Una che sappiamo tutti

Una che sappiamo tutti

Un ricordo che riaffiora. Un'osteria, un musicista che sarebbe diventato celebre, una pacca sulla spalla


Cristina Foglia
Cristina Foglia
Una che sappiamo tutti

Il sito web di Radio 3 della BBC elenca sette ragioni per cui bisogna ascoltare Philip Glass. Si va da “crea velocità” a “ha scritto colonne sonore che vestono la contemporaneità”.

Dunque un po’ di orgoglio si può provarlo, visto che in Ticino già nel 1978 ci si era accorti di questo futuro fenomeno musicale. Philip Glass aveva 41 anni e un seguito fedele nei giri artistici e intellettuali newyorkesi.

Grazie ad Oggimusica, un’associazione di persone attente alle nuove tendenze nata appena un anno prima, viene organizzato un concerto a Lugano: una splendida occasione per sentire dal vivo questa musica ipnotica, che ti avvolge e ti spedisce in un universo preciso come una formula matematica.

Bene, tutti a vedere e a sentire Philip Glass, che suona nell’aula magna della scuola di Trevano, luogo deputato alle manifestazioni alternative di quegli anni.

Ci passeranno, sempre per Oggimusica, gruppi e musicisti decisamente all’avanguardia come gli Art ensemble of Chicago, David Tudor, Laurie Anderson, Conlon Nancarrow, Steve Reich, Anthony Braxton e tanti altri.

Non sapevamo bene cosa aspettarci da questo musicista che si presentava da solo, senza l’orchestra a tessere quel complesso intrico di suoni densi e ripetuti con piccole variazioni. Alcuni però avevano già subito il fascino della sua musica grazie a  “Einstein on the beach” l’opera di Glass messa in scena da Bob Wilson.

Eccolo dunque, capelli neri ricci un po’ arruffati, postura modesta quasi mesta, che si avvicina all’organo Hammond. Un breve saluto e via a macinare note su note secondo schemi che sembrano tutti uguali. Sembrano.

Dopo una buona mezz’ora c’è chi in platea comincia a dare segni di impazienza.

A Trevano c’era anche una piccola buvette che rimaneva aperta durante i concerti. Bibite e birra, poca roba, lì ci si trovava a commentare quel che si sentiva di sopra, in sala.

Cinque o sei spettatori vanno e vengono con una certa regolarità, “tanto, quando torni al tuo posto è sempre la stessa roba” o   “adesso vado su a sentire se è cambiato qualcosa ” è la scusa che buttano là tra il sorpreso e il divertito.

Chissà se saranno tronati a sentirlo, sempre a Trevano nel 91, tredici anni dopo,  ormai un compositore più che affermato, conteso da registi cinematografici, teatrali, e coreografi.

Sempre di nero vestito, entrerà con la stessa modestia per avviarsi a passo felpato sul palco dove riluce un Bösendorfer a coda, lo stesso a cui qualche tempo dopo darà una carezza amorevole Terry Riley.

Sarà un’esperienza diversa, con un Philip Glass in vena di parlare, praticamente a introdurre ogni brano con accenni all’ecologia, alla giustizia sociale e alla sua grande ispirazione, la natura. Avrà pensato che magari così si evitavano le fughe in buvette? Nel suo concerto ci regalerà perle da “The Photographer, dall’opera “Akhnaten” da “Songs for liquid days” (in anticipo su Zygmunt Bauman), fino a una composizione allora inedita intitolata “Anima Mundi”.

Ma torniamo al 78, a quella sua prima apparizione capita a metà.

Con una bella sensazione tra il rapito e il sopito ci apprestiamo a lasciare la sala dopo la fine del concerto. Philip Glass non è stanco, ha un po’ di appetito e come consuetudine, i membri del comitato di Oggimusica lo portano a mangiare un boccone in un’osteria del Malcantone. Un locale, guarda caso, dotato di pianoforte. Qualcuno del pubblico si è accodato: non capita tutti i giorni di stare a due metri di distanza da un compositore americano.

Disponibile, di una simpatia tranquilla, Philip Glass dopo aver mangiato si gira verso il pianoforte.  Che ci stia un piccolo concerto extra tutto per noi?

Pare proprio di sì. E via con una delicata sequenza di note che portano il suo inconfondibile marchio.

Però all’osteria non ci siamo solo noi, ci sono anche i locals, ci mancherebbe! Fra i quali un giovialone di quelli che sono sempre pronti a fare una cantatina.

Si avvicina al piano con aria curiosa, un po’ perplessa. Però ascolta ancora per un buon momento questo totale sconosciuto e poi da dietro gli tira una bella manata sulle spalle.
Tee soci, adess però fan sü vüna che sem tücc!

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