Occhi su Rafah

Occhi su Rafah

L’immagine dell’enorme tendopoli che invita a guardare il massacro dei civili palestinesi è stata condivisa 50 milioni di volte su Instagram. Replica da Israele per ricordare il 7 ottobre


Redazione
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Occhi su Rafah
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Di Riccardo Luna, La Stampa

«Se bastasse una bella canzone a far piovere amore, si potrebbe cantarla un milione di volte» per avere un mondo migliore. Era il 1990 quando Eros Ramazzotti impazzava alla radio con questo brano. Il muro di Berlino era appena crollato e qualcuno, esagerando, aveva detto che era accaduto anche per l’impatto di una struggente canzone d’amore di David Bowie, “Heroes”. Era un altro mondo, allora i social network non c’erano. Oggi potremmo aggiornare quel testo così: se bastasse mettere un like su una bella immagine su Instagram a far scoppiare la pace, ieri i carri armati israeliani non sarebbero entrati in quello che resta della Striscia di Gaza: Rafah. E invece lo hanno fatto. Proprio mentre a milioni cliccavamo soddisfatti su una immagine molto evocativa, probabilmente creata con l’intelligenza artificiale non si sa bene da chi: una tendopoli senza fine in un deserto con alcune tende che formano la scritta a caratteri cubitali “All Eyes on Rafah”, tutti gli occhi sono su Rafah; come a dire, vi stiamo guardando, forze armate israeliane, il mondo vi sta guardando, questa volta non potete fare quello che volete. E invece lo stanno facendo.

Noi li guardiamo, attraverso i social network, e loro avanzano nell’ultima cittadella che dà rifugio a più di un milione di profughi palestinesi. Del resto se i tweet fossero davvero stati potenti come le armi, nel 2009 i giovani iraniani avrebbero rovesciato il regime che li opprime da tempo; e se il successo su Tik Tok avesse comportato anche uno scudo anti missili, la resistenza ucraina avrebbe già respinto l’invasore russo. E, invece, lo sappiamo da tempo, i followers non sono soldati e le rivoluzioni non si fanno con uno smartphone, soprattutto se ti limiti a seguirle dal divano di casa e pensi di dare una mano con un like.

Eppure su Instagram finora una mobilitazione politica di queste dimensioni non si era mai vista: in meno di due giorni l’immagine “All Eyes on Rafah” è stata condivisa 50 milioni di volte e mentre scrivo sta accelerando. Non è un caso. Sono mesi che sui social network l’atteggiamento verso quello che accade in Medio Oriente è completamente diverso da quello che c’è negli studi televisivi e sulle pagine dei grandi giornali. E questo non succede perché i giovani che stanno sui social «stanno con Hamas e sono antisemiti», queste sono idiozie: accade perché su Instagram e su Tik Tok tutti hanno visto le immagini postate direttamente da Gaza di quello che succede dal giorno dell’invasione della Striscia, le foto e i video di un massacro quotidiano di civili inermi che per mesi l’informazione ufficiale ha inutilmente coperto, negato, minimizzato, giustificato: «C’è stato il 7 ottobre…».

“All Eyes on Rafah” non nasce oggi, ma a febbraio: è la frase pronunciata da un dirigente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità quando era chiaro che Israele non si sarebbe fermata e avrebbe attaccato anche l’ultimo rifugio palestinese. Allora “All Eyes on Rafah” è diventato un hashtag; poi è finito negli striscioni degli studenti che hanno occupato i campus americani e francesi e le nostre università. E ora diventa una calamita digitale per mettere assieme un sentimento dilagante. Non antisemita, non per Hamas: ecco, se un effetto tutto ciò può averlo non è fermare i carri armati e i bombardamenti, ma aprire gli occhi al popolo israeliano. È una speranza.

“Heroes” non fece cadere il muro di Berlino, ma nel 1987 David Bowie la cantò in un memorabile concerto davanti al Reichstag, il Parlamento della Germania Ovest. La storia dei due amanti che si incontravano ogni giorno davanti al Muro riempì di speranza il cuore delle persone e quella speranza li tenne in vita.

Nell’immagine: ciò che appare in Instagram

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