Pierre Maudet, il Matteo Renzi romando?

L’impietoso verdetto della giudice Sabina Mascotto per Pierre Maudet sarebbe la prova della sua sostanziale innocenza.


Riccardo Bagnato
Riccardo Bagnato
Pierre Maudet, il Matteo Renzi romando?

Esterno sera. Tribunale di Ginevra. Il consigliere di Stato dimissionario e indipendente Pierre Maudet ha appena rilasciato una dichiarazione dopo esser stato condannato per accettazione di vantaggi. E fra i giornalisti c’è chi mi chiede: “Senti, ma abbiamo assistito allo stesso processo, noi e lui?”. Domanda retorica, ma mica tanto.

Già, perché da un lato c’è Pierre Maudet che si dice soddisfatto e annuncia ricorso, ma dall’altro c’è l’impietoso verdetto della giudice Sabina Mascotto: Pierre Maudet ha agito per convenienza personale ed era ben consapevole del conflitto di interessi che poteva creare il viaggio ad Abu Dhabi con la sua famiglia e il suo ex braccio destro, un viaggio completamente spesato dalla famiglia reale e organizzato da due imprenditori ginevrini. E quindi condanna il consigliere di Stato dimissionario a 300 aliquote giornaliere da 400 franchi con la condizionale e a restituire 50mila franchi al cantone, ovvero il costo del viaggio e del soggiorno nel Golfo.

Ma lui niente. Per lui il bicchiere è mezzo pieno e poco importa se perfino un miope vedrebbe che si tratta invece di un colapasta. La sentenza – secondo Maudet e avvocati – sarebbe la prova della sua sostanziale innocenza. E perché? Perché è stato prosciolto da uno dei due capi d’accusa: accettazione di vantaggi nell’ambito del finanziamento di un sondaggio preelettorale. E noi lì, a guardarci intorno, a chiederci se abbiamo capito bene.

“Credo di sì, ma cosa ti aspettavi che dicesse? – rispondo allora al mio collega – certo che abbiamo visto lo stesso processo”. Ma lui è Pierre Maudet, mi dico: un po’ Trump, un po’ Renzi e un po’ Steve Jobs. Come per l’ex presidente degli Stati Uniti è il popolo a poter estrarre il cartellino rosso, non il diritto e non certo l’opinione pubblica; come Renzi si muove a una velocità tale da destabilizzare costantemente i suoi avversari; e come il fondatore della Apple, è sempre stato un maestro in quello che è passato alla storia come “il campo di distorsione della realtà”, ovvero la capacità di Steve Jobs di convincere se stesso e gli altri a credere a tutto, anche alle menzogne, anche negando l’evidenza pur di vendere un computer in più. Ma forse – mi ripeto – è anche e soprattutto quell’Arthur Herbert Fonzarelli, altrimenti detto “Fonzie”, incapace di dire senza impappinarsi: “ho sbagliato”.

Perciò sì, Pierre Maudet farà ricorso, e sì, si presenterà con una condanna pendente alle elezioni suppletive del 7 marzo prossimo per succedere a sé stesso in consiglio di Stato (e udite-udite, con qualche – seppur piccola – possibilità di riuscirci), e sì, quel colapasta della politica ginevrina è ancora lì, basta solo ricordarsi al momento opportuno e in favore di telecamera di versare l’acqua, tantissima acqua e tanto inchiostro, che almeno per un momento, per un breve ma fondamentale momento, quel colapasta sembrerà a tutti mezzo pieno.  Quasi un bicchiere.

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