La lunga marcia verso il disastro

La lunga marcia verso il disastro

Quando scoppia una guerra abbandonarsi ad un’ondata di emozioni, rimpianti, recriminazioni appare poco utile. Forse più utile sarebbe capire come si sia arrivati fino a questo punto. Magari per intravvedere, se possibile, qualche prospettiva dopo il disastro


Jacques Pilet
Jacques Pilet
La lunga marcia verso il disastro

Da “Bon pour la tête

Da molti anni, ormai, la Russia si mostra infastidita nel vedere la NATO avvicinarsi sempre più alle proprie frontiere, fino ad arrivare in Ucraina, una realtà nazionale concepita come storicamente e culturalmente indissolubile dalla madrepatria russa. Del resto si sta parlando di due secoli abbondanti di rapporti comuni. Persino Solgenitzin è stato a suo tempo sostenitore dell’unione o riunione fra i due paesi.

Ripetutamente, nel recente passato, Putin ha chiesto che fosse negoziato un accordo di sicurezza che tenesse conto dei profondi legami storici fra Russia ed Ucraina. Certo, si possono giudicare queste premesse come frutto di convinzioni o di paure assolutamente ingiustificate, ma resta il fatto che è con quelle convinzioni che si è giunti alle drammatiche recenti decisioni del Cremlino senza che l’Occidente ritenesse di dover entrare in materia.

Eppure, 17 Paesi europei sono diventati membri effettivi della NATO dopo la caduta dell’Unione Sovietica e l’Ucraina da tempo pareva destinata a compiere lo stesso passo; non pochi sono stati gli episodi di crescente tensione che hanno contraddistinto la storia recente della regione fra istanze separatiste ed uno stato di conflitto permanente alimentato dalle due parti. Non senza importanza anche il sempre più diffuso malessere di una parte della popolazione russofona di fronte all’obbligo dell’uso dell’ucraino nelle scuole di tutto il Paese imposto dal Governo di Kiev.

In queste ultime settimane si è forse sinceramente creduto che le pressioni militari sulla frontiera Ucraina decise dal Cremlino fossero una mossa diplomatica per giungere a decisioni chiare in proposito. E infatti, innumerevoli sono stati gli incontri al vertice fra tutti i leader coinvolti più o meno direttamente, in cui, a dire la verità, nessuno fra i rappresentanti europei e americani ha saputo e voluto escludere un’eventuale adesione dell’Ucraina alla NATO.

Si può dubitare o sottilizzare finché si vuole sulla buona fede delle mosse di Putin, ma resta il fatto che il leader del Cremlino, trovatosi così in evidente difficoltà abbia infine scelto di andare fino in fondo, puntando sulla guerra come forse aveva anche già sperato di fare in passato.

Ma quale guerra? È ancora presto per dirlo. Alexandre Vautravers, esperto in strategia e redattore capo della “Rivista militare svizzera”, ritiene che l’invasione non dovrebbe sfociare in una “occupazione” classica, capillare, in ogni piazza, in ogni via, ma mirerebbe piuttosto a colpire le infrastrutture militari ed amministrative del Governo ucraino. Un primo passo, in questo senso, pare già fatto con la distruzione degli aeroporti. L’obiettivo russo pare insomma sostanzialmente quello di annientare l’esercito ucraino nella speranza (alquanto aleatoria, in verità) di un radicale cambio al potere.

Una prospettiva caotica e tragica. Anzitutto per la popolazione, già provata dalle quotidiane ristrettezze economiche, da una politica economica che favorisce palesemente l’arricchimento di pochi oligarchi e che si trova ora persino sotto le bombe.

Vale la pena di ricordare che, secondo fonti giornalistiche ucraine, un recente sondaggio aveva mostrato come il 60% della popolazione fosse favorevole ad un orientamento filo-europeo e a favore dell’adesione alla NATO, mentre il restante 40% era composto da filo-russi e da indecisi sul tema.

Non sarà dunque facile per Putin scalzare il giovane e valoroso presidente Zelensky e metterci un suo uomo di paglia. Le assurde dichiarazioni che evocano termini come “genocidio” dei russofoni o “denazificazione” del regime ucraino possono soltanto infiammare ulteriormente l’opinione pubblica ucraina, in particolare quella nazionalista. Dopo l’esibizione della propria forza militare, insomma, Putin rischia di ritrovarsi impantanato in una situazione di pericoloso stallo.

Anche l’America di Biden ha legittimamente da porsi qualche problema. Infatti, in queste ultime settimane, ha non poco contribuito ad esacerbare i toni della crisi, da anni si è fissata con la sua ossessione anti-russa anche se continua a ritenere la Cina la sua principale antagonista. Dobbiamo credere che gli Stati Uniti siano disposti ad andare fino in fondo, fino ad una nuova guerra mondiale? Sappiamo che gli americani sanno arrivare anche a simili decisioni, soprattutto tenendosi a distanza, senza esporsi troppo. Ma a dire la verità appare davvero poco immaginabile che una prospettiva di questo genere saprebbe anche rinforzare la posizione del vecchio presidente alle prese con la propria credibilità interna, tanto più se si pensa che una parte consistente di repubblicani l’hanno già accusato di aver aggravato la situazione.

Con lo scoppio della guerra, gli esponenti europei che hanno creduto fino all’ultimo in una soluzione diplomatica paiono quasi ritrovarsi beffati, messi chiaramente di fronte alla loro impotenza, mentre ancora rimasticano, senza venirne a capo, lo scarto fra le incombenze derivate dalla crisi sanitaria e climatica e quelle di una presa di posizione su un conflitto armato.

C’è però da dire che qui, come solo raramente è avvenuto, i paesi europei si ritrovano allineati ed uniti nel deprecare e giudicare ingiustificabile l’offensiva russa, a maggior ragione visto che se ne devono già tirare le prime concrete e drammatiche conseguenze per l’Europa, con i primi esodi, ad esempio, dall’Ucraina verso la Polonia. Si parla di due milioni di ucraini in fuga: la Germania ha già promesso aiuti. E la Svizzera?

E poi, evidentemente, ci sono le ripercussioni economiche, anzitutto sul piano energetico. Il prezzo della benzina continua e continuerà a salire, ma c’è ben di più all’orizzonte.
Il fatto è che si tratta di rileggere la storia, dall’altro ieri a oggi, analizzare la forza e le debolezze di tutte le parti in campo, valutare i possibili effetti delle sanzioni su un fronte e sull’altro. Si tratta di considerare seriamente tutti gli effetti drammatici, diretti e indiretti, che quanto sta avvenendo provocherà in tutta Europa, Russia compresa. E osservare attentamente quello che di questi tragici avvenimenti vorrà fare la Cina: un asse rinsaldato fra i due giganti alle porte?

Si tratta insomma di immaginare delle possibili vie da percorrere a corto e medio termine, perché gridare la propria indignazione è certamente doveroso, ma dopo un po’ il fiato diventa corto.

Traduzione della redazione
Nell’immagine: Volodymyr Zelensky, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Vladimir Putin in occasione del summit di Parigi nel dicembre 2019. © Kremlin.ru

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