Lo skate come resistenza urbana
Ogni tavola che scivola su una ringhiera, ogni comunità che si forma attorno a una rampa, ci ricorda che la città è viva solo se appartiene a chi la abita
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Ogni tavola che scivola su una ringhiera, ogni comunità che si forma attorno a una rampa, ci ricorda che la città è viva solo se appartiene a chi la abita
In Ticino – come altrove – i dibattiti sullo spazio pubblico si moltiplicano, ma a mancare non sono le parole: sono gli spazi stessi. Il documentario Skate Borders – Storie di Skater nella Svizzera italiana (uscito il 5 settembre su Play RSI), ideato da Pablo Creti, diretto da Nick Rusconi e prodotto da Andrea Sala, racconta trent’anni di scena skate ticinese, una sorta di memoria collettiva di resistenza urbana. È la storia di chi, con la testardaggine dei giovani, ha continuato a reclamare il diritto di non essere espulso da ogni piazza, parcheggio o marciapiede.
Dietro una tavola da skate si gioca infatti un conflitto molto più ampio: chi ha diritto alla città? Chi decide che cosa è “decoro” e che cosa è “disturbo”? La vicenda del nuovo skatepark di Mendrisio lo mostra con chiarezza. Quando il Comune propose di realizzarlo nell’area dell’ex macello, una parte della destra reagì con ostilità: timori securitari, allarmismi sanitari, richiami al “buon ordine”. Si arrivò persino a un referendum. Eppure, la cittadinanza disse sì con il 58% dei voti, ribaltando l’idea che i giovani dovessero essere confinati altrove, lontano dalla vita collettiva e dallo spazio cittadino.
La posta in gioco non era un semplice parco giochi per adolescenti, ma il riconoscimento politico di un bisogno sociale. Uno skatepark, come ogni spazio pubblico conquistato, è molto più di una struttura sportiva: è una dichiarazione di principio sul diritto a vivere la città in forme libere, gratuite e inclusive.
Lo skate è anarchico per definizione: non prevede arbitri, non conosce gerarchie, non richiede regolamenti imposti dall’alto. È il gioco del cadere e rialzarsi, è solidarietà spontanea, creatività che nasce dagli interstizi della città. Questa aggregazione spontanea diventa una scuola di vita, una comunità, una famiglia allargata su cui poter contare. Proprio per questo destabilizza l’ordine costituito. Non è un caso che molti skatepark sorgano in aree marginali — ex zone industriali, ex macelli, spazi residuali — luoghi che il potere politico concede soltanto quando la pressione dal basso diventa troppo forte per essere ignorata. Ogni bowl di cemento e ogni rail piantato in un quartiere rappresentano allora una vittoria collettiva, un frammento di città restituito all’uso comune dei suoi cittadini.
Ridurre lo skate a un “passatempo” significa non comprenderne la portata culturale. La sua forza sta proprio nell’essere al tempo stesso pratica corporea, gesto estetico, linguaggio sociale. Negli anni Novanta, quando a Lugano non c’era nulla, gli skater hanno trasformato parcheggi e piazze, inventando comunità e forme di appartenenza. La scena skate insegna ciò che la società contemporanea tende a rimuovere: la pedagogia della caduta. Per riuscire in un trick bisogna provare e fallire decine di volte. È un esercizio di perseveranza, di resilienza, di coraggio. In un presente sempre più dominato dall’immediatezza e dall’ansia performativa, lo skate restituisce il valore del tempo lungo, dell’apprendimento lento, del continuare a provare.
Questo tipo di cultura urbana si intreccia con musica, graffiti, abbigliamento, di chi ha costruito identità condivise e alternative. È una forma di espressione politica che si oppone alla mercificazione dello spazio, reinventando la città come luogo di creatività e incontro. Henri Lefebvre parlava di droit à la ville, il diritto alla città, inteso come possibilità di viverla non solo come consumatori, ma come cittadini attivi, creatori di spazi e di senso. Lo skate incarna esattamente questo principio: sottrae piazze, scale, panchine e marciapiedi alla logica del divieto e le reinventa come beni comuni, luoghi in cui far esplodere creatività e coraggio.
Il documentario Skate Borders mostra che la lotta degli skater non è isolata, ma fa parte di un movimento più ampio: quello di chi reclama piazze pedonali, case popolari, parchi pubblici, spazi condivisi, sociali e gratuiti. È la resistenza contro una città ridotta a parcheggio e centro commerciale, contro un territorio pensato solo per l’automobile e il profitto. Lo skate non è un gioco da ragazzi, ma un gesto politico: il diritto di cadere e rialzarsi nello spazio pubblico, di occupare la città senza dover pagare un biglietto, di non essere relegati ai margini ed etichettati con aggettivi come “debosciati”, “vandali”, “perditempo”. Lo skate permette alle controculture e alle minoranze di trovare un humus fertile per incontrarsi, per riconoscersi e sentirsi accettati condividendo la capacità di gestire le emozioni, le paure per trasformarle in forza creativa. È un percorso formativo e sano.
Il cemento di uno skatepark non è mai neutro. Può essere muro che esclude o rampa che unisce. In Ticino, come altrove, la scelta resta aperta, ma una cosa è certa: ogni tavola che scivola su una ringhiera, ogni comunità che si forma attorno a una rampa, ci ricorda che la città è viva solo se appartiene a chi la abita.
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