“Policrisi” o il gran teatro  del mondo

“Policrisi” o il gran teatro del mondo

Tutto capita come se gli avvenimenti caotici, anche del nostro tempo, si moltiplicassero e si rafforzassero reciprocamente, fino a una forma di destabilizzazione generale del nostro sistema


Silvano Toppi
Silvano Toppi
“Policrisi” o il gran teatro del mondo

A chi si trova di fronte ad uno schema come quello che presentiamo qui sopra o vengono le vertigini e rinuncia a capirci qualcosa, o ritiene sia opera di un immancabile assatanato che si diverte a schizzare tutto il mondo alla rovina, oppure riesce ad incuriosirsi e a interrogarsi su dove portano o si intersecano o si correlazionano tutte quelle frecce, riuscendo forse anche a scoprire un “nuovo grande teatro del mondo” (per dirla con Pedro Calderon de la Barca, che, tra parentesi, si recita in questi giorni dinanzi alla grandiosa Abbazia di Einsiedeln e val la pena di ricordarlo e anche di andarci perché i quattrocento anni di quell’opera continuano a ripresentare tutta l’attualità umana).

Lo schianto

Quello schema è opera dello storico britannico Adam Tooze, resosi famoso anche per il suo poderoso e fondamentale testo “Crashed” (tradotto in italiano con il titolo “Lo schianto, 2008-2018, come un decennio di crisi economica ha cambiato il mondo”, Mondadori).

Quello schema val la pena di riprenderlo perché rappresenta ciò che lo storico  definisce “policrisi”, introducendo il termine ormai nel linguaggio comune. E lo spiega così: “Nella policrisi, gli choc sono disparati, ma interagiscono tra di loro in modo tale che l’assieme è ancora più insormontabile della somma delle parti”. 

In altre parole: tutto capita come se gli avvenimenti caotici si moltiplicassero e si rafforzassero reciprocamente, sino a raggiungere una forma di destabilizzazione generale del sistema (economico, finanziario, istituzionale, ecologico ecc.). E precisa: “Ciò che rende le crisi degli ultimi quindici anni così disarmanti, sta nel fatto che non sembra ormai più plausibile puntare su una causa unica e, conseguentemente, su una soluzione unica”.

C’è però di peggio: le soluzioni apportate a certi aspetti della policrisi generano di fatto nuove crisi. “Più riusciamo a far fronte (alla crisi), più le tensioni crescono”. Terribile illusione, ad esempio, tra coloro che avevano ritenuto che la crisi sanitaria (la pandemia), che ha richiesto un corale massiccio intervento pubblico, avrebbe inaugurato una nuova era di consapevolezza e di prosperità. In realtà l’ordine economico degli ultimi quarant’anni, fondato su inflazione o tassi deboli o nulli, è stato fortemente destabilizzato da ciò che gli economisti chiamano “esternalità”, la pandemia, il conflitto ucraino, la persistente e crescente crisi ecologica.

Il funambolismo senza fine

A dire il vero, la nozione di “policrisi” non l’ha inventata Adam Tooze. È del sociologo Edgar Morin, che l’aveva evocata già negli anni ’70 e la definiva poi in “Terre-Patrie” (1993) come una situazione nella quale diverse crisi interconnesse, sovrapponendosi, assumono la forma di un “complesso interconnesso di problemi, di antagonismi, di crisi, di processi incontrollabili” che designano “la crisi generale del pianeta”. 

Una tale visione delle cose si distingue nettamente da ciò che si chiama in economia “crisi sistemica”. In altre parole di una crisi che destabilizza l’assieme di un sistema, ma di cui il punto di partenza è uno choc unico e quindi identificabile. In quest’ultimo caso si può intervenire, conoscendo l’ingranaggio di tutto e si può evitare il contagio (com’è capitato con la crisi finanziaria del 2008). In una “policrisi”, invece, il contenimento è impossibile. Tale è l’incatenamento degli avvenimenti che diventa impossibile fermarli. Anzi, spesso le soluzioni proposte generano altri problemi che propagano il contagio.

Adam Tooze, nel suo schema, rappresenta tutte le interdipendenze in atto: cause e conseguenze, crisi e reazioni si intersecano creando nuovi rischi, maturandone altri.

Come si può quindi rispondere a questo tipo di destabilizzazione completa che, oltre tutto, si autoalimenta? Quando, come osserva Tooze, “il nostro funambolismo senza fine, sulla corda tesa, diventa sempre più precario e nervosamente devastante”.

Due opposte letture della storia

La logica della policrisi ritrova quella dei conservatori classici, secondo i quali la storia è una forza che gli uomini non possono controllare: devono subirla. Ed è qui che è apparso e ormai furoreggia il termine “resilienza”, con i “piani di resilienza e di rilancio”. Resilienza per Tooze è solo la sorella gemella della policrisi. Una sorta di “equilibrio del male minore” che tenta di rimettere assieme gli interessi e gli opportunismi degli individui nel mercato libero. Da cui finirà per riscaturire ancora, come capitalismo comanda, “un ordine spontaneo”, l’unico capace a soddisfare tutti. E la “policrisi” ridiventa tutto quanto può rilanciare l’opzione di un radicalismo libertario, individualista e nazionalista. Processo che è già in atto.

A prima vista, quindi, la nozione di policrisi corrisponde al mondo che ci circonda.

E anche qui sembrano opporsi due visioni radicalmente distinte: la visione quasi metafisica e “quietista” della policrisi da un lato e la visione materialista e storica del superamento del capitalismo dall’altra. Una distinzione che rivela, in realtà, due opposte letture della storia: l’una conservatrice e fatalista, l’altra emancipatrice e attiva. Ed è proprio su questo punto preciso che la nozione di policrisi si fa problematica.

Se quindi la rivoluzione non è all’ordine del giorno, non resta allora che la crisi di un sistema che sta dando fondo a tutte le sue risorse per sopravvivere: guerre, creazione monetaria (criptovalute), sostegno pubblico ormai imprescindibile dall’economia privata con la crescita ineliminabile dell’indebitamento pubblico: che non è solo, come si vorrebbe far credere, “onere di irresponsabile socialità”, ma fuga per la tangente tecnologica e accelerazione della devastazione ecologica.

Nell’immagine: Abbazia di Ensiedeln, la rappresentazione del “Gran Teatro del Mondo ” di Calderon De La Barca con la regia di Lukas Bärfuss

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