Il patto che manca
La proposta di patto di Paese merita di essere discussa, ma deve mettere sul tavolo anche la proprietà, le competenze strategiche, il potere decisionale e un modello di sviluppo sostenibile e solido
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La proposta di patto di Paese merita di essere discussa, ma deve mettere sul tavolo anche la proprietà, le competenze strategiche, il potere decisionale e un modello di sviluppo sostenibile e solido
• – Spartaco Greppi e Christian Marazzi
La vera questione non è “più o meno Stato”, ma se il Ticino possa permettersi uno Stato progressivamente svuotato delle risorse necessarie per realizzare i propri compiti
• – Spartaco Greppi e Christian Marazzi
In Ticino l’Intelligenza Artificiale, se non governata anche politicamente, rischia di accrescere i problemi di un’economia basata sui bassi salari, e non solo
• – Spartaco Greppi e Christian Marazzi
L’anomalia ticinese non è solo fiscale ma politica, e uno Stato percepito come ingiusto diventa fragile
• – Spartaco Greppi e Christian Marazzi
Ora occorre concretamente delineare il modello sociale che si vuole perseguire
• – Spartaco Greppi e Christian Marazzi
Come già evidenziato dal Franscini, in Ticino anche il problema del salario minimo non è il singolo lavoratore, residente o frontaliero, ma il modello di sviluppo
• – Spartaco Greppi e Christian Marazzi
Riserve energetiche per l’intelligenza artificiale e il confronto con la Cina dietro l’intervento Usa in Venezuela
• – Spartaco Greppi e Christian Marazzi
Il rischio che la frustrazione sociale che si sta accumulando in Ticino si trasformi in rabbia aperta
• – Spartaco Greppi e Christian Marazzi
Lo Stato sociale attenua gli effetti più drammatici della povertà ma mostra tutte le sue lacune sistematiche e una capacità redistributiva limitata
• – Spartaco Greppi e Christian Marazzi
L’1% più ricco della popolazione svizzera genera circa 195 tonnellate di CO₂ pro capite l’anno. Le fasce più modeste solo 9. Chi inquina paghi!
• – Spartaco Greppi e Christian Marazzi
La proposta di patto di Paese merita di essere discussa, ma deve mettere sul tavolo anche la proprietà, le competenze strategiche, il potere decisionale e un modello di sviluppo sostenibile e solido
Il contributo di Alex Farinelli (laRegione 24 agosto 2026) in risposta a quello di Ivo Durisch (19 agosto 2026) parte da una premessa condivisibile: nessuno vuole descrivere il Ticino come un territorio di sole filiali senza autonomia e nessuno pretende che una multinazionale trasferisca qui il proprio quartier generale mondiale. C’è un principio di proporzionalità da considerare. Ma la domanda vera posta da Ivo Durisch non era ‘quanta attività economica riusciamo ad attirare’ – ne abbiamo attirata, con i risultati che sappiamo – bensì chi la controlla, e chi ne trattiene l’utile. Ci sembra che spostare il piano dalla proprietà all’indotto aggiri la questione. Prendiamo sul serio l’argomento più forte di Farinelli, quello implicito nell’esempio di Google e Zurigo: anche quando il centro decisionale sta altrove, restano salari, fornitori, consulenti, investimenti.
In altre parole, un indotto reale. È vero, ed è un effetto importante che sarebbe sbagliato ignorare o, peggio, negare. Ma è proprio ciò che scrive e documenta Ivo Durisch a mostrarne il limite, contestualmente al Canton Ticino: il segreto bancario è finito, i miraggi fiscali del lusso e della moda sono svaniti, e con essi buona parte dell’indotto che generavano. Un indotto assimilabile a una rendita di posizione, valida finché le condizioni (locali, nazionali, internazionali) restano favorevoli. Vale la pena essere precisi sul meccanismo – tecnico – su come si distribuisce il valore all’interno di un gruppo. Quando una filiale ticinese opera come produttore o prestatore di servizi viene remunerata secondo il metodo ‘cost plus’ richiamato da Durisch: un margine calcolato sui costi sostenuti, mentre royalties su marchi e brevetti, commissioni di gestione e il margine residuo restano presso chi controlla la proprietà intellettuale e il mercato.
Il risultato è che l’utile imponibile localmente può restare modesto anche quando l’attività produttiva è solida ed elevata – ed è esattamente ciò che i dati relativi alla perequazione federale, citati sempre da Durisch, mostrano: 2’913 franchi per abitante di utili determinanti in Ticino contro 4’829 in media svizzera. Non è un problema contestuale a pochi settori o gruppi – bancario, chimico-farmaceutico – ma un indicatore della posizione strutturale del Cantone nella catena del valore che varrebbe la pena approfondire con studi e ricerche mirate.
Le ‘condizioni concrete’ attuate in Ticino da oltre trent’anni e regolarmente riproposte – fiscalità competitiva, scuole internazionali, disponibilità di spazi, certezza del diritto, procedure rapide e sburocratizzazione – sono tutte indifferenti alla proprietà. Attirano attività, come hanno sempre fatto, ma non dicono nulla su chi le controlla, né su quanto resti di tali attività nel territorio quando le condizioni generali cambiano. Un patto di Paese costruito solo su questi strumenti gestisce la fragilità, quella descritta da Durisch, ma non la supera. A meno di indicare un modello di sviluppo di cui abbiamo urgentemente bisogno, considerando i problemi economici, sociali, sanitari, ambientali che stanno aumentando a ritmi preoccupanti. Va poi detto che le ultime decisioni politiche federali e cantonali in materia di finanziamento delle alte scuole, sconfessano i propositi di chi punta all’eccellenza, alla ricerca e sviluppo, alla promozione dell’istruzione a tutti i livelli e all’accesso equo alla formazione indipendentemente dal reddito.
Uno Stato che voglia davvero incidere sul controllo decisionale non può limitarsi a facilitare: deve essere disposto ad assumere una posizione, promuovendo, con mezzi e risorse commisurate, politiche economiche, industriali e sociali all’altezza dei bisogni e delle sfide. Il fondo cantonale per sostenere le successioni aziendali a favore di lavoratori, dirigenti, cooperative e imprenditori locali – proposto da Durisch nel citato articolo – va in questa direzione: evita che la vendita a un gruppo esterno resti l’unica soluzione quando un’impresa cambia proprietà. A esso si possono affiancare condizionalità sul reinvestimento degli utili infragruppo e controlli più stringenti sul dumping salariale che, come ricorda Durisch, produce una doppia perdita: poco reddito imponibile per chi lavora, poco utile imponibile per il Cantone in cui il lavoro viene svolto.
La scelta da fare non è tra più o meno regolazione in astratto. È, al contrario, tra strumenti ciechi rispetto alla proprietà – gli sgravi fiscali generalizzati, validi per chiunque si insedi indipendentemente da dove si prendono le decisioni – e strumenti che guardano proprio a chi controlla, a chi trattiene l’utile, a chi decide se un’azienda resta o se ne va. Non si tratta di più o meno Stato, ma di quale Stato: uno che si limita a rendersi conveniente al mercato, o uno che partecipa attivamente a costruire le condizioni per un modello di sviluppo a vantaggio del benessere della popolazione, presente e futura – quelle stesse ‘future generazioni’ di cui la retorica antistatalista si preoccupa solo quando le conviene.
La proposta di patto di Paese merita di essere discussa, ma cambiandone il contenuto. Un patto che mette sul tavolo solo fiscalità e infrastrutture è un patto per gestire la posizione attuale del Ticino, un patto fallimentare. Serve, invece, un patto che metta sul tavolo anche la proprietà, le competenze strategiche, il potere decisionale contestualmente a un modello di sviluppo sostenibile e solido. Il rischio, altrimenti, non è restare senza patto. È firmarne uno che lascia il Ticino un baliaggio.
Nell’immagine: quando l’indotto è reale. Una delle sedi di Google a Zurigo
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