Il costo di essere “ecologici”

Il costo di essere “ecologici”

La caccia mineraria appena aperta in Europa per l’estrazione di litio e terre rare avrà un pregio: ci aprirà gli occhi sui costi del nostro essere moderni, connessi ed “ecologici”


Federico Franchini
Federico Franchini
Il costo di essere “ecologici”

Lo scorso 24 ottobre il colosso francese Imerys ha annunciato di aver trovato un importante giacimento di litio nel Massiccio Centrale. Dal 2027, si procederà con l’estrazione del metallo da una miniera sotterranea. Il progetto, che prevede un investimento di 1 miliardo di euro per un orizzonte temporale di almeno 25 anni, è stato presentato come uno dei più grandi in Europa. Secondo le stime della società, la miniera potrà equipaggiare 700.000 veicoli elettrici all’anno: «È il nostro contributo alla sovranità europea e francese; aiuteremo l’Europa a decarbonizzare» ha dichiarato Alessandro Dazza, direttore generale di Imerys. 

Secondo le stime più recenti, l’Ue nel 2050 necessiterà di 35 volte più litio rispetto ad oggi. Una situazione che la Commissione europea ha definito preoccupante nel 2020 quando il litio è stato inserito col cobalto nella lista delle trenta materie prime “critiche”. Lo scorso settembre Ursula Von der Leyen ha annunciato una legge europea sulle materie prime critiche: «L’accesso alle materie prime − ha detto la presidente della Commissione europea − è fondamentale per il successo della nostra trasformazione verso un’economia sostenibile e digitale. Il litio e le terre rare saranno presto più importanti di petrolio e gas». 

Dal 2035, in Europa non si potranno più vendere veicoli a motore a scoppio. Per diminuire le emissioni di CO₂ corresponsabili del cambiamento climatico si è quindi puntato tutto sulla mobilità elettrica. Per riuscire in questa trasformazione epocale, però, occorrono materie prime la cui estrazione – in genere sporca e poco redditizia – è stata delocalizzata nei Paesi del Sud del mondo. Ora Bruxelles si è accorta che la transizione ecologica dipende dalle importazioni, in particolare quelle cinesi. 

L’Europa tenta così di correre ai ripari dando impulso a una sorta di nuova “sovranità mineraria”. Dalla Scandinavia alla penisola iberica, dall’Italia ai Paesi dell’Est, un po’ in tutto il Vecchio continente sono stati lanciati carotaggi ed esplorazioni geotermiche. Noi, di recente, siamo stati nelle Valli di Lanzo, in Piemonte, dove la società australiana Altamin sta effettuando delle ricerche in vecchi siti minerari alla ricerca di cobalto. Come il litio anche questo minerale è indispensabile per la fabbricazione delle batterie destinate alle auto elettriche o ad immagazzinare l’energia prodotta da fonti rinnovabili. 

Tecnologie dette verdi, ma che hanno un lato grigio: l’estrazione mineraria. Oggi, circa il 70% del cobalto mondiale proviene dalla Repubblica democratica del Congo (Rdc), dove la corsa a questo metallo, guidata dalla Cina, alimenta la corruzione e genera grossi problemi sociali e ambientali. Ecco, quindi, che alcune giovani imprese, soprattutto australiane, hanno fiutato il business e si attivano a fare ricerche in Europa. Tentano il colpaccio, speculando sul fatto di trovare un filone minerario potenzialmente sfruttabile e redditizio, considerato anche l’aumento dei prezzi delle materie prime, soprattutto dei metalli da batteria.

Questa corsa ai metalli della “transizione ecologica” non fa l’unanimità. In Piemonte lo abbiamo constatato direttamente. In Francia, l’annuncio del progetto di Imerys ha suscitato reazioni contrastanti da parte degli ambientalisti, che temono la distruzione degli ecosistemi locali e varie forme di inquinamento derivanti dal processo di raffinazione. Lo scorso gennaio, di fronte alle pressioni popolari, la Serbia ha dovuto rinunciare a un progetto simile portato avanti dal gruppo australiano Rio Tinto. Anche in Portogallo, il progetto Mina do Barroso del gruppo britannico Savannah Resources è fortemente contrastato dalla popolazione locale. Qualche giorno fa, in Spagna, nell’Estremadura, 600 persone hanno manifestato al grido «¡No a la mina!» per protestare contro un progetto sempre relativo al litio.

Siamo di fronte, quindi, ad una contraddizione irrisolvibile. Siamo obbligati dal riscaldamento climatico a ridurre le emissioni e a cambiare i nostri vettori energetici, ma anche le tecnologie “verdi” hanno il loro lato “grigio”. Spesso non ce ne rendiamo conto, pensiamo che con l’acquisto di un’auto elettrica o l’installazione di un pannello solare possiamo diventare ecologisti virtuosi. In realtà, se il modello di consumo rimarrà lo stesso, non sarà così: non faremo che passare da un consumismo basato sulle energie fossili ad uno basato sullo sfruttamento minerario. 

Ecco così che il sogno di un mondo più pulito sbatte contro la materialità della transizione ecologica e digitale. In Europa, non è mai stato un problema: da anni abbiamo delegato queste attività sporche al resto del mondo, dismettendo miniere, industrie e saperi. Con un doppio effetto, come ribadito dall’esperto francese Guillaume Pitron nel suo libro “La guerra dei metalli rari”: abbiamo lasciato campo libero a Stati sprovvisti di scrupoli ecologici e sociali e siamo, tutti noi, rimasti nell’ignoranza quanto ai reali costi ecologici del nostro stile di vita. Ora che la transizione è in corso ci rendiamo conto di non essere sovrani sulle nostre auto elettriche o sui pannelli solari. Stiamo correndo ai ripari, cercando litio e cobalto a casa nostra, sperando di limitare la dipendenza. Ma le miniere inquinano, sconvolgono il territorio, arricchiscono i pochi. E quindi, legittimamente, protestiamo. Non vogliamo scavatori nel nostro bel giardino. Finora, le esternalità negative di una batteria erano storia lontana di rado letta sui giornali. La caccia mineraria appena aperta in Europa avrà un pregio: ci aprirà gli occhi sui costi del nostro essere moderni, connessi ed “ecologici”. 

Nell’immagine: protesta contro la miniera di Barroso, in Portogallo

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