Cuba, le ragioni di una crisi

La più grave protesta popolare da decenni, mentre sulla 'rivoluzione' pesa sempre l'assedio dell'embargo USA


Gianni Beretta
Gianni Beretta
Cuba, le ragioni di una crisi

Era dal maleconazo del lontano 1994 che a Cuba, precipitata allora nel cosiddetto periodo especial  (seguito alla fine dei consistenti aiuti dalla ex Urss) non si registravano proteste così massicce e spontanee come quelle verificatesi domenica scorsa in diverse località dell’isola. In quella circostanza, lasciando alle spalle persino la propria scorta, Fidel Castro andò personalmente a confrontarsi in mezzo alla folla infuriata di L’Avana. A salvare il leader maximo dalla profonda crisi economica di quel tempo ci pensò la provvidenziale ascesa di Hugo Chavez in Venezuela col suo incondizionato sostegno a tutti i livelli.

Ed è appunto l’irreversibile crisi e paralisi politica del gigante petrolifero latinoamericano, sopraggiunta alla scomparsa del leader bolivariano, che ha di nuovo lasciato sola la Perla de las Antillas nel mezzo delle sue penurie. Si aggiunga poi a questo la debacle delle uniche forme di entrate di moneta estera del paese: con la drastica riduzione delle rimesse familiari dei cubani negli Usa, la paralisi del turismo internazionale per la pandemia e la richiesta sempre minore dei servizi delle brigate mediche e di maestri all’estero. Ed ecco che Cuba è ripiombata nella crisi più nera (-11% di pil nel 2020). Non contando poi su materie prime proprie e non essendo storicamente un campione di produzione e produttività (come del resto tutti i paesi “socialisti” del passato) il paese è precipitato in una drammatica mancanza di beni di primissima necessità come alimenti, medicine e ricambi che (fin dove possibile) importava. Col risultato di infinite code dei cubani fuori dai centri di approvvigionamento in pesos cubani, mentre i negozi in divisa estera (con l’uso obbligatorio di carte di credito) restano semivuoti.

All’inizio di quest’anno il governo aveva varato una serie di obbligate riforme per rilanciare l’economia reale: abolendo l’artificiale circolazione della doppia moneta, riducendo i sussidi e incrementando salari e pensioni; ma procurando inevitabilmente un ben più consistente aumento dei prezzi.  Da ultimi sono sopraggiunti i draconiani razionamenti dell’energia elettrica e la ancor più grave impennata del contagio del covid 19 che, se fino a qualche mese fa era stato molto ben gestito dalle autorità sanitarie locali, è oggi pressoché fuori controllo con settemila nuovi casi ogni giorno su una popolazione di 11 milioni di abitanti. Il tutto nonostante Cuba si sia dotata da sola di un vaccino che produce da sé pur tra mille difficoltà e che ha coperto fino ad ora poco più di un decimo della popolazione.

Di qui le manifestazioni di protesta di domenica scorsa, partite da San Antonio de los Baños (poco lontano dalla capitale) e moltiplicatesi in una venticinquina di punti dell’isola, all’insegna di “abbasso la dittatura” e del “Patria libre y vivir”, titolo di una recente canzone di rappers cubani in polemica con lo storico slogan rivoluzionario “Patria libre o morir. Alle storiche restrizioni politiche di un sistema a partito unico si è innestato dunque come fattore determinante della mobilitazione nelle piazze quello della lotta per la sopravvivenza quotidiana. E perfetto strumento organizzativo e moltiplicatore si è confermato l’uso dello smartphone e della rete dei social, piuttosto cari laggiù ma raramente oggetto di censura nel paese. Salvo in questi specifici giorni che hanno visto la sospensione totale di internet disposta dalle autorità, poco dopo che erano state diffuse le prime immagini degli interventi repressivi della polizia, con l’arresto di decine di giovani manifestanti (pur con appena, ufficialmente, un solo ferito, per di più agente).

Al di là dell’inesorabile controllo sulla popolazione, il socialismo tropicale cubano resiste ormai da oltre sessanta’anni (di cui metà dopo la caduta del muro di Berlino) proprio perché, a differenza del resto dell’America Latina (dove imperano da sempre vergognosi e crescenti livelli di disuguaglianze) ha sempre garantito diritti economici e sociali (in particolare salute e istruzione) a tutta la popolazione senza distinzioni. Certo non altrettanto ha permesso pluralismo politico e libertà d’espressione. Ammesso che a sole 90 miglia dagli Stati Uniti fosse stato possibile garantire un livello significativo di libertà democratiche senza soccombere.

A schierarsi pubblicamente al fianco dei manifestanti ne ha approfittato subito il presidente Usa Joe Biden. “Con quale autorità morale si permette questo” gli ha fatto immediatamente osservare il nuovo presidente cubano Miguel Díaz Canel (subentrato nell’aprile scorso a Raul Castro anche nella carica di segretario del Partito Comunista Cubano). In effetti risale solo al mese scorso l’ennesima risoluzione dell’Onu contro l’embargo economico degli Stati Uniti nei confronti di Cuba (in vigore dal 1961) plebiscitariamente votata da 184 paesi con il solo voto contrario di Usa e Israele. Unicamente nel 2016 il presidente Obama, ristabilendo relazioni diplomatiche con L’Avana, aveva per la prima volta adottato l’astensione al riguardo. Ma non riuscì ad abolirlo per la resistenza di camera e senato dove il partito repubblicano era maggioranza. Poi il suo successore Donald Trump ha inasprito ulteriormente il già asfissiante boicottaggio all’isola caraibica, per il quale è fatto divieto a qualsiasi impresa privata o istituto finanziario internazionale di operare un qualsivoglia investimento pena incappare in gravi sanzioni della giurisdizione statunitense.

Biden non pare al momento intenzionato a ripristinare la politica di aperture di Obama. Si è limitato a togliere Cuba dalla lista dei paesi “terroristi” in cui Trump l’aveva assurdamente reinserita. Al contrario il nuovo inquilino della Casa Bianca sembra puntare a un rapido precipitare della crisi cubana. La situazione è talmente grave che qualcuno si è persino avventurato a ipotizzare strumentalmente l’instaurazione di un “corridoio umanitario” di aiuti, come se si fosse in un contesto di conflitto militare; quando basterebbe semplicemente che gli Stati Uniti allentassero per l’appunto il feroce sabotaggio dell’economia, che Cuba è costretta a subire semplicemente per la sua indisponibilità a sottomettersi ai piaceri del vicino “gigante del nord”.

L’embargo è sempre stato in realtà l’argomento che ha giustificato le chiusure e l’intransigenza interne dei fratelli Castro, sopravvissuti a ben 12 presidenti Usa, alcuni dei quali con doppio mandato. E le stesse aperture di Obama sarebbero state insidiose nel “contaminare” i precari equilibri nell’isola. Ma oggi Cuba è più che mai sola e alla ricerca di una qualsiasi anche minima boccata d’ossigeno.

Biden è pure accusato di fomentare in vari modi l’opposizione cubana interna e di approfittare del malcontento in vista di una spallata finale. In realtà Washingotn non ha mai smesso un momento di cospirare in mille modi per destabilizzare il socialismo cubano. Ma questa volta non si profila alcuna ancora di salvataggio per la Cuba rivoluzionaria. E la situazione si è fatta insostenibile. Con il rischio di un’implosione del sistema per lo scontro interno generazionale (sorto e accentuatosi sordamente nel novembre scorso nell’ambito culturale-artistico) fra sostenitori del governo (chiamati espressamente da Díaz Canel a “scendere tutti nelle strade e nelle piazze per difendere la rivoluzione”) e i giovani ed esuberanti oppositori. Tanto che persino il novantenne Raul Castro, ritiratosi dalla vita politica, è tornato a fare capolino in una riunione del bureau politico del partito, balenando l’ormai vetusto carisma suo e soprattutto del fratello Fidel, di cui la Rivoluzione è ormai definitivamente orfana.

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