soldo sgoccioli da qualche parte


Federico Franchini
Federico Franchini
Lugano in tre foto

Tre foto­gra­fie bastano a rac­con­tare una città. Nella prima, il sin­daco di Lugano Michele Foletti stringe la mano all’amba­scia­tore dell’Azer­bai­gian in Sviz­zera, Fuad Isgan­da­rov. La seconda è una foto di gruppo davanti alle ban­diere di Palazzo Civico: tre muni­ci­pali, un alto fun­zio­na­rio can­to­nale, l’amba­scia­tore, il rap­pre­sen­tante della lobby del com­mer­cio di mate­rie prime e tre diri­genti di Socar Tra­ding, l’antenna com­mer­ciale – con sede a Gine­vra – della com­pa­gnia petro­li­fera di Stato azera. Nella terza, quella che nes­suno ha scat­tato, ci sareb­bero i nomi dei gior­na­li­sti die­tro le sbarre, delle testate chiuse, delle Ong espulse da quella che, di fatto, è una dit­ta­tura.

A Lugano que­sto film l’abbiamo già visto, con pro­ta­go­ni­sta un’altra clep­to­cra­zia caspica. Era il dicem­bre del 2015 quando l’allora sin­daco Marco Bor­ra­dori inau­gu­rava la ras­se­gna audio­vi­siva ‘Occhi sul Kaza­ki­stan’: pro­ie­zioni, foto­gra­fie, regi­sti venuti dalla steppa. Quella ras­se­gna cine­ma­to­gra­fica che nes­suno in città aveva chie­sto e che il Muni­ci­pio offriva, ser­viva a tes­sere i legami. La cul­tura come ammor­bi­dente, vet­tore di con­tatti e con­tratti. Pochi mesi dopo, Lugano avrebbe fir­mato un memo­ran­dum con le auto­rità della città di Almaty. L’anno dopo sarebbe toc­cato al Can­tone. Pro­prio in que­gli anni, sulle rive del Cere­sio, si erano inse­diate alcune aziende vicine al governo kazako, tra cui l’antenna com­mer­ciale della potente com­pa­gnia petro­li­fera nazio­nale. Era l’epoca in cui, anche gra­zie a un noto impren­di­tore basato in riva al Cere­sio che aveva costruito più di mezza Astana, capi­tali e per­sone legate alla fami­glia Nazar­ba­iev tro­va­rono in Ticino una base discreta e acco­gliente: affari immo­bi­liari, conti ban­cari, società di tra­ding e auto­rità pronte a non guar­dare.

La figlia dell’allora pre­si­dente ottenne per­sino un per­messo di sog­giorno dal Can­tone gra­zie a una società costi­tuita ad arte per quel per­messo e poi liqui­data.

Oggi si ritenta con l’Azer­bai­gian. Cam­bia il Paese del Caspio, cam­bia la fami­glia al potere, cam­bia la com­pa­gnia di Stato, ma il con­te­sto è sem­pre quello: una clep­to­cra­zia che si arric­chi­sce gra­zie agli idro­car­buri. Socar gesti­sce in Sviz­zera la sua prin­ci­pale piat­ta­forma di tra­ding inter­na­zio­nale e circa 170 sta­zioni di ser­vi­zio, con una rete che arriva fino in Ticino, dove spon­so­rizza pure l’Hc Ambrì-Piotta, il cui soda­li­zio, fino a quest’anno, aveva come pre­si­dente Filippo Lom­bardi. Il muni­ci­pale è da tempo molto attivo nella regione, sia come poli­tico – è stato pre­si­dente del gruppo par­la­men­tare Sviz­zera-Azer­bai­gian –, sia come impren­di­tore. Oggi, come i suoi col­le­ghi, sogna il pos­si­bile ruolo di Lugano quale “hub euro­peo” per lo svi­luppo di rela­zioni eco­no­mi­che con Baku.

Nel frat­tempo, l’ultimo indice di Repor­ters Sans Fron­tiè­res per la libertà di stampa fa sci­vo­lare l’Azer­bai­gian al 171° posto su 180, con una tren­tina di gior­na­li­sti in car­cere. L’accre­dito alle ultime testate stra­niere rima­ste è stato revo­cato, men­tre pro­se­gue la repres­sione delle testate indi­pen­denti. Dal Paese gover­nato con il pugno di ferro dagli Aliev, lo scorso anno sono state for­zate ad andar­sene la Croce Rossa e varie orga­niz­za­zioni dell’Onu.

A Lugano di tutto que­sto non si è par­lato. Le auto­rità cit­ta­dine tac­ciono e fanno come hanno sem­pre fatto: chiu­dono gli occhi e aprono le brac­cia, nella spe­ranza che qual­che soldo del greg­gio azero, come prima quello kazako, possa sgoc­cio­lare da qual­che parte. Non è neces­sa­rio che si tap­pino il naso, i muni­ci­pali: i soldi, anche quelli che fanno schifo, non hanno nes­sun odore.

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