Naufraghe – Il più grande esempio di femminismo per me è un uomo

Naufraghe – Il più grande esempio di femminismo per me è un uomo

Il grande chirurgo e ostetrico francese Michel Odent ha dedicato la sua vita professionale a favorire la pratica del parto naturale, che è anche da interpretare come una forma di lotta contro la delega alla tecnologia medica di una delle esperienze più importanti per il corpo e per la psiche nella vita di una donna e di un bambino


Delta Geiler Caroli
Delta Geiler Caroli
Naufraghe – Il più grande esempio di...

Sembra paradossale rendere omaggio a un uomo come esempio importante di femminismo ma c’è una buona ragione. Quello di cui voglio parlare non è nemmeno l’unico. Già prima di lui, negli anni ‘70 del secolo scorso, quando si lottava per l’emancipazione e per la parità dei diritti in tutti gli ambiti della società, ci fu un pioniere a cui il femminismo deve molto. Allora si lottava anche per riprendere il controllo sulle nostre vite e sul nostro corpo. La maternità era parte integrante del femminismo e si ambiva a un parto dolce, naturale, rispettoso dei bisogni della donna e del nascituro, così come descritto nel 1975 dal medico francese Fédérick Leboyer nel libro “Per una nascita senza violenza”. Per la prima volta un medico, un pioniere, riconosceva pubblicamente quanto, nella pratica ostetrica medicalizzata che si era imposta sin dalla metà del ‘700 a scapito dell’assistenza delle levatrici, la donna e il nascituro subissero vere e proprie violenze durante il parto. Basti pensare all’immobilizzazione nella posizione supina con i piedi nelle staffe, imposta alla donna per comodità del medico, alle ripetute visite vaginali, alla rottura delle acque, alla frequenza dell’episiotomia (quel doloroso “taglietto” che poi si ricuciva stretto abbastanza per garantire il piacere del marito), alla violenta pressione addominale (manovra di Kristeller) e al diffuso uso del forcipe (oggi sostituito con la ventosa)… Ricordiamo tutti la scena del parto nel film “Il senso della vita” dei Monty Python… Quanto al nascituro veniva estratto da mani estranee, subito sculacciato, privato di una parte del suo sangue con il taglio precoce del cordone e portato lontano dalla madre per essere pesato, misurato e poi depositato a piangere da solo in un freddo lettino della nursery. Grazie al dr. Leboyer alcune di queste pratiche di ordinaria violenza ancora comuni a fine ‘900 sono cambiate, ma non sempre, non tutte e non ovunque.

La congiura del silenzio

Siamo tutte grate per i progressi della medicina ostetrica che permettono di salvare molte vite nei casi ad alto rischio (1 su 10 secondo l’UFSP) ma purtroppo la “violenza ostetrica” non appartiene solo al passato. È necessario parlarne ancora oggi visto l’eccesso di interventi chirurgici e chimici su donne sane, senza consenso libero e informato, come denunciato persino dall’ONU, OMS e Consiglio d’Europa. Anche in Svizzera una ricerca recente mostra che il 27% delle donne vive una forma di coercizione durante il parto e un altro studio rivela che circa una donna su tre ha un ricordo traumatico dell’esperienza. Angela Notari, autrice ticinese e attivista per la nascita, nota giustamente che se il 30% dei passeggeri scendessero ogni volta dall’aereo traumatizzati, scoppierebbe subito uno scandalo e l’opinione pubblica esigerebbe dalle autorità un intervento immediato. Per il parto invece non succede, anzi, è difficile parlarne, è una specie di tabù. Secondo Silvia Vegetti Finzi è come se una congiura del silenzio avesse decretato l’irrilevanza dell’evento femminile per eccellenza. I movimenti femministi dal canto loro oggi sembrano avere difficoltà a sviluppare una riflessione sul parto, come se avessero paura di dare valore proprio a quella differenza naturale su cui la società patriarcale ha costruito la superiorità maschile. Eppure la riflessione femminista su questa esperienza è più che mai necessaria allo scopo di introdurre anche nel parto quella prospettiva di genere che si sta affermando in altri ambiti della società. Persino chi difende la natura in ogni ambito dimentica di applicare i principi dell’ecologia alla nascita. E in politica si tace anche sugli enormi risparmi che la sanità potrebbe realizzare a breve e lungo termine applicando alla maternità e al parto un nuovo paradigma basato sulle evidenze scientifiche e la salutogenesi.

Il risultato di tutto questo silenzio è che la delega alla tecnologia medica di una delle esperienze più importanti per il corpo e per la psiche nella vita di una donna e di un bambino produce una pericolosa e costosa sovramedicalizzazione. Oggi in Svizzera più di un parto su due avviene prima del termine (che non è mai una data precisa ma varia fra 37 e 42 settimane) mediante un’induzione o un cesareo programmato. Significa non aspettare che il bambino scateni il travaglio spontaneo quando i suoi polmoni sono pronti. Il risultato è che i cesarei sono di nuovo in aumento (34% in Ticino) e nel 14% dei parti vaginali si estrae il bambino con la ventosa o il forcipe; stessa proporzione per le episiotomie. Non proprio una bella esperienza questo genere di parto malgrado l’anestesia che in queste condizioni diventa indispensabile. Sembra ormai tutto normale e inevitabile anche per un parto vaginale. Vaginale non significa però “naturale” e tantomeno fisiologico… Ecco perché anche la donna finisce col credere che siano il medico o la levatrice ospedaliera (ai suoi ordini) a “far nascere” il suo bambino, e non lei stessa. E pensare che secondo l’OMS e gli studi svizzeri la maggioranza delle donne desidera un “parto naturale” in cui non perda il controllo della propria esperienza.

Spesso la donna di oggi si vive potente socialmente e impotente di fronte alla maternità

Sono dunque molto grata al dottor Leboyer per aver evidenziato già 50 anni fa la sofferenza del bambino durante la nascita medicalizzata e la fatica della mamma aggravata dai rigidi protocolli ospedalieri. Oggi però è di un altro pioniere che voglio parlare… Ferma lì, mi diranno i naufraghi, ti stai occupando di medicina e invece noi ti abbiamo chiesto di parlare di femminismo… Giusto, replico, ma avete forse dimenticato che la maternità e il parto sono l’esperienza più specificamente femminile che ci sia, e che non potrà mai essere omologata al modello di vita maschile in nome dell’uguaglianza? In realtà è proprio su questa fondamentale differenza che si è sempre basato ogni genere di discriminazioni delle donne. Dandole valore invece di viverla come un ostacolo alla parità, potrebbe essere la maggior fonte di empowerment femminile purché la donna rimanga protagonista del proprio parto e possa vivere tutta la potenza del proprio corpo nel dare la vita.

Già, ma dove metti il dolore e la sicurezza? Qui risponde l’uomo più femminista che io abbia mai conosciuto e che mi ha aperto gli occhi sulle conseguenze di un massiccio intervento medico nei delicati meccanismi ormonali ed epigenetici del corpo femminile durante la maternità e il parto. Si tratta del medico chirurgo Michel Odent (nato nel 1930), uno dei massimi esperti mondiali di fisiologia della nascita, autore di oltre 20 libri tradotti in tutto il mondo e di numerosi articoli pubblicati sulle più prestigiose riviste internazionali. È comunemente considerato il successore di Leboyer ed è molto conosciuto anche perché per primo nella sua clinica di Pithivier aveva introdotto le vasche in sala parto per alleviare il dolore e la “salle sauvage” dove ogni donna era libera di partorire come a casa propria senza essere disturbata. Evidenze scientifiche alla mano, l’illustre chirurgo elenca le condizioni indispensabili per favorire la fisiologia del parto, ricordando che si tratta di una funzione involontaria del corpo femminile regolata dagli ormoni rilasciati nella parte più arcaica del cervello (gli stessi coinvolti nella sessualità) che attivano in tutti i mammiferi la dimensione istintiva, fisica, psichica e affettiva dell’evento. Dimostra che nel mammifero umano, l’unico dotato di una importante neocorteccia, ogni interferenza esterna con questo complesso e delicato programma biologico, rende il parto più difficile, ostacola l’irripetibile meccanismo ormonale dell’imprinting nella prima ora dopo la nascita e non permette alla donna di vivere pienamente la sacralità dell’evento e la potenza del proprio corpo. Nel contesto attuale l’assistenza medica generalizzata anche nei casi di donne sane con gravidanze a basso rischio può dunque assumere la forma della tutela incentivando un meccanismo di delega che genera ricadute sul benessere femminile e sull’autostima delle donne.

Una scomoda verità: il prezzo dell’impotenza femminile per la società

Michel Odent, risalendo nella storia scopre che da millenni quasi ogni tipo di società patriarcale nel mondo, per preservare il proprio potere ha imposto una forma di controllo su questa esperienza femminile così fondamentale per la riproduzione della specie e per l’umana capacità di amare (o capacità empatica come si usa dire oggi). Secondo la storica Nadia Maria Filippini “La rivelazione della potenza generativa del corpo femminile ha sempre destato nell’uomo emozioni intense e contraddittorie: ammirazione e frustrazione, senso di protezione ma anche di invidia e rivalità.” C’è una scomoda verità in tutto questo: le conseguenze del controllo patriarcale sulla nascita si ritorcono contro la società.

Nel suo ultimo libro Michel Odent si preoccupa di una probabile correlazione fra la sovramedicalizzazione e il calo della natalità comune ai paesi industrializzati dove le donne sono libere di accedere alla contraccezione. Dove il tasso di cesarei e di induzioni del parto è molto elevato la fertilità è crollata ai livelli più preoccupanti. Forse a far desistere le donne dal mettere al mondo più figli non è solo la corsa a ostacoli che la maternità impone alle mamme attive fuori casa e nemmeno solo il costo troppo elevato per i genitori. Potrebbe esserci anche un calo del desiderio dopo un’esperienza negativa di parto. Alcune indagini già lo suggeriscono.

Verificare questa ipotesi significa rompere il silenzio sulla questione cruciale del parto e rendere accessibili e attrattive le alternative sicure e scientificamente provate al parto medicalizzato (che in Svizzera sono già previste nella LaMal e coperte al 100%, ma nessuno lo sa…). Significa comprendere che per le nascite a basso rischio l’assistenza continua durante tutto il percorso, parto compreso, da parte di una levatrice di fiducia è il modello più sicuro. Lo conferma la primaria di ostetricia dell’ospedale cantonale di Aarau Monya Todesco Bernasconi che accanto al suo ospedale ha aperto una casa della nascita di grande successo. La differenza fondamentale sta nell’arte della maieutica: la levatrice accompagna il parto senza imporre protocolli, senza sostituirsi alla donna, ma ne protegge l’intimità e la incoraggia ad attivare le proprie risorse rendendo così il parto più facile e meno doloroso possibile. Un parto da ricordare come il giorno più bello della vita.

Dare il giusto valore politico alla maternità potrebbe cambiare la società

Relegare la maternità nella sfera privata, ridurre il parto a un evento puramente medico comporta un prezzo ormai troppo alto per la società. Un’esperienza di parto positiva invece apporta benefici alle donne, al legame materno e a tutta la società, nella quale le nuove madri faranno ritorno con rinnovata autostima, creatività e intraprendenza e magari un desiderio di maternità intatto.

Lo aveva già intuito la femminista americana Adrienne Rich nel su libro “Nato da donna” pubblicato in Italia nel 1977, in cui ricordava che “Tutta la vita umana sul nostro pianeta nasce da donna. L’unica esperienza unificatrice, incontrovertibile, condivisa da tutti, uomini e donne, è il periodo trascorso a formarci nel grembo di una donna… per tutta la vita e persino nella morte conserviamo l’impronta di questa esperienza”. Di conseguenza, la Rich sosteneva già allora che “Mutare l’esperienza del parto significa mutare la posizione della donna nei confronti della paura e dell’impotenza, nei confronti dei nostri corpi, dei nostri figli”, ossia “…un processo con enormi implicazioni psichiche e politiche”.

Grazie di cuore Michel per aver dedicato tutta la tua vita alla comprensione dei bisogni della donna in maternità e della sua importanza per il futuro dell’umanità. Non è un caso se il titolo del tuo penultimo libro sia proprio “Il futuro di Homo” che in copertina reca un enorme punto interrogativo. Uno spunto su cui potremmo riflettere, donne e uomini, in questo 8 marzo.

  • Guarda anche il video “La prestazione” che non è possibile incorporare nella pagina
Nell’immagine: quando la maternità non era ancora una libera scelta

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