Se n’è andato il “pastore tedesco”

Se n’è andato il “pastore tedesco”

Joseph Ratzinger, con l’impulso di Wojtyla, portò a termine la liquidazione della teologia della liberazione in America Latina


Gianni Beretta
Gianni Beretta
Se n’è andato il “pastore...

Il “pastore tedesco” se n’è andato, parafrasando una storica copertina de il manifesto di quando Joseph Ratzinger fu eletto papa.

Inesorabile il generalizzato coro di condoglianze (sentite e di circostanza) per l’intellettuale e teologo forbito, ricordato per il suo pontificato e il decennio da emerito. Ma sono in pochi ad avventurarsi a parlare di lui quale conservatore. Anzi di più, un reazionario che da inquisitore capo nell’infinito papato (27 anni) di Karol Wojtyla (in quanto suo prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede) negli anni ’80 e ’90 azzerò fra gli altri la “sovversiva” Teología de la Liberación latinoamericana, che altro non era che l’avanguardia nell’applicazione del Concilio Vaticano II, con al centro l’”opzione preferenziale per i poveri”.

Col risultato di affossare quel concilio ispirato da Giovanni XXIII (e attuato fin dove possibile da Paolo VI) all’insegna della circolarità e sinodalità (tanto poco praticate da Giovanni Paolo II) di una Chiesa da sempre piramidale, e di un ecumenismo che doveva essere aperto a tutti “gli uomini (e oggi aggiungeremmo noi “le donne”) di buona volontà”.

In quel modo nel subcontinente più cristiano-romano del pianeta fu spianata la strada al piano neoliberista di Ronald Reagan per l’espansione delle sette fondamentaliste che oggi, per esempio nel gigante Brasile, quasi superano in numero i cattolici. Basti pensare che già agli inizi degli anni ’80 il generale golpista Efraín Ríos Montt in Guatemala, primo genocida delle popolazioni maya, era pastore della Iglesia del Verbo (mentre suo fratello Mario era vescovo cattolico).

Ma almeno al papa polacco, rispetto a Ratzinger, un’attenuante la si poteva riconoscere perché proveniva da un paese a “socialismo reale” e dunque non poteva che essere un anticomunista verace, che diffidava degli avventi in qualche odore di marxismo del Centro e Sudamerica.  

Le censure e i processi vaticani a teologi come il peruviano Gustavo Gutierrez o il brasiliano Leonardo Boff (ma anche in Europa al tedesco Hans Kung) li istruì personalmente l’ex arcivescovo di Monaco. Per non parlare del padre gesuita basco Jon Sobrino, trapiantatosi in El Salvador, particolarmente preso di mira da Ratzinger per i suoi scritti che umanizzavano eccessivamente la figura di Gesù di Nazareth fino a diluirne l’immagine di “figlio di dio”. Sobrino era particolarmente vicino all’arcivescovo di San Salvador, Oscar Romero, assassinato dagli squadroni della morte nel 1980 mentre diceva messa, e la cui canonizzazione fu boicottata per decenni dall’accoppiata papale polacco-tedesca fino all’insediamento di papa Francesco. Che finalmente poté convertirlo (nel 2018) in San Romero de America.

Pur tuttavia Benedetto XVI ha salvato in qualche modo la sua storia con l’ultimo atto da pontefice: le dimissioni. Comprese che quale studioso, storico e spiritualista non avrebbe potuto mettere mano alle riforme in quel vespaio che era la santa sede. E così è campato più da papa emerito che da papa reggente, in un silenzio prevalente (salvo qualche incursione strumentale del suo fedelissimo assistente Georg) ma pur sempre continuando a fare da ingombrante riferimento degli esponenti ed apparati conservatori del cattolicesimo.

Riposi in pace dunque e comunque Joseph Ratzinger…

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