Grazie per non sbagliare!

Grazie per non sbagliare!

Errori e pronunce disinvolte nel nostro parlare. Ma chi ci fa più caso?


Cristina Foglia
Cristina Foglia
Grazie per non sbagliare!

“Ninetta monta in gondola che mi te porto al Lido. – Mi no che non me fido, che ti vol mezzo milion.”-

Scriveva questa frase Stefano Benni anni fa sull’Espresso. C’era lo sciopero dei traghetti e l’andare di qua e di là dai canali a Venezia creava qualche problema.

Mi è venuta in mente questa “variante d’autore” sagomata su una canzoncina popolare, ascoltando la radio: si danno i brillanti risultati delle nostre atlete che a Tokyo hanno portato via tre medaglie su tre in sella alla bici da cross.

Mi è venuta in mente perché quasi tutti pronunciano “muntanbaic”. Da lì alla Ninetta il passo è breve. Ninetta munta in bike che mi ta porti in vall… e via con le possibili risposte, magari in assonanze birichine (che vi risparmio).

E se ormai non si fa più caso ai social, al doping e alle performances pronunciate con gli accenti fonici o tonici sbagliati, il manàgment fa ancora ridere, se non altro per la somiglianza con scmanegià, che a volte ci sta proprio bene, visti certi manager.

Lo strapazzo fonetico del vocabolario inglese va di pari passi con le contaminazioni dell’anglosassone nel parlato italiano. E anche delle altre lingue nazionali.

Grazie per il supporto nell’implementazione del format.

Il Grazie per…, invece del più elegante grazie di.., è nato molto tempo fa con la campagna contro il fumo. Quel Grazie per non fumare compariva scritto a mano in cartelloni e autoadesivi (posters and stickers) accanto a una margheritina.

Già allora erano stati in diversi a storcere il naso, ma poi ci si è fatta l’abitudine. Oggi, grazie anche al supporto indesiderato dei traduttori automatici (o pigri) è tutto un Grazie per. In tedesco e in inglese è Danke fürThank you for… senza possibili variazioni.

Le ferrovie, la posta e la telefonia, le banche, nelle loro comunicazioni in italiano ci informano che il treno è in arrivo in quindici minuti sul binario tre, che il tale ufficio è aperto lunedì al venerdì. E che l’accreditamento e l’addebitamento sono stati registrati ecc. ecc.

Assolvo invece a pieno titolo i politici d’oltralpe che si sforzano di parlare in italiano. Perdóno loro tutto, anche alla Leutard, molto diligente nelle sue lezioni, che ha coniato l’ormai mitico “circolamento dei personaggi” (libera circolazione delle persone).

La parola supporto mi ricordo averla imparata quando la mia mamma mi diceva di prenderle il supporto per il ferro da stiro. Una cosa solida, su cui si può fare affidamento. Insomma, un sostegno scomparso come vocabolo e come verbo dalla parlata italiana.

Oh, anche in italiano si possono fare confusioni di senso: nel suo libro su Giovanni Leone, Camilla Cederna racconta che durante l’intervista, nella bella casa di Napoli, il Presidente della Repubblica spiegava la sua carriera politica come “il frutto di una solida credenza”. La giornalista aveva davanti a sé un mobile massiccio che per un attimo (essendo lei laica) l’aveva tratta in inganno.

Su implementare, no long comment. È orrendo.

Il Format è ormai come lo Speech: entrati di diritto nella lingua dei media. Convive bene anche col dialetto “tel fé ti ‘l speech?” (giornalisti del Quotidiano in trasferta a Olivone).

Adesso basta. Continuate voi. Ascoltate radio e tv (che come ricordava qui Maurizio Chiaruttini, fanno a chi ne fa di più) e avrete di che divertirvi.

Sicuramente i genitori delle campionesse di muntanbaic, gonfi di orgoglio, avranno telefonato alle loro brave figlie.

Fossero state ticinesi le ragazze avrebbero certo detto: “Grazie del telefono!” Bontà tutta nostrana.

A proposito, la giusta pronuncia è maunten (Eglish Dictonary, Penguin books, 1969) cui si attacca là baik.

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