La scarcerazione di Patrick Zaki e i catalizzatori popolari

Il peso della mobilitazione nella vicenda del ricercatore egiziano, e studente a Bologna, una storia non ancora alla parola fine


Nicoletta Vallorani
Nicoletta Vallorani
La scarcerazione di Patrick Zaki e i...

Nell’introduzione al memoir di Patrisse Khan-Cullors e asha bendele, When they call you a terrorist (Quando ti chiamano terrorista, uscito per Ottotipi nel 2020), Angela Davis denuncia la rapidità e l’efficienza con cui l’accusa di terrorismo viene usata dalle istituzioni allo scopo di neutralizzare soggetti socialmente scomodi, per motivi pregiudiziali legati ad appartenenze per loro stessa natura sospette. Sebbene Davis si riferisca alla sorte dei neri nel contesto statunitense suprematista e bianco, questo meccanismo giudiziario è riscontrabile anche altrove, e con una sorprendente frequenza, ogni volta che ci si riferisce a identità minoritarie, difformi, vulnerabili, divergenti. Collocare quel che accade a Patrick Zaki in questo orizzonte ideale aiuta a superare la parzialità delle vicende individuali e a comprendere la sanzione sistemica di cui sono oggetto alcune minoranze in diversi contesti nazionali. Si comprende il funzionamento dell’oppressione, consolidando il giudizio di inammissibilità di questo modo di procedere.

La storia di Patrick Zaki si integra senza intoppi in questo quadro. La sua vicenda carceraria, in gran parte inspiegabile, viene strumentalmente agganciata alla pubblicazione, sul sito web Daraj, di un articolo in difesa della minoranza copta, alla quale egli stesso appartiene. Il pezzo, nella sua elementare linearità etica, figura come una delle motivazioni primarie dell’arresto e, insieme ad alcuni post dei quali non si è mai dimostrata l’autenticità, è usato a sostegno di un’accusa di terrorismo (semplificando) e di una carcerazione cautelare durata, fin qui, 22 mesi.

L’udienza di ieri – la terza dall’inizio della custodia – segna una piccola svolta e determina l’interruzione di un percorso che in molti abbiamo temuto inarrestabile. Non vi è assoluzione, ma una delibera di scarcerazione in attesa della prossima udienza, che è fissata per il primo febbraio. Certo, la questione non è risolta, e la comunicazione appare giustamente cauta, da parte di Hoda Nasrallah, legale di Zaki: “Abbiamo appreso che la decisione è la rimessa in libertà ma non abbiamo altri dettagli al momento”.

Anche così, la decisione del giudice, nella vicenda di Zaki, è di una novità sfavillante.

Per quanto sperata, questa risoluzione non era scontata né attesa: rappresentava, cioè, un desiderio che si teme sia deluso in partenza. Non è facilissimo leggere questa scelta del tribunale egiziano. Mi piace pensare – e non credo di essere lontanissima dal vero – che il ruolo della mobilitazione diffusa in favore di Patrick Zaki, in Italia, in Europa e nel mondo, abbia avuto un impatto non trascurabile. Quello che è accaduto, soprattutto negli ultimi mesi, rappresenta un caso singolare e un esempio confortante di mobilitazione della comunità di base, tanto più appariscente quanto incerti e indecisi sono parsi i passi delle istituzioni. Le iniziative si sono moltiplicate in molte città italiane, e sebbene Bologna abbia continuato a essere la capofila e l’animatrice forse primaria dell’ondata di supporto a Patrick Zaki, le dimostrazioni di sostegno sono state e sono moltissime. Il sito di Amnesty International ne riporta una mappa, traducendo in un’unica, efficace immagine un fenomeno che si vorrebbe più frequente: lo spontaneo coagularsi del sentire popolare intorno a una questione di equità giuridica e di diritti umani.

Il fenomeno ha tanto più rilevanza in questi tempi difficili, e mi viene di dire che forse aver sperimentato collettivamente la semplice idea di una prigionia indotta durante l’emergenza pandemica ha avuto il suo ruolo. Il processo si chiama, con una denominazione che trovo bellissima, “simpatia”, quel soffrire insieme che Paul Gilroy invoca in tanti suoi scritti sull’immane tragedia delle migrazioni di massa.

L’altro fatto rilevante, e nuovo e ancora flebile in Italia, è quello che di recente va sotto il nome di “artivism”: la pratica per cui l’arte sceglie di farsi portavoce di battaglie civili, esponendosi in un agone politico, anche qui nell’obsoleto senso etimologico del termine. Il gesto artistico in difesa dei diritti della polis come comunità è confluito in libri, spettacoli teatrali, contest visuali, premi per la pace e infine tavole disegnate, una per tutte quella presentata da Zerocalcare a Più libri più liberi. Nel contesto di questa bella fiera del libro, prima ancora dell’udienza, si è tenuto un incontro dedicato a Patrick Zaki, al quale hanno partecipato Mohamed Hazem Abbas, Francesca Caferri e Riccardo Noury: uno scambio appassionato e istruttivo, informale e documentato, sulla condizione di un ragazzo che certo è importante in sé stessa, ma anche per le implicazioni che essa comporta per la salute etica di un’intera cultura.

E questa è solo una parte di quel che è accaduto e che vorremmo vedere sempre, in circostanze analoghe. Molte persone comuni si sono esposte sui social, e per quanto le voci fossero sommesse e poco udibili in sé stesse, nel loro insieme hanno creato, a me pare, una sensazione di appartenenza, un sentire diffuso che ha fatto percepire il senso di una comunità dove la giustizia ha un suo posto, che non va riempito di promesse vuote ma di fatti. È fondamentale che di questa richiesta si sia fatto portavoce per primo l’ateneo del quale Patrick è stato studente, l’Università degli Studi di Bologna. La battaglia non è affatto per un singolo soggetto, spiega Rita Monticelli, docente del master in studi di genere Gemma: “la nostra istituzione persegue una richiesta di giustizia per tutti. Abbiamo compiuto un passo deciso in nome della tutela dei diritti umani e delle persone: è impegno per noi fondamentale e fondativo”.

Questa scarcerazione è un fatto e una consolazione. Non è la fine della storia, perciò la mobilitazione deve continuare, e questo è importante. In ogni caso, però, è un bel momento. Esso dimostra, tornando alle parole di Angela Davis, “come l’arte e l’attivismo possano trasformare confronti tragici in catalizzatori di una più grande consapevolezza collettiva e di una resistenza più efficace”. E da qui, solo da qui, si procede per costruire una interazione giusta tra uguali.

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