Una flotta troppo grande, impossibile fermarla tutta

Una flotta troppo grande, impossibile fermarla tutta

LA TESTIMONIANZA L’ultimo intercetto a trenta metri da noi: abbiamo pensato fosse il nostro turno


Redazione
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Una flotta troppo grande, impossibile fermarla tutta
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Di Dario Salvetti, il manifesto

L’attività dei droni sopra la Flotilla era già anomala dalle prime ore della sera, ma ci eravamo ormai abituati. Quando si è fatta via via più intensa, abbiamo pensato che stessero cercando di capire quale rotta stessimo seguendo: il nostro tracker era momentaneamente non disponibile.

È successo all’improvviso: si sono interrotte le comunicazioni radio. All’inizio abbiamo pensato a una fase «alla tunisina», qualcosa di simile a quanto accadde lo scorso autunno a Tunisi con la prima Global Sumud ferma al porto, un attacco di droni su alcune barche per metterle fuori uso.

Il silenzio radio ha fatto scattare l’allarme: temevano un’intercettazione e, come da formazione, ci siamo preparati a eseguire delle mere misure di resistenza passiva, pacifica. Significa giubbotti salvavita addosso e passaporti in mano.

Nel buio ci è sembrato di vedere dei razzi traccianti di soccorso: probabilmente qualche barca di testa aveva lanciato l’allarme perché era stata affiancata da navi veloci, quei motoscafi con cui di solito compiono l’ultima ricognizione prima di agire. Sono passate diverse ore, eravamo completamente isolati. Dovevamo riuscire a capire dalle trasmissioni radio se le notizie che rimbalzavano attraverso i canali social fossero confermate. Lo abbiamo capito quando abbiamo sentito il messaggio trasmesso dalla marina israeliana e rilanciato da Greenpeace nelle nostre radio. Una trasmissione radio da bulli, sequestratori: una flotta di barche a vela si è trovata circondata, in piena notte, dall’operazione militare di una potenza mondiale.

Le nostre direttive di emergenza erano ben strutturate, semplici, nonostante non avessimo più collegamenti abbiamo fatto in modo di rimanere operativi. È così che siamo andati avanti, nonostante la nave-madre, la catena di comando, sia stata tra le prime imbarcazioni a essere prese. Abbiamo viaggiato nel buio per quattro ore, in navigazione verso le acque territoriali greche, verso Creta. L’ultimo abbordaggio lo abbiamo visto avvenire ad appena trenta metri di distanza da noi, lo si vedeva a occhio nudo. In quel momento abbiamo pensato che fosse venuto anche il nostro turno: abbiamo inviato i messaggi di rito ai familiari, ai nostri affetti, per tranquillizzarli.

E invece ce l’abbiamo fatta. E siamo determinati a proseguire. È quello che, credo, stia accadendo in queste ore. Siamo in una fase di valutazione, di confronto. Non scopriamo oggi il grado di impunità del sionismo, per cui non staremo a gridare allo scandalo di fronte a un regime che sta praticando un genocidio. Un dato però resta: l’altra notte hanno ufficializzato che le acque internazionali del Mediterraneo sono il loro parco giochi, senza nessun riguardo. Quello che hanno compiuto è un sequestro.

Ma la missione non è finita, per la prima volta un’operazione di intercettazione israeliana non pone fine alla Flotilla, la più grande di sempre: troppo grande per poterla fermare tutta.

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