Il Re è morto. Viva il Re!

Il Re è morto. Viva il Re!

L’eredità di una Regina che ha vissuto per servire anche il suo successore


Federica Alziati
Federica Alziati
Il Re è morto. Viva il Re!

Lo so: tecnicamente, in questo caso si avvicendano una Regina e un Re, ma nella sua perfetta simmetria la formula generica al maschile rende meglio l’idea. Nel momento stesso in cui un sovrano si spegne, i riflettori si spostano sul nuovo monarca. The Queen is dead. Long live the King! Il principio vitale dell’istituto monarchico non ha concesso eccezioni nemmeno per la scomparsa della Regina Elisabetta, incarnazione assoluta della regalità per chiunque al mondo abbia alle spalle meno di otto decenni di vita.

Un istante prima che si scatenasse la retorica funebre di testate giornalistiche e radiotelevisive, un comunicato ufficiale ha trasmesso la notizia della morte spendendo appena otto parole («The Queen died peacefully at Balmoral this afternoon», la regina è morta serenamente a Balmoral questo pomeriggio). Le restanti diciotto parole erano dedicate a rassicurare i sudditi sul prossimo rientro a Londra del Re e della Regina Consorte («The King and The Queen Consort will remain at Balmoral this evening and will return to London tomorrow»).

Certo, il lungo periodo di lutto che Regno Unito e Commonwealth stanno attraversando è costellato di omaggi alla compianta sovrana, nella forma delle solenni cerimonie rituali come delle manifestazioni più spontanee e toccanti dei sudditi. Ma entro le ventiquattr’ore dalla dipartita della Regina, prima ancora che un’immagine del feretro rendesse tangibile la realtà dei fatti, l’unico rito che non abbia potuto attendere è stato quello della Proclamazione ufficiale di Carlo III. Da venerdì 9 settembre, il God save the King risuona ininterrottamente, da Saint James’ Palace al Parlamento di Londra, da Edimburgo a Cardiff e Belfast, fino ai più remoti angoli del Regno. 

Requiem per una sovrana, verrebbe da commentare, ma Dio ormai ha da proteggere il successore. L’apoteosi si è avuta nel pomeriggio di domenica: mentre il convoglio funebre con le spoglie mortali di Elisabetta II attraversava per l’ultima volta le lande scozzesi nel silenzio della popolazione rispettosamente allineata lungo il percorso, la folla assiepata in attesa del corteo lungo il Royal Mile di Edimburgo veniva rumorosamente invitata da banditori e trombettieri ad inneggiare al suo erede. O forse no: forse, l’apice si è toccato quando la Banca d’Inghilterra si è sentita in dovere di assicurare i risparmiatori che banconote e monete con l’effigie della Regina continueranno ad essere accettate e non finiranno nella cartastraccia. Sic transit gloria mundi.

Ecco, credo che il punto qui stia proprio nella consapevolezza della transitorietà di qualunque gloria mondana. È curioso che a rammentarcene sia la forma istituzionale apparentemente più vincolata al culto della persona. Eppure, i rituali della monarchia convergono tutti a ricordare che la devozione nei confronti del sovrano è legittima se l’individuo che indossa la corona simboleggia qualcosa di più nobile del suo prestigio personale, se nella fragilità di un comune mortale si riesce a riconoscere la grandezza di valori imperituri. Per questo Re e Regine possono susseguirsi, in un immediato passaggio di consegne molto più indolore di quanto si possa immaginare. Un sovrano è tale perché, o meglio finché è al servizio delle istituzioni e della nazione che rappresenta: l’ultimo atto che gli è richiesto è lasciare in eredità il compito a chi verrà in seguito. Un attimo dopo, il suo ruolo può considerarsi ormai compiuto.

Sarebbe utile che lo tenessero a mente anche i politici democraticamente eletti, quando si affaccia la tentazione del protagonismo o la brama di difendere anzitutto la propria poltrona, neanche fosse un trono. Forse, la lezione che tutti possiamo trarre da una donna d’altri tempi, che ha regnato settant’anni per diritto di nascita, è che il maggior privilegio che otteniamo nascendo è la capacità di mettersi al servizio degli altri.

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