La libertà di stampa che fu

La libertà di stampa che fu

Minacce e pressioni sempre più frequenti sui giornalisti svizzeri: lo rivela uno studio pubblicato dall’Università di Zurigo


Rocco Bianchi
Rocco Bianchi
La libertà di stampa che fu

I media sono davvero indipendenti e liberi? La questione è dibattuta praticamente fin dalla loro nascita e, almeno nei Paesi occidentali, sembrava aver trovato se non una risposta del tutto affermativa per lo meno uno status quo tendente al bello. Vi erano grandi differenze tra i paesi, certo, ma da Stoccolma a Palermo, da Lisbona a Vienna, la stampa nel suo complesso poteva dirsi sostanzialmente libera e indipendente. Il cosiddetto quarto potere, cane da guardia degli altri (e della democrazia).

Uno stato delle cose che, negli ultimi anni, sia la digitalizzazione imperante, sia la concentrazione editoriale crescente stanno mettendo sempre più a rischio. Le accuse di produrre fake news, di essere al soldo di fantomatici “poteri forti” e le minacce neppure troppo velate rivolte ai giornalisti sui social media ormai non si contano più. Tutte pressioni che limitano l’autonomia giornalistica e dunque mettono in pericolo non solo la libertà di stampa, ma anche il funzionamento stesso dello stato. E questo avviene anche nelle democrazie occidentali, Svizzera compresa, paese, non dimentichiamolo, da anni in arretramento sia nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa che negli indici sulla qualità (le due cose vanno di pari passo, evidentemente: meditate, editori e lettori, meditate).

Il Covid-19 sembra aver dato un’accelerazione non da poco, per lo meno stando a quanto è risultato da uno studio compiuto da due docenti dell’Università di Zurigo, Lea Stahel e Katja Rost, che hanno appunto esaminato la frequenza e la forma con cui i giornalisti elvetici hanno subito delle interferenze esterne nel periodo 2020-2021. Ben 567 i giornalisti della Svizzera tedesca, francese e italiana intervistati; le loro risposte non possono che preoccupare.

I risultati mostrano infatti che quasi nove intervistati su dieci (86,9%) hanno subito pressioni esterne di vario tipo. Le più comuni sono intimidazioni o misure di natura informativa, come la diffusione di informazioni dannose sui giornalisti o la minaccia di ritirare l’accesso alle informazioni (il 75,1% degli intervistati ne hanno subite). Interessante notare inoltre come il 58,4% sia stato accusato a vario titolo di cospirazione, non solo in relazione al Covid 19, mentre la metà (49,9%) abbia ricevuto insulti o dichiarazioni di odio.

Queste pressioni vengono esercitate soprattutto attraverso i canali di comunicazione digitali, come e-mail e social media. I metodi tradizionali (telefono e lettere) e gli incontri personali sono nettamente minoritari.

Non sono comunque da sottovalutare le pressioni economiche (50,8%), come la minaccia di ritirare la pubblicità, quelle istituzionali (42,1%), come il rischio di essere oggetto di un’azione legale, e le minacce o le molestie vere e proprie, sia fisiche che sessuali (28,9%).

Piccola consolazione, se la coazione sotto forma di promessa di introiti pubblicitari è relativamente diffusa (23,3%), i tentativi di corruzione vera e propria sono rari: benefici materiali (denaro, viaggi, cene ecc.) sono stati offerti infatti solo al 9,4% degli intervistati.

Da un punto di vista della politica editoriale invece duole constatare come ben un terzo (33,4%) abbia subìto avvertimenti relativi alla carriera, e che per un altro quinto (18,2%) dagli avvisi si sia purtroppo passati ai fatti, tanto che la loro carriera è stata effettivamente resa più ardua, se non addirittura troncata. Inoltre, al 33,9% degli intervistati è stato chiesto di non riferire negativamente su un inserzionista, e un altro quarto (24,2%) ha subito pressioni di altro tipo da un superiore o dal suo direttore editoriale. Insomma, non solo la libertà di stampa in generale è minacciata ma, e non poteva essere altrimenti, anche quella interna alle redazioni è fortemente in pericolo.

Anche le rubriche in cui lavorano i giornalisti giocano un ruolo: coloro che si occupano di criminalità e giustizia (94,1%), intrattenimento (93,5%) e affari (93,2%) sono quelli che hanno un rischio maggiore di subire interferenze e pressioni.

Gioca un ruolo importante anche il Cantone: più di nove intervistati su dieci che hanno riferito regolarmente sul Canton Svitto hanno subito pressioni (95,8%), seguito da quelli che si sono occupati di Friburgo (95,7%) e Giura (94,7%); Sciaffusa per contro ha la percentuale più bassa, ma non infima, ché il 76% dà comunque da pensare. Ticino e Grigioni, entrambi con l’83,8%, sono al penultimo posto di questa classifica, e per una volta tanto non possiamo che rallegrarcene.

Piccola consolazione finale, i giornalisti individuano più frequentemente i soggetti che esercitano pressioni nel loro pubblico (56,4%), ciò che, editore e direttore permettendo, dovrebbe rendere più facile la gestione di questi casi. Segue però a ruota (48,4%) il mondo imprenditoriale, e questo, diciamocelo, non è per nulla bello. Curiosamente distanziata la politica (28,7%), seguita a ruota da attivisti non identificabili in un partito classico (23,3%). La somma dei due dati arriva però a un tutt’altro che rassicurante 52%.

Dallo studio emerge dunque un quadro della professione del giornalista tutt’altro che roseo. Va certo rimarcato che si tratta di uno studio basato su autodichiarazioni e non su osservazioni esterne, ma testimonia comunque di un diffuso malessere e di un crescente degrado della professione e delle condizioni in cui i giornalisti sono costretti a lavorare. In questo senso è doveroso anche rimarcare come nello studio non sono state considerate tutte quelle latenti pressioni presenti nel lavoro quotidiano, più sottili e più difficili da percepire, che genericamente si trasformano in una sorta di più o meno inconscia “autocensura”.

Ma i giornalisti possono difendersi? O per lo meno cercare aiuto? Difficile, visto che buona parte delle pressioni arriva anche dall’interno, ma non impossibile. In questo senso le due autrici hanno affermato che gli intervistati hanno mostrato una buona soddisfazione verso il supporto dato loro dai sindacati (molto o abbastanza soddisfatti 46%; né soddisfatti né insoddisfatti 36%; molto o abbastanza insoddisfatti:18%), mentre si sono dimostrati grandemente insoddisfatti verso le politiche dei social media (molto o abbastanza soddisfatti 8%; né soddisfatti né insoddisfatti 28%; molto o abbastanza insoddisfatti:64%), in merito ad esempio alla cancellazione dei contenuti.

Livelli simili di insoddisfazione si riscontrano in relazione alla società in generale (molto o abbastanza soddisfatto 18%; né soddisfatto né insoddisfatto 27%; molto o abbastanza insoddisfatto 55%), ad esempio in relazione all’apprezzamento del giornalismo, e alla politica (molto o abbastanza soddisfatta 25%; né soddisfatta né insoddisfatta 29%; molto o abbastanza insoddisfatta 46%), ad esempio per quanto riguarda l’impegno per la libertà di stampa.

Anche per questo, affermano le autrici, ma non solo per questo (concorrono anche la diminuzione della fiducia nei media, le pressioni economiche sulle testate e sul settore dei media in generale, l’aumento della comunicazione digitale, la diminuzione del numero dei giornalisti nelle redazioni, la concentrazione editoriale…), “è probabile che le pressioni continuino o addirittura aumentino in futuro”.

Nell’immagine: il logo della Giornata mondiale della libertà di stampa 2022

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