Dal cucù all’antifragilità elvetica

Dal cucù all’antifragilità elvetica

C'è un miracoloso ingrediente nel DNA della Svizzera


Silvano Toppi
Silvano Toppi
Dal cucù all’antifragilità elvetica

C’è anche chi parla di «antifragilità» elvetica. E non sembra un pregiudizio o un cliché o una battuta alla Welles o l’immunità di “un’isola che non c’è” (vedi il recente e stimolante contributo di Enrico Lombardi su Naufraghi/e). Certamente un modo diverso di collocare e vedere la Svizzera che ha la sua ragion d’essere.

Dopo le turbolenze della pandemia c’è la tendenza a dire, in lingua bernese o anche ticinese (ultime interviste televisive ai responsabili dell’economia) che, tutto sommato, non è poi andata così male. In termini di PIL (prodotto interno lordo o, per semplificarla, di crescita economica) o di disoccupazione si era previsto peggio. Dietro a questi rilievi c’è molto orgoglio nazionale o cantonale (quanto siamo bravi, nonostante tutto!), ma sotto sotto si nasconde l’immancabile confronto con chi ci sta attorno, che fa peggio e non sembra uscirne (anche se l’Italia prevede quasi un punto di aumento del PIL come conseguenza della vittoria negli Euro). E così si nutre, in un momento politicamente delicato (v. rifiuto dell’accordo quadro con l’Ue) la glorificante idea di Svizzera, paese delle meraviglie: non ha smarrito la crescita e nel bailamme generale mantiene stabilità politica, grazie alle sue istituzioni particolari, non ancora impegolate, aggiungono i soliti, nelle quadrature di Bruxelles.

Qualche tempo fa scoprivo per caso un saggista, specializzato nella gestione dei rischi e dell’incertezza, Nassim Taleb, che ha scritto un libro, intitolato (in inglese) «Antifragile» (traduciamo pure Antifragilità) che dà spiegazioni e dimostrazioni interessanti. Sostiene, ad esempio, che la Svizzera è «il paese più stabile al mondo» perché ha nel sangue (o nel suo DNA, se si vuole) l’«antifragilità». Che cos’è? È la capacità di resistere ai contraccolpi ma, meglio ancora, la capacità di approfittarne. Abilità estrema, altro che orologio a cucù!

C’è la spiegazione politica: l’antifragilità è data dalla struttura istituzionale costruita dal basso verso l’alto, dal cittadino verso lo Stato, dall’assenza di un governo forte o dalla necessità di persone carismatiche, dal rifiuto dei tribuni, da «una superba protezione contro il romanticismo delle utopie» (si sottolinea persino). C’è quindi l’aspetto economico, intrecciato alla stabilità: il pragmatismo, l’accortezza nello sfruttare ogni opportunità o ogni contrarietà, l’assenza o quasi di interventismo statale «ingenuo» (come viene definito, un po’ misteriosamente). È vero, la Svizzera suscita invidia e sta subendo numerose pressioni da ogni parte (anche con la tassa sulle multinazionali decisa a Venezia. Che ha messo di malumore il nostro ministro delle finanze, Maurer). Ma è proprio questo continuo stress politico-economico che ne rafforza il sistema immunitario e la rende unica.

Affascinante. In buona parte anche vero. Sono comunque in molti a crederci. Dovremmo però metterci appresso, ad esempio, per correttezza o oggettività, quel mezzo milioni di lavoratori, con famiglia, che devono vivere con meno di 4 mila franchi al mese. Forse è un elemento di fragilità, anche se ce lo ricorda un sindacato, istituzione emarginata. Oppure soffermarci su altri tre rilievi emersi proprio da informazioni recenti sul PIL. La prima: è l’immigrazione ad avere un ruolo molto importante e a farci evitare la recessione, soprattutto grazie alla maggior domanda creata, fattore essenziale nella crescita (ma forse anche al fatto che gli immigrati sono una massa di manovra che si può indurre a tornare al proprio paese quando risultano in esubero). Fragilità demografica ed umana, quindi. La seconda: la creazione di maggior valore aggiunto (e, quindi, di ricchezza) risulta dovuta alla produzione di servizi che riguardano la salute, le attività sociali, l’amministrazione pubblica; assieme hanno contribuito quasi alla metà della crescita. Interventismo pubblico, quindi. Per fragilità privata. Se non ci fosse sarebbe il crollo. La terza, più particolare, confermata anche da una recente analisi dell’OCSE: quasi la metà del maggior valore delle esportazioni svizzere è dovuto a prodotti semifiniti importati. Dunque, non ci sono esportazioni possibili e crescita senza importazioni. Forte dipendenza, quindi.

Non è che la pretesa antifragilità elvetica sia costruita sulla fragilità? Paradosso o abilità elvetici. Oppure c’è ancora un’altra spiegazione, forse da scoprire nella cultura nazionale o, meglio, nell’etica… elvetica.

Nell’immagine: mappa genealogica dei temi trattati da Nassim Taleb

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