«Meglio un Socrate insoddisfatto che un imbecille soddisfatto»

«Meglio un Socrate insoddisfatto che un imbecille soddisfatto»

A proposito di felicità, economia, ricchezza e consumi


Silvano Toppi
Silvano Toppi
«Meglio un Socrate insoddisfatto che un...

Non si potrebbe aggiungere niente all’ottima e completa analisi qui fatta da Lelio Demichelis su “L’industria della felicità e la società infelice”, anche sulla scorta di un imperdibile testo, che egli commenta, del sociologo Domenico De Masi (La felicità negata). Vien voglia, tuttavia, di fare un altro giro e osare proporlo.

C’è una correlazione economica fattasi quasi legge umana: disponibilità di reddito – soddisfazione – felicità. O, se si vuole, per farla spiccia o più immediata: ricchezza è felicità, soldi è felicità. Dice il dizionario: la felicità è lo stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri. È una delle possibili definizioni. Equivale però a dire, almeno implicitamente, che l’economia dev’essere nemica della felicità.

L’economia, che divinizza la crescita, senza la quale non esisterebbe, non può permettersi la felicità. Il suo scopo fondamentale, infatti, non è quello di rispondere a dei bisogni e soddisfare dei desideri. È quello di crearne continuamente, anche superflui. Quindi, solo un’economia che rende insoddisfatti (infelici) riesce a produrre (sovraprodurre), crescere, far girare senza sosta il motore, generare profitti.

Il discorso non può però finire qui. Per il semplice motivo che l’economia, quella in cui siamo intrappolati, ha trovato una sua astuta fuga dall’irrazionalità dicendoci e convincendoci che è solo consumando che possiamo renderci felici. O, come precisano preoccupate le nostre stesse autorità in questi giorni, non tanto intimorite dall’inflazione, che colpisce soprattutto i deboli, quanto piuttosto da una recessione in arrivo che colpisce tutti, è solo consumando che facciamo lievitare il Pil, nuovo Leviatano, reso custode della felicità nazionale perché equiparato a crescita o decrescita della ricchezza prodotta. Pil che movendosi in su (o in giù, a dispetto) attorno a uno zero: 0.7- 1.5, rappresenta quindi percentuali… di felicità nazionale lorda. Lorda perché è ricchezza pesante, che si sedimenta anzitutto da una parte, dove conviene, prima di sgocciolare un poco altrove. E l’equazione creazione di ricchezza = felicità distribuita per tutti rimane sempre un’ipotesi da dimostrare.

La vera questione non è però tanto sapere se i soldi rendano felici quanto se consumare renda felici. Si dirà subito che si sta scivolando nella solita ipocrita retorica dell’anticonsumismo: facile porre quella domanda, ma poi, alla resa della coerenza, nessuno rinuncia o indietreggia. Sia perché anche la sobrietà, virtù spesso invocata di questi tempi, rimane peccato mortale per l’economia, che ha appunto bisogno di consumi e nemmeno di risparmi, sia perché, tocco paradossale, ognuno, se rinunciasse a consumare o dovesse essere costretto a consumare meno, si sentirebbe subito meno felice degli altri o defraudato di un diritto. E anche la sobrietà, un tempo virtù, diventa sinonimo di povertà.

Uno dei padri dell’economia, il filosofo inglese John Stuart Mill, vissuto nell’Ottocento, anticipa i nostri tempi quando nel suo «On Liberty» (1853) parla proprio della correlazione: economia-libertà-felicità. «Meglio essere un Socrate insoddisfatto che un imbecille soddisfatto», sentenzia, quasi infastidito, a un certo punto.

Vuol dirci che c’è qualcosa d’altro oltre il consumo. Infatti, poco più avanti spiega: «Se la terra deve perdere le sue bellezze a causa dei danni provocati da una crescita illimitata della ricchezza, aggiungerei allora che è meglio rimanere dove stiamo prima di essere costretti a farlo per necessità».

C’è tutto. Profetico John, ignorato dalle cattedre di economia, dai liberali che lo pretendono padre senza conoscerlo o ne ripetono al massimo solo una frase (“Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse.”): una delle poche conosciute dai nostri politici o ripetute da qualche Consigliere Federale o di Stato a mo’ di giustificazione, per farci capire perché privilegiano individualismo e interesse privato. La felicità è forse altrove, e comunque non c’entra con l’economia. Come dovevasi dimostrare.

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