Trovato un reperto della società liberale

Trovato un reperto della società liberale

Per chi dice ‘ideologico’ e pensa di aver detto tutto


Silvano Toppi
Silvano Toppi
Trovato un reperto della società liberale

Nel Ticino politico, in particolar modo quello dei partiti e quello granconsiliare, o quello della città-cantone, capita ormai spesso che la contrarietà nei confronti di nuove proposte, la critica o i dubbi anche circostanziati espressi su decisioni politiche prese da una maggioranza oppure l’opposizione a megaprogetti ritenuti mancanti di funzionalità razionale prima ancora che economica o urbanistica, o ancora denunce, richieste, provvedimenti a protezione del clima, vengano subito, quasi automaticamente, bollate come “ideologiche”. Punto e basta. Come dire, tutto assieme: fuori tempo, irricevibili, irrealiste, mostruose, indiscutibili, non liberali, marxiste, leniniste, da terzo mondo. È capitato recentemente, in una breve intervista televisiva, aver sentito un politico, non dei minori, contestare una proposta sulla Scuola (quella sui “livelli, che tra l’altro chiede per di più una sperimentazione) bollandola per tre volte come “ideologica”, senza sapere in tal modo in che cosa consistesse veramente la sua opposizione (che cosa voleva dire o non aveva niente da dire?) o se la sua opposizione fosse, paradossalmente, solo… “ideologica” (considerato che la proposta proviene dal dipartimento retto da un socialista). Capita anche che al giornalista-moderatore venga sempre meno la famosa seconda domanda: “scusi, che cosa intende per ideologica?”. C’è poi un movimento-partito che, è vero, non ne lascia perdere una e non si può negare che, pur rompiscatole, ha anche sovente nelle sue prese di posizione e spiegazioni delle buone ragioni, confermate spesso dopo poco tempo nella realtà (basterebbe pensare al problema del salario minimo e alle incoerenze legislative che poi hanno permesso la nascita degli “escamotages” farlocchi): quello è per definizione assoluta “ideologico”, equivalente a: “da ignorare”.

Qui (considerato che aleggia anche dalle nostre parti il clima della elezione presidenziale italiana) può venirci in aiuto un autentico “liberale”, un autentico politico che fu anche un grande giornalista ed economista, Luigi Einaudi. Nel suo discorso di investitura a presidente (1948-55, anni non certo facili) si dispiaceva, davanti ai parlamentari “di non poter più partecipare ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune, e di non poter più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a sé stessi di avere in tutto o in parte torto. E di accettare, facendola propria, anche l’opinione di altri”.

È un reperto della civiltà liberale, ormai in via di estinzione, soffocata dalla nuova intolleranza, dall’incapacità di discutere, dalla refrattarietà al metodo del confronto senza etichettature mortifere, dal trionfo dell’ignoranza del twittarolismo, dall’insofferenza per il dissenso, per il pensiero divergente, dalla demonizzazione di chi non è come noi o non la pensa come noi perché li ritiene demolitori dei propri interessi e affari o ne teme l’infezione morale. È il trionfo di quella che altrove, in regimi cari anche ad alcuni dalle nostre parti, politici e finanzieri, si è definita, con un ossimoro che più paradossale non si può: democrazia illiberale. Il cui primo obiettivo è sempre quello di far tacere le voci considerate non conformi. O anche pretendere a propria immagine, idea ed interesse giornali (anche acquistando pagine redazionali… salvando la libertà redazionale), televisione e giudici.

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