Just-in-time

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Produzione internazionale, interessi nazionali. Dov'è il punto di equilibrio?


Christian Marazzi
Christian Marazzi
Just-in-time

Il just-in-time, la filosofia industriale della produzione in tempo reale o “appena in tempo”, secondo cui occorre produrre solo ciò che è già stato venduto o che si prevede di vendere in tempi brevi, è stata una delle meraviglie della globalizzazione degli ultimi trent’anni.

Inventato dai giapponesi negli stabilimenti della Toyota subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale per far fronte ad una domanda interna e esterna contenuta (embargo americano), il just-in-time ha permesso di gestire con precisione quasi cronometrica materie prime e forza-lavoro per evitare di accumulare nei magazzini scorte invendute e quindi sprechi costosi (produzione snella). Per meglio respirare con il mercato, l’organizzazione della produzione secondo i principi del just-in-time ha flessibilizzato il lavoro, dando avvio a quella trasformazione del mondo del lavoro all’insegna della precarizzazione.

In Occidente, il just-in-time è stato adottato a partire dai primi anni Ottanta per superare il modello industriale fordista e le sue rigidità, ma anche per far fronte alla concorrenza dell’economie dei paesi emergenti sempre più protagonisti all’interno dell’economia mondiale. Il risultato è stata la creazione di un’economia globale fortemente interconnessi da catene del valore e della fornitura sincronizzate in tempo reale, un gioiello di razionalità industriale che avrebbe entusiasmato Max Weber.

Dei limiti del modello just-in-time si era parlato subito all’inizio della pandemia di fronte alla carenza di mascherine e di respiratori, un collo di bottiglia poi superato con la rilocalizzazione puntuale della produzione. Oggi si torna a parlarne a proposito della mancanza di semiconduttori e dei suoi effetti sulla produzione di automobili, di apparecchiature elettroniche e di altri beni digitalizzati. L’industria automobilistica, per evitare un aumento delle scorte, durante la pandemia aveva ridotto di molto le ordinazioni di semiconduttori, ma oggi che la domanda sta riprendendo velocemente grazie alle vaccinazioni e agli stimoli pubblici, l’industria dell’auto non riesce a far fronte all’aumento delle ordinazioni. Col risultato che la domanda di automobili si è spostata sull’usato, ciò che, curiosamente, ha provocato l’aumento dei prezzi in questo settore.

Insomma, un bell’esempio di disallineamento tra domanda e offerta causato da un modo di produrre che, per ridurre i costi ai minimi termini, ha privilegiato l’immediato a scapito del futuro (il just-in-time invece del just-in-case). Ma anche il riflesso di una crisi di tipo geopolitico, se è vero che l’origine dell’intoppo dei semiconduttori va ricercato a Taiwan e
in Corea del Sud, produttori del 90% dei semiconduttori brevettati dagli Stati Uniti: le restrizioni del governo statunitense di esportare tecnologia verso la Cina, iniziate da Trump e destinate ad acuirsi con Biden, ha indotto i cinesi ad accumulare scorte a più non posso in vista di ulteriori restrizioni, lasciando a mani vuote il resto del mondo.

La pandemia ha costretto a ridefinire geopoliticamente le catene del valore e delle forniture. Trovare il punto di equilibrio tra interessi economici nazionali e natura internazionale della produzione non sarà affatto semplice.

Testo dell’intervento nella rubrica Plusvalore di Rete Due

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