Samantha Cristoforetti paladina dei padri

Samantha Cristoforetti paladina dei padri

Riflessioni sul lungo viaggio nello spazio di una mamma astronauta


Federica Alziati
Federica Alziati
Samantha Cristoforetti paladina dei padri

Cronaca di una mattinata di materna, ordinaria inquietudine. Come ogni giovedì, esco di casa prima che le mie figlie (due gemelline di quasi quattro anni) si sveglino: devo prendere di buon’ora un treno per raggiungere l’università in cui insegno e mi attende una trasferta di più di tre ore. E come ogni settimana, prima ancora di partire mi trovo già ad arrovellarmi sulla tabella di marcia che mi permetta – tra cambi di treni, coincidenze rocambolesche e corse a perdifiato – di rientrare all’ovile il prima possibile, sicuramente in tempo per la cena. Ma questo giovedì un’immagine si frammette potente tra i miei calcoli, offrendomi una tregua insperata: è la fotografia di Samantha Cristoforetti che saluta i figli al momento di accingersi alla sua trasferta verso la stazione spaziale.

Sorrido, e respiro. Sono grata a Samantha Cristoforetti. Grazie a lei, oggi, mi concederò di non correre: non scapperò dall’aula come una ladra al suono della campanella, prenderò un caffè con studenti e colleghi e tornerò a casa in tempo per mettere a letto le mie bambine, che intanto avranno fatto una bella cena col loro papà. L’insolita tranquillità non mi deriva dalla constatazione che, dopotutto, ci sono madri peggiori di me: io resto lontana una giornata, quella se ne va nello spazio… Samantha Cristoforetti non mi ha fornito su un piatto d’argento un modello negativo che gratifichi il mio amor proprio materno. Mi ha ricordato che nella vita servono ragionevolezza e prospettiva: ci sono famiglie a cui, per motivi eccezionali o di mera sopravvivenza, sono richiesti sacrifici notevoli, rispetto ai quali le nostre quotidiane preoccupazioni si ridimensionano in modo salutare.

Ma ci sono altre due figure, nella fotografia, che meritano più di uno sguardo distratto. Il padre, che tiene in braccio il più piccolo dei figli, e il collega astronauta Luca Parmitano, che sorregge la sorella maggiore. Già, i padri. La domanda su chi accudirà i due bambini durante la missione spaziale della madre – che tanto (forse eccessivo) scalpore ha suscitato – mi pare debba ferire più che altro il padre. Nella banalità della mia situazione, sono sposata con un uomo intelligente e premuroso, che si occupa con gioia e naturalezza delle nostre figlie. Perché allora non gli accordo più spazio e più fiducia, o meglio più responsabilità? Perché se una mattina prepara e accompagna le gemelle alla scuola materna in famiglia lo elogiamo con lo stupore che riserveremmo al primate che riuscisse a battere casualmente su una tastiera il testo della Commedia dantesca? Mi chiedo se l’istinto di controllo di noi madri non sia in realtà anzitutto un modo di difendere con gli artigli un feudo che sentiamo indispensabile al nostro ruolo di donne e per questo non siamo disposte a condividere più di tanto. Ma la mancanza di condivisione è una debolezza, e come tale va a scapito di tutti.

Non sono scandalizzata dalla domanda sull’accudimento dei figli rivolta a Samantha Cristoforetti. Trovo legittimo che ci si interroghi sul benessere di bambini che fronteggiano una lunga separazione da un genitore; un genitore, per di più, che si espone ad una situazione straordinaria, anche per i rischi che comporta. Fingere che sia la normalità non rende giustizia all’impresa dell’astronauta, né alla prova cui è chiamata la sua famiglia. Credo, però, che la domanda sia mal formulata: il problema ‘logistico’ dell’accudimento mi pare il minore (i bambini non resteranno certo senza pasti o fiabe della buonanotte), secondario rispetto al trauma del distacco e alla gestione di quest’ultimo, di cui ci si dovrebbe piuttosto preoccupare. Ma se davvero ci interrogassimo in modo un po’ più profondo su questi problemi, dovremmo ammettere che molte domande andrebbero rivolte anche ai colleghi uomini di Samantha Cristoforetti. I due astronauti maschi impegnati con lei hanno a loro volta dei figli: sono anch’essi dei bambini che soffriranno per la nostalgia di un genitore, eppure nessuno se ne cura; anche nelle loro case resta un solo genitore su cui graverà interamente la responsabilità della gestione familiare, eppure nessuno se ne cura. Forse le domande che ci vengono spontanee non sono da reprimere, ma da rivolgere a tutti: donne e uomini, madri e padri. Per alleviare il fardello di sensi di colpa delle prime e per riconoscere il coinvolgimento dei secondi.

Non dimentichiamo che i padri sono coinvolti ad ogni livello della vita familiare, che lo ammettiamo o no. Un padre condivide inevitabilmente il peso di notti insonni, neonati strillanti o bambini malati; anche le energie fisiche e mentali dei padri sono messe alla prova nell’avventura (sempre straordinaria) in cui i figli ci conducono per mano. Perché allora chiedono sempre e soltanto a me se sarò in grado di conciliare il mio compito materno con il lavoro, se troverò il tempo o la forza di barcamenarmi tra scrivania e bancone di cucina? Perché nessuno chiede nulla a mio marito, perché nessuno si preoccupa di lui? Forse Luca Parmitano avrebbe apprezzato qualche domanda su quel che ha significato per lui essere separato a lungo dai suoi cari, sul prezzo che ha pagato in prima persona per poter coltivare i propri talenti e la propria passione.

Se il dibattito suscitato dalla partenza di una mamma astronauta si sviluppasse un po’ più in profondità e in ampiezza, non sarebbero soltanto le madri in debito di gratitudine con lei.

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