Fra bande giovanili e folle corsa ai bitcoin

Fra bande giovanili e folle corsa ai bitcoin

Salvador costretto a proclamare lo stato d’emergenza per una violenza che nessun governo è riuscito a risolvere


Gianni Beretta
Gianni Beretta
Fra bande giovanili e folle corsa ai bitcoin

Sono almeno 2.500 i giovani fermati in El Salvador, in un centinaio di operazioni di polizia in tutto il paese, nei primi quattro giorni dello stato di eccezione adottato dal presidente della repubblica Najib Bukele: misura adottata dopo che, sabato scorso, si era registrato il più alto numero di omicidi nella storia del paese da quando (nel 1992) fu posto fine alla sanguinosa guerra civile. Ben 70 assassinii, in un paese di appena 6,5 milioni di abitanti, per mano delle maras, le bande giovanili che da oltre un paio di decenni imperversano in particolare nelle periferie della capitale San Salvador e delle principali città. Maras controllando estesi quartieri con estorsioni, microcriminalità e spaccio di stupefacenti.

Bukele aveva inviato un allarmato tweet al presidente del parlamento Ernesto Castro, il quale ha convocato d’urgenza l’assemblea in piena notte. Risultato: con 67 deputati su 84 è stata accolta la sollecitazione del giovane capo dello Stato, con la sospensione, dall’alba di domenica scorsa, di tutta una serie di libertà costituzionali. Bukele ha inoltre ordinato, sempre via twitter, che ai diciassettemila homeboys attualmente rinchiusi nelle carceri salvadoregne sia impedito a tempo indeterminato anche solo di vedere “un solo raggio di sole”: rinchiusi 24 ore su 24 nelle proprie celle. Come non bastasse, ieri il parlamento ha approvato un’altra incredibile legge, che dispone fino a dieci anni di carcere per un dodicenne che appartenga alle bande, e fino a vent’anni nel caso ne abbia dagli 11 ai 16. Non solo: indipendentemente dall’aver commesso un reato, basterà comprovare l’appartenenza di un giovane a una maras per essere condannati a trent’anni.

L’origine di queste bande risale ancora alla fine degli Anni ’40 del secolo scorso, nei quartieri poveri dei neri a Los Angeles, via via sostituiti col tempo dai figli degli emigrati centroamericani. Che a loro volta hanno poi trapiantato il fenomeno delle maras nei loro paesi d’origine dal momento in cui le autorità statunitensi avevano provveduto alla loro espulsioni, a fine pena, dalle carceri della California. Così si sono rapidamente diffuse in Guatemala, Honduras ed El Salvador: soprattutto a causa delle condizioni di miseria, e in seguito alle conseguenze di devastanti conflitti, che avevano lasciato in circolazione una gran quantità di armi da fuoco. Ed è proprio a Los Angeles che sono nate le due bande principali, che seminano il terrore nell’istmo centroamericano: la mara Salvatrucha (MS 13) e la Barrio 18, che solo in El Salvador ha reclutato circa 70.000 persone, gran parte delle quali immediatamente identificabili per i vistosi tatuaggi che ostentano.

Ne consegue che le capitali della regione sono da anni in testa alla classifica delle cinquanta città più violente al mondo, di cui ben 45 sono latinoamericane. A conferma di come l’intero subcontinente sia, a livello planetario, il più colpito dalle disuguaglianze sociali e dalle perversioni del sistema di libero mercato.

I diversi governi di El Salvador non sono mai riusciti ad arginare la piaga della violenza giovanile. Anzi, i primi tre mandati della destra (successivi alla guerra civile) ne hanno favorito l’espansione, con le loro politiche escludenti, e adottando inefficaci piani repressivi, come i roboanti ‘Mano Dura’ e ‘Supermano Dura’. Nei periodi successivi, in cui per due volte ha invece governato la ex guerriglia, i margini per attenuare la situazione di povertà e disoccupazione sono stati assai esigui: la sinistra era infatti sistematicamente boicottata in un parlamento dove era in minoranza.

Si sono perciò alternati provvedimenti feroci a tregue temporanee, durante le quali le bande giovanili sono lievitate consolidandosi nel tempo. Fino all’arrivo, nel 2019, del presidente millennial Bukele, oggi appena quarantenne, sostenuto in massa dall’elettorato giovanile (maggioritario, ma disperato). La generazione da cui egli stesso proviene. Anche lui si è barcamenato fra severe misure e trattative con i capi delle maras, dentro e fuori i luoghi di detenzione. Tanto da riuscire a ridurre a 18 i morti ammazzati per centomila abitanti lo scorso anno, mentre erano stati 87 nel 2015 (con un picco di 51 delitti in un solo giorno, superato per l’appunto lo scorso fine settimana).

Bukele gode di poteri assoluti: si è imposto democraticamente con ampio margine elettorale, per poi guadagnarsi due anni fa la maggioranza dei due terzi in parlamento col suo partito Nuevas Ideas; è riuscito a ottenere il controllo del potere giudiziario, sostituendo con un blitz i componenti della Corte de Costitucionalidad, sostituiti con membri politicamente a sua immagine e somiglianza; anche polizia (22mila agenti) ed esercito (con 16mila soldati incaricati della sicurezza) gli sono fedelissimi. Percorso verso un’autarchia tanto di moda di questi tempi (si è astenuto all’Onu sul caso Ucraina), che comprende evidenti tentativi di restringere anche la libertà dei media.

Per questo è stato criticato dentro e fuori il paese, in particolare dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani: gli ultimi drastici provvedimenti imposti in questi giorni limitano arbitrariamente le garanzie costituzionali dell’intera popolazione. Critiche alle quali Bukele ha reagito con disprezzo, raccomandando alla comunità internazionale (recita l’ennesimo twitt) di “preoccuparsi di inviare del cibo ai propri angioletti-terroristi” e diffidando qualche congressista Usa dall’interferire nei “sovrani affari interni” del suo paese.

Anche se fosse stato mosso dalle migliori intenzioni, Bukele non avrebbe potuto invertire significativamente in soli tre anni la rotta di un paese ridotto da sempre in draconiane ristrettezze, per avviarlo verso una redistribuzione seppur minima del reddito. Ma la sua preoccupazione per l’impennata della violenza nel paese è legata soprattutto agli esiti futuri della folle quanto illusoria scorciatoia che ha intrapreso con gli investimenti speculativi (di soldi pubblici) nel bitcoin, il cui corso ha legalizzato (primo paese al mondo) nel settembre scorso. Fra gli alti e bassi della sua quotazione speculativa, solo in questi giorni Il governo salvadoregno è tornato in pari con gli 84 milioni di dollari serviti per acquistare (in più steps) 1801 bitcoin (oggi a 47mila dollari per bitcoin).

Da allora e da quando ha annunciato il proposito di fondare ‘Bitcoin City’ nei pressi del vulcano Conchagua (con la sua energia geotermica) per allestire una “miniera di estrazione” della moneta digitale, in El Salvador sono giunti almeno una mezza dozzina di multimilionari degli investimenti virtuali, a partire dal proprietario del gruppo Tv Azteca messicana, Ricardo Salinas, e il ceo di Binance, Changpeng Zao; e ancora il giornalista statunitense Max Keiser (ex collaboratore di una tv russa filo Putin) la cui consorte, Stacy Herbert, ha pronosticato che “El Salvador sarà la Firenze del Rinascimento 2.0”. Tutti ricevuti ostentatamente da Bukele e ospitati in forma principesca con trasferimenti in elicotteri della Fuerza Armada a ‘Bitcoin Beach’, dove dovrebbe sorgere un giorno ‘Bitcoin City’. Senza contare il moltiplicarsi dell’arrivo di villeggianti bitcoineros che hanno incrementato le presenze in un paese che non è mai stato meta di particolare interesse turistico, nonostante la sua costa sul Pacifico.

Ma, teme Bukele, come potrebbe proseguire e consolidarsi questo flusso di visitatori interessati di fronte a una crescente immagine di paese insicuro e violento? Sta di fatto che l’emissione di Bitcoin Bond per un miliardo di dollari annunciata dal ministro salvadoregno all’economia Alejandro Zelaya per la fine di questo mese (contro le raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale) è stata posticipata a data da destinarsi. Con l’agenzia Fitch che ha declassato il debito del minuscolo paese centroamericano da B- a CCC; ovvero a… spazzatura.

Così come è calato (optando per i tradizionali dollari) l’invio da parte degli emigrati salvadoregni negli Usa di rimesse in moneta virtuale ai loro familiari in patria, cui Bukele aveva da subito puntato con la promessa di favorire succosi risparmi. Un’illusione.

Nell’immagine: membri delle gang di El Salvador in prigione, dal documentario “Die 18th Street Gang” disponibile su YouTube (in tedesco)

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