Il paravento della neutralità
Perché l’iniziativa dell’UDC è un’ipocrisia che fa male alla Svizzera
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Perché l’iniziativa dell’UDC è un’ipocrisia che fa male alla Svizzera
• – Kamran Babazadeh
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Perché l’iniziativa dell’UDC è un’ipocrisia che fa male alla Svizzera
Nell’immaginario di chi promuove l’iniziativa sulla neutralità sottoposta al voto il prossimo 27 settembre, la Svizzera dovrebbe trasformarsi in una fortezza d’acciaio, un’isola incontaminata e sorda ai dolori del mondo. Ma da cittadino che vive e lavora nella Confederazione da trentott’anni, e che porta con sé la memoria di una terra d’origine complessa e martoriata come l’Iran, non posso che vedere in questa proposta un’operazione di profonda ipocrisia politica. Un inganno ideologico, orchestrato dalla propaganda miliardaria dei salotti dello Zürichberg e dai vertici dell’UDC, che rischia di far perdere la faccia al Paese.
Diciamolo chiaramente: la neutralità assoluta e “integrale” sbandierata da Christoph Blocher e dai suoi sostenitori, in particolare l’UDC e Pro Svizzera, è un paravento. Dietro i richiami patriottici si nasconde la difesa di interessi particolari e una visione cinica dei rapporti internazionali. L’UDC ha più volte contrastato un maggiore coinvolgimento della Svizzera nella cooperazione europea e internazionale, dalle relazioni con l’UE alla partecipazione alle sanzioni, presentando queste forme di collaborazione come una minaccia alla sovranità nazionale. Oggi l’iniziativa sulla neutralità porta questa logica direttamente nella Costituzione, vendendo al popolo la falsa illusione che più neutralità significhi automaticamente più sovranità e più sicurezza.
Si fa un gran parlare di sovranità, ma si tace sul nocciolo della questione: l’industria bellica e i grandi flussi finanziari. La retorica del “Sì” vorrebbe una Svizzera fortemente limitata nella possibilità di adottare autonomamente sanzioni contro Stati belligeranti, salvo quelle decise dall’ONU e le misure necessarie a impedirne l’elusione. L’idea che legandoci le mani nella Costituzione saremo al riparo dai venti di guerra è un’assurdità: l’economia svizzera è talmente integrata nei mercati globali che siamo comunque soggetti a leggi e dinamiche internazionali che nessuna clausola di neutralità può cancellare. Chi ha accumulato milioni e miliardi, alla fine, cadrà in piedi come al solito, mentre tutti gli altri cittadini si ritroveranno a pagare i danni di un isolamento economico e politico.
A svelare la reale pericolosità di questa iniziativa ci ha pensato, tra i tanti, anche il settore svizzero di Amnesty International, che ha espresso un “NO” convinto alla proposta. Amnesty sostiene che l’iniziativa limiterebbe la capacità della Svizzera di reagire con mezzi pacifici a gravi violazioni dei diritti umani, crimini di guerra e violazioni del diritto internazionale. In particolare, l’organizzazione sottolinea che l’adozione di sanzioni economiche e diplomatiche diventerebbe più difficile proprio mentre, in determinate condizioni, potrebbero essere autorizzate esportazioni di materiale bellico verso Stati coinvolti in conflitti armati.
Il Parlamento ha approvato il 19 dicembre 2025 una modifica della legge sul materiale bellico che amplia, in determinate circostanze, il margine di manovra del Consiglio federale nelle autorizzazioni di esportazione verso Stati coinvolti in conflitti armati, purché siano rispettati il diritto della neutralità, i diritti umani e gli altri obblighi internazionali della Svizzera. Contro questa modifica è stato lanciato un referendum: nell’aprile 2026 sono state depositate le firme necessarie e il referendum è stato dichiarato formalmente riuscito. Sarà quindi il popolo svizzero a decidere sulla modifica della legge, verosimilmente nel novembre 2026.
I numeri aiutano a capire la dimensione economica della questione: nel solo 2025 le imprese svizzere hanno esportato materiale bellico, con autorizzazione della SECO, verso 64 Paesi per un valore complessivo di 948,2 milioni di franchi, con un aumento di quasi il 43% rispetto all’anno precedente. Il rischio, allora, è quello di costruire nella Costituzione una neutralità sempre più rigida sul piano politico, mentre sul piano economico e commerciale rimangono ampi margini di flessibilità. La neutralità rischierebbe così di trasformarsi da strumento di pace e mediazione in un alibi per sottrarci alle nostre responsabilità internazionali.
A questo si aggiungono le richieste e monitoraggi di Public Eye, ONG svizzera indipendente, che richiamano da anni l’attenzione sul peso della Confederazione come uno dei principali centri mondiali del settore, con importanti attività di trading e finanziamento legate a petrolio, gas, carbone, metalli e altre materie prime. Ginevra, Zugo e Lugano fanno parte di questo ecosistema economico. In un simile contesto, una neutralità trasformata in una drastica limitazione della possibilità di adottare autonomamente determinate sanzioni rischierebbe di creare ulteriori spazi di manovra per operatori interessati a mantenere rapporti economici con Paesi sanzionati dai nostri partner. La neutralità non può diventare il paravento di un’indifferenza lucrativa.
In questi trentott’anni vissuti all’ombra delle Alpi, ho capito che la neutralità per gli svizzeri è qualcosa di viscerale. Ma proprio perché provengo da una terra come l’Iran, segnata da drammatiche vicende geopolitiche, so che la pace e la sicurezza non si difendono nascondendo la testa sotto la sabbia né trasformando un principio politico in un dogma immobile. Il prossimo 27 settembre, votare “Sì” a questa iniziativa significherebbe irrigidire la neutralità svizzera fino a trasformarla in una fortezza alpina anacronistica, con meno strumenti per reagire di fronte alle violazioni dei diritti umani, alle aggressioni e alle crisi internazionali.
Legarsi le mani nella Costituzione non ci renderà più sicuri: rischia di renderci semplicemente più impotenti e più soli. Per questo, guardando al futuro della Confederazione e all’equilibrio dell’Europa, la risposta nelle urne non può che essere un “NO” convinto. Perché difendere la Svizzera significa saper navigare nel mare aperto della storia, non fuggire da essa.
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