La giusta quantità di sofferenza

La giusta quantità di sofferenza

“Il corpo funge da testo. I segni della tortura sul corpo di un rifugiato servono per valutare il merito della sua richiesta d’asilo”. La testimonianza di un’infermiera - Di Rachele Conti Ferrari


Rachele Conti Ferrari
Rachele Conti Ferrari
La giusta quantità di sofferenza

“Il corpo funge da testo. I segni della tortura sul corpo di un rifugiato servono per valutare il merito della sua richiesta d’asilo. Per dimostrare l’autenticità della sofferenza vengono impiegati esami medici, foto delle lesioni e delle cicatrici. E a volte non basta nemmeno questo, perché di fatto non esiste un criterio oggettivo per misurare la sofferenza. Quante dita bisogna aver perso in una stazione di polizia di Giacarta? Quanti stupri bisogna aver subito a Mogadiscio? Qual è la giusta quantità di sofferenza per essere giudicati meritevoli di asilo?”

Così scriveva l’antropologo iraniano Shahram Khosravi nella sua etnobiografia “Io sono confine”.

Nelle scorse settimane, in Ticino, due giovani ospiti di un centro di accoglienza hanno perso la vita. Sono due morti che non possono lasciarci indifferenti.

La notizia mi ha riportata indietro, ai mesi trascorsi lungo i confini della rotta balcanica. È di quei ricordi, di quelle immagini, di quei corpi che ho sentito il bisogno di scrivere. Perché ciò che accade nelle zone ai confini dell’Europa o nei paesi di primo approdo come la Grecia, non è separato da quello che succede qui, da noi.

Nel sito della Commissione Europea leggo che lo spazio Schengen è composto da 29 stati, dove vivono 450 milioni di persone ed è la più grande area al mondo di libertà, sicurezza e giustizia, senza frontiere interne. Fatico a ritrovarmi in questa descrizione. Lo spazio Schengen definisce un dentro e un fuori. Muri reali e simbolici si alzano escludendo chi resta ai margini. La violenza strutturale che ne deriva lascia segni profondi sulla mente e sui corpi di chi tenta di attraversarli.

Gennaio 2023. La Croazia è entrata a far parte dello spazio Schengen. La pressione ai confini si intensifica, le persone tentano di passare in fretta, prima che il confine si chiuda ancora di più. In quei mesi, in un binario abbandonato della stazione ferroviaria di Rijeka, si accampano centinaia di persone. È lì, che il 2 gennaio 2023, in modo del tutto imprevisto, mi ritrovo inginocchiata in un gabbiotto. Mi prendo cura di piedi distrutti dalle ore di cammino, disinfetto ferite aperte, bendo mani rotte e caviglie slogate di uomini che in fretta hanno cercato di oltrepassare gli ultimi confini prima dell’ammissione della Croazia nella Fortezza Europa. Sono tutti giovanissimi, molti minorenni, per lo più afghani e pakistani, hanno camminato per giorni, con scarpe rotte e inadeguate, senza acqua, attraverso il gelo e i boschi. Le loro storie si assomigliano: fughe notturne, polizia, respingimenti violenti, cani sguinzagliati. Nessuno di loro si lamenta. Nessuno chiede niente. Mostrano le ferite. Accettano il bendaggio come un gesto di resistenza: qualcosa che permette, almeno per stanotte, di proseguire il viaggio. Mentre cerco di coprire le ferite, penso che qui, oggi, la frontiera si misura in centimetri di pelle lacerata.

La Croazia è uno dei punti di transito della rotta balcanica, la seconda via più utilizzata per migrare verso l’Europa. Quest’ultima è rappresentata da un numero imprecisato di sentieri e di strade in continuo mutamento e che vengono percorse in vari modi: per molti tratti a piedi, in auto, in bus, in treno o con piccole imbarcazioni. Questi corridoi informali passano soprattutto da Turchia, Grecia, Bulgaria, Serbia, Macedonia del Nord, Ungheria, Romania, Bosnia-Erzegovina, Croazia e Slovenia. I percorsi si modificano in funzione dei “consolidamenti” da parte di un paese o dell’altro dei controlli ai propri confini.

Per chi fugge da guerre o violenze, attraversare queste rotte significa spesso restare intrappolati per mesi, a volte anni, in zone grigie tra respingimenti illegali, detenzioni arbitrarie e una burocrazia ostile. I confini si moltiplicano: frontiere materiali, ma anche sanitarie, linguistiche, amministrative. Lungo questo percorso, il corpo diventa bersaglio e strumento: portatore di sofferenza, ma anche prova vivente del diritto all’esistenza.

Come infermiera, ho imparato a leggere ciò che accade partendo dai corpi: da ciò che soffre, da ciò che resiste, da ciò che chiede cura. L’asse di genere predispone a disuguaglianze sociali e a forme di violenza, specialmente quando si aggiungono altri fattori di vulnerabilità ed esclusione alla situazione di donna. Nella mia esperienza sul campo, la presenza femminile si è concentrata soprattutto in Grecia e in Bulgaria. Nei paesi più a Nord – in Serbia, Bosnia-Erzegovina, Croazia – ho incontrato quasi esclusivamente uomini. Le donne migranti non sono assenti dalla rotta: sono nascoste, trattenute, oppure bloccate molto prima. Per loro, il “game”, l’attraversamento clandestino dei confini, è inaccessibile, o semplicemente troppo pericoloso. La maggior parte delle volte viaggiano con bambini e camminare per ore di notte nei boschi o restare aggrappate sotto a un camion, come accadeva nel porto di Patrasso, è semplicemente impossibile.

Le storie delle donne che ho ascoltato, per quanto diverse, sembravano spesso intrecciate dalla stessa trama: stupri nel paese di origine, lungo il viaggio o nei luoghi d’arrivo. Di una di queste ho scelto di raccontare alcuni frammenti, sufficienti a restituirne il peso.

A. è una giovane donna nata a Kinshasa. Parla lingala e un francese stentato. Non è mai andata a scuola e non sa né leggere né scrivere. Arriva a Chios, dove rimane tre giorni e poi ad Atene. La polizia non la ferma e quindi non viene registrata. Non ha documenti e non ha accesso a nessun tipo di protezione. Si accampa nella chiesa congolese, dove dormono altri uomini e viene violentata più volte. Quando arriva al Centro dove presto volontariato ci racconta che ha molta paura, non si sente sicura. C’è posto in una casa per le donne; può accedervi dopo gli esami per le malattie infettive. 

Vuole registrarsi e avviare la richiesta d’asilo. Per facilitare la procedura serve un certificato medico che confermi e attesti le violenze subite. Dopo qualche mese, A. ci invia un messaggio vocale: “sono tornata a Kinshasa, ad Atene era troppo difficile”.

La storia di molte migranti è segnata da violenza di genere, impossibile da denunciare; spesso le donne non hanno familiarità con la lingua del paese in cui si trovano, non sanno a chi rivolgersi, hanno paura dello stigma, delle autorità e di essere fermate e rispedite indietro dalla polizia.

Quando A. viene molestata di notte nel luogo dove dorme, senza documenti e punti di riferimento, a chi può rivolgersi?

Si rovescia il senso delle cose: lo stupro, anziché essere riconosciuto come ferita da curare, diventa un fatto da dimostrare per legittimare la richiesta di asilo.

Tra le tante persone in movimento, c’è chi, come A., è costretto a tornare indietro; chi resta bloccato per anni dalle procedure burocratiche nei Paesi di transito; chi prosegue cercando di sfuggire ai respingimenti illegali.

Alcuni riescono ad arrivare, come i due giovani ospiti di un centro federale per richiedenti asilo.

Ma quanta sofferenza serve, oggi, per aver diritto a libertà, sicurezza e giustizia? Per essere accolti, anziché isolati, rinchiusi o rispediti indietro?

Nell’immagine: Cristiano Carotti, “Scilla I-XIX” (2018)

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