Globalismo e sovranismo

Globalismo e sovranismo


Christian Marazzi
Christian Marazzi
Globalismo e sovranismo

Lo scoppio della pandemia, con l’immediata chiusura della Cina e la ricerca affannosa di nuove fonti di approvvigionamento di materiale protettivo sanitario, aveva sin da subito portato molti commentatori a parlare di fine della globalizzazione. Il necrologio della globalizzazione, d’altra parte, sembrava la logica conseguenza del nazionalismo economico di Donald Trump, della Brexit e della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Le catene del valore transnazionali, basate sul modello just-in-time delle consegne in tempo reale e a zero scorte, hanno sicuramente messo in evidenza la vulnerabilità di un sistema produttivo e distributivo sbilanciato sulla Cina. Una vulnerabilità che in questi ultimi mesi si è materializzata con lo shock dei prezzi delle materie prime energetiche e l’intasamento dei porti di tutto il mondo.

Eppure, non c’è alcuna evidenza empirica che la pandemia abbia convinto la maggior parte delle aziende straniere ad abbandonare la Cina, men che meno gli agenti della finanza globale. In settembre, il deficit commerciale statunitense ha raggiunto il suo record storico ($288.5 miliardi), mentre il surplus commerciale cinese ha superato i livelli pre-pandemici. D’altra parte, gli investimenti diretti stranieri in Cina stanno aumentando, come pure i flussi di capitali sui mercati finanziari cinesi. Insomma, la metrica della globalizzazione smentisce la narrazione della deglobalizzazione1, se è vero che, secondo un sondaggio della HSBC, il 97% delle imprese afferma che intende continuare ad investire in Cina.

Certamente, la costruzione di nuove catene d’approvvigionamento richiede parecchio tempo e risorse. Per il momento è piuttosto la strategia “China Plus One” che sembra prevalere, con le imprese straniere che, continuando ad operare in Cina, investono in paesi come il Vietnam, la Tailandia e la Malesia per approvvigionarsi. Probabilmente, il sistema just-in-time verrà ridefinito sulla base di una migliore combinazione tra rischio e resilienza. Ma la globalizzazione della produzione è qui per restare, è troppo redditizia.

Anche se profondamente interdipendenti (commercio, finanza e tecnologia), i due poli del capitalismo globale sono bloccati in una competizione strategica intensa e di lunga durata. È la divergenza tra logica del capitale e logica dello Stato che deve preoccupare: un capitale transnazionale tutto teso a sfruttare le condizioni di profittabilità offerte da una Cina nazionalista ma alquanto aperta agli investimenti stranieri, e uno Stato (americano, ma non solo) protezionista e sovranista2. È bene ricordare che fu questa stessa divergenza a interrompere la prima globalizzazione capitalistica all’inizio del XX secolo. E la interruppe assai malamente.


  1. Negan Greene, “We should not believe the deglobalisation narrative”, in Financial Times, 16 novembre 2021
  2. Philip S. Golub, “Pechino scommette sulla finanza”, in Le Monde diplomatique, novembre 2021

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