Nicaragua, trame all’italiana
Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli
Filtra per rubrica
Filtra per autore/trice
Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli
• – Gianni Beretta
L'uomo che la Casa Bianca ha voluto alla presidenza della persistente banana republic centroamericana assume l'incarico tenendo un basso profilo. E aspettando il ritorno del predecessore Hernandez, condannato per narcotraffico e graziato da Trump
• – Gianni Beretta
Il figlio del “venerabile” Licio ha perso il posto di ambasciatore del Nicaragua in Spagna, ma non i favori di Managua. Aveva un sogno, ma il Vaticano ha detto no. E ora va ricollocato
• – Gianni Beretta
Come Daniel Ortega e la moglie non temono di far la fine di Maduro: sempre attentissimi a non irritare il tycoon americano
• – Gianni Beretta
Ha del surreale tutto ciò che sta accadendo in Honduras a ben dieci giorni dalla chiusura dei seggi per le elezioni presidenziali, cui hanno partecipato (in calo) la metà degli aventi diritto. Dopo varie inspiegabili interruzioni “tecniche” lo scrutinio avrebbe coperto il 98,77% dichiarato delle schede senza che sia stato annunciato ufficialmente un vincitore. Eppure […]
• – Gianni Beretta
Il tycoon vuole il Nobel della pace ma persegue con tenacia la "dottrina Monroe” sul controllo statunitense dell’America latina
• – Gianni Beretta
EL SALVADOR L’uomo che ha aperto le carceri ai deportati dagli Usa ora ha una Costituzione su misura: è rieleggibile a tempo indefinito
• – Gianni Beretta
Il sindacato insiste con l’agitazione: «Fino a che non verrà cancellato il taglio alle pensioni»
• – Gianni Beretta
Il figlio del “venerabile” Licio rappresentante del Nicaragua ex rivoluzionario
• – Gianni Beretta
In un documentario RSI il riconoscimento di papa Bergoglio per l'opera dell'arcivescovo assassinato nel 1980
• – Gianni Beretta
Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli
È stata una vigilia concitata, letteralmente “all’italiana”, quella dello scorso 19 de julio, 47° anniversario della cacciata del dittatore Anastasio Somoza in Nicaragua, per il quale il “fu” comandante Daniel Ortega (oggi ottantenne) è riapparso in pubblico dopo oltre due mesi di assenza di fronte a qualche decina di migliaia di astanti rigorosamente uniformati in camicia bianca. Annunciando con disinvoltura che “non ci saranno più elezioni che possano rovesciare il nostro governo” per mano di “golpisti e oppositori vendepatria”. E scatenando l’irritazione del segretario di stato Usa, Marco Rubio.
Ma veniamo al dunque.
Nella seconda metà degli anni ’80, in piena rivoluzione, il ministro degli esteri del Nicaragua padre Miguel D’Escoto si recò a Roma dal suo omologo Giulio Andreotti. Fra gli argomenti trattati, l’allora capo della Farnesina rimproverò al presbitero la presenza a Managua di diversi “latitanti italiani di organizzazioni terroristiche della sinistra” (BR, Nuclei Comunisti Combattenti…). D’Escoto lo rassicurò sulla loro innocuità per essere “sotto lo stretto controllo delle nostre autorità”. Belzebù annuì, ma precisando: “teneteveli tutti, basta che ci ridate Casimirri».
Alessio Casimirri, unico brigatista della strage di via Fani scampato a sei ergastoli (insieme allo svizzero-italiano Alvaro Lojacono Baragiola), si è rifugiato in Nicaragua nel 1983, ottenendo la nazionalità dall’88 dopo aver fatto l’istruttore subacqueo per le truppe speciali del ministero degli interni. Per poi aprire il ristorante La Cueva del Buzo. Numerosi sono stati i solleciti per una sua estradizione, rivolti in particolare ai due governi della destra locale succeduti alla sconfitta elettorale dei sandinisti del ’90. L’ultimo, nel 2004, ad opera del secondo esecutivo Berlusconi. Ma la costituzione nicaraguense proibisce l’estradizione dei propri cittadini.
Sta di fatto che da allora non se ne è più parlato.
Come si spiega allora che oltre vent’anni dopo il vicepremier Antonio Tajani abbia resuscitato la questione ponendola sorprendentemente e con veemenza al centro del suo intervento a Madrid la scorsa settimana al Libertas Forum dei “popolari” europei con i loro omonimi latinoamericani, in occasione del 50° della fondazione del PPE?
È evidente il voler sommarsi all’onda anti Antifa (neoterrorismo rosso) montata dall’amministrazione Trump in vista delle elezioni di midterm. Anticipando non a caso il vertice dei 67 paesi del giorno successivo a Washington, sotto la regia del segretario di stato Marco Rubio; e dove Giorgia Meloni ha inviato in rappresentanza “solo” il sottosegretario agli interni Emanuele Prisco.
Un discorso quello di Tajani che seppellirebbe al contempo le passate speculazioni sui presunti legami di Casimirri (alias “Camillo” nella colonna romana) con i servizi, emerse pure nella relazione finale del 2017 della Commissione parlamentare sul rapimento e assassinio di Aldo Moro (presieduta da Giuseppe Fioroni). E che spiegherebbero eventualmente come possa essere stato il solo ad averla fatta franca.
Il ministro degli esteri ha esordito attaccando “il governo estremista del Nicaragua col quale non condividiamo nulla”. Il che ha scatenato la reazione dei copresidenti (e consorti) Ortega e Rosario Murillo per le parole “ingiustificate, aggressive e irresponsabili contro la sovranità e dignità del popolo nicaraguense”. Che hanno reagito con la rottura delle relazioni diplomatiche.
Non che i rapporti del paese centroamericano con l’UE siano dei migliori dopo che dalla rivolta popolare del 2018, soffocata nel sangue, il parlamento europeo ha disposto sanzioni sempre più severe contro il regime orteguista che via via ha violentemente azzerato ogni forma di dissenso. Ma non con l’Italia in prima fila. Tanto che nella stessa dura reazione contro Tajani, si esprime un certo stupore dopo “il rispetto, la comprensione e il vincolo storico” sperimentato fra i due paesi sin dai tempi dell’Unità d’Italia.
Ma l’iniziativa del nostro cancelliere è risultata ancor più inaspettata dopo che appena tre settimane fa il suo ex sottosegretario alla cooperazione (sino al febbraio scorso) Giorgio Silli, nonché deputato di Forza Italia nella precedente legislatura, si è recato a Managua per ben tre giorni da neosegretario generale dell’Istituto Italo-Latinoamericano, concludendo la missione con un entusiastico comunicato che inneggiava all’”ampliamento del partenariato nei settori della cultura, della formazione, dell’innovazione e dello sviluppo umanitario ed economico”. Quando i suoi due predecessori, nei loro nove anni di mandato, si erano ben guardati di toccare il suolo di quel paese; che a questo punto uscirà anche dall’organizzazione fondata da Amintore Fanfani nel 1966.
Viene da chiedersi che fine farà ora Monica Robelo, ambasciatrice del Nicaragua a Roma dal 2015, oltre che delegata presso le agenzie delle Nazioni Unite Pam, Ifad e Fao giusto dal 2007 quando Daniel Ortega, dopo aver fatto fuori i sandinisti democratici negli anni ’90 ed aver sancito un patto con la destra oligarchica somozista, vinse le elezioni è tornò al potere con l’intenzione di non lasciarlo mai più. Quella stessa Monica che ha vissuto pressoché tutta la sua vita in Italia per essere figlia di Lucia Raffone (stretta parente dell’ex segretario di stato vaticano Agostino Casaroli) e soprattutto dell’ottuagenario faccendiere nicaraguense-italiano Alvaro Robelo, che ancora stanzia prevalentemente nel Bel Paese (più che in Costa Rica e Nicaragua). Lui che, amico del “venerabile” Licio Gelli, era pure fratello massone nella Loggia di Andorra del “banchiere di dio” Roberto Calvi; il quale nel 1977 aprì a Managua, con l’approvazione dell’altrettanto massone/tiranno Somoza la sede nicaraguense del Banco Ambrosiano; che a sua volta rilasciò a Calvi e a Michele Sindona un passaporto diplomatico.
Una volta rimasti sconfitti i sandinisti alle urne nel ’90, essendosi Robelo autodichiarato negli anni ’80 rappresentante dei contras in Italia, fu subito nominato dalla presidente Violeta de Chamorro ambasciatore a Roma. Con la giovanissima Monica a fargli da consigliera diplomatica.
Doña Violeta lo rimosse qualche anno più tardi quando scoprì che Robelo, a sua insaputa, aveva nominato due consoli onorari mafiosi a Catania e Palermo. Con tanto di stemma della Repubblica del Nicaragua affisso all’esterno di uno degli edifici dove operava Totò Riina. Del resto nell’87 il giudice Giovanni Falcone lo aveva già segnalato in uno dei suoi rapporti.
Non datosi per vinto Robelo tentò di rifarsi in Nicaragua fondando il Banco Europeo Centroamericano (Beca) la cui presidenza affidò al deputato berlusconiano Gianfranco Saraca. Promosse al contempo la “Milano da bere” che era andata a investire consistentemente laggiù. E si candidò alle presidenziali del 1996 fondando Arriba Nicaragua (emulazione di Forza Italia). Potè contare fra gli altri sull’appoggio di Francesco Cardella (ex della comunità Saman di Mauro Rostagno a Trapani, allora fuggito dall’Italia per essere ricercato), Donatella Dini (con grandi possedimenti in Costa Rica) e Gabriele Pillitteri fratello di Paolo (sindaco di Milano) nonché cognato di Bettino Craxi (nel frattempo riparato in Tunisia). Robelo ostentò di aver ricevuto da quest’ultimo un milione di dollari in sostegno alla sua campagna elettorale. Tanto che qualcuno sostiene che per Craxi (che aveva un consolidato rapporto anche con Ortega) il Nicaragua avrebbe costituito il “piano b” nel caso qualcosa non avesse funzionato nel rifugio tunisino.
Fece poi uno spregiudicato accordo tattico/politico con lo stesso Daniel Ortega che suonava più o meno così: “io porto via voti all’ultradestra di Arnoldo Aleman e tu vinci; se invece vincessi io, sarò comunque il “tuo” presidente”.
Robelo cresce rapidamente nei sondaggi. Ma noi de il manifesto, che conducemmo al riguardo un’inchiesta che si prolungò per un intero anno sul posto (oltre che in Italia) scoprimmo che Alvaro Robelo aveva ancora il passaporto italiano. Il che era costituzionalmente incompatibile con l’assunzione di una carica pubblica o di rappresentanza. Sta di fatto che il Consiglio Supremo Elettorale inibì la sua candidatura. E a ottobre ai seggi finì che Aleman prevalse su Ortega, subentrando a Doña Violeta.
Come se non bastasse, tornato Ortega al governo nel 2007, Alvaro Robelo, ammanicato com’era col cardinale Pio Laghi e soprattutto col presidente dello IOR, mons. Paul Marcinkus (per essersi diplomato alla Pontificia commissione dei sacramenti e del culto divino della Santa Sede, oltre che aver ricevuto la laurea honoris causa in scienze bancarie presso l’università Pro Deo degli Stati Uniti) tentò di accreditarsi come ambasciatore in Vaticano. Ma la Curia Romana si rifiutò, non senza le sue pubbliche proteste. Dovette attendere il 2011 per ottenere il massimo incarico diplomatico in Austria, Grecia, Cipro, Liechtenstein e San Marino. Fino al 2018. Mentre su figlia Monica fu piazzata a Roma. E suo fratello Carlos divenne ambasciatore in Svizzera e presso l’Onu e l’Organizzazione Mondiale del Commercio di Ginevra. Dalle quali fu, suo malgrado, ben presto rimosso dalle autorità di Berna.
C’è poi da domandarsi cosa decideranno di fare gli ambasciatori “nicaraguensi” (ora orfani dell’originaria nazionalità italiana) Maurizio Gelli, ritirato da Madrid dopo che la Murillo ha interrotto nel gennaio scorso anche i rapporti con la Spagna (ma tuttora rappresentante a Parigi, Londra e in Cechia, Slovacchia e Andorra); e suo figlio Licio j. (nipote del capo della P2) nominato in Uruguay e dei quali abbiamo più volte informato su queste pagine. Con Maurizio che dopo aver capeggiato lo scorso anno la delegazione del Nicaragua ai funerali di papa Francesco e all’insediamento di Leone XIV°, avrebbe sperato invano di accreditarsi pure presso la Santa Sede (le cui relazioni sono sospese dal 2022 dopo che Managua rispedì a Roma il nunzio apostolico e tre vescovi locali). Lui che aveva intrapreso la carriera diplomatica nei primi anni duemila come console onorario ad Arezzo, grazie al presidente “liberale” Enrique Bolaños.
Quale potrà essere adesso il prosieguo di cotanto disinvolto uso dei passaporti dei due paesi per i personaggi sopra citati? Insieme al mantenimento della preziosissima immunità diplomatica, assegnata loro chissà in cambio di cosa?
Non si tratta altro che del verminaio dell’odierno Nicaragua che un tempo ci fece sognare con la Rivoluzione più aperta e plurale della storia moderna. Per poi convertirsi politicamente oggi in un tutto e nell’esatto suo contrario. Con l’opposizione al completo in esilio, divisa grosso modo fra leaders della destra rifugiatisi negli Usa e sandinisti veraci in Costa Rica e Spagna. A cominciare dallo storico vice di Ortega durante tutta la decade rivoluzionaria dell’80, il grande Dottor Sergio Ramirez, premio Cervantes della letteratura spagnola, riparato suo malgrado a Madrid.
Per concludere, paradosso vuole che anche Alessio Casimirri, pur avendo intrapreso poi un’altra strada, sia cresciuto nei giardini vaticani avendo avuto come padre il capoufficio stampa della Curia romana di tre papi. Tanto che fu il cardinal Montini a battezzarlo e a somministrargli la prima comunione; per poi assurgere al Paolo VI che durante il sequestro tanto si diede da fare invano per liberare Moro.
Nell’immagine: Alessio Casimirri [ci scusiamo per l’immagine errata pubblicata in precedenza]
Più di 100.000 persone hanno marciato nel centro di Londra sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, in quella che è stata una delle più grandi proteste anti-immigrazione della storia del Regno Unito
Imponenti nuove cubature e massicci interventi edilizi non giovano a nessuno