Il caso di Cecilia Sala e il silenzio di Berna
Più di un aspetto tocca il nostro paese nella crisi diplomatica che contrappone Stati Uniti e Iran per gli arresti a Milano di Mohammed Abedini e a Teheran della giornalista Cecilia Sala
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Più di un aspetto tocca il nostro paese nella crisi diplomatica che contrappone Stati Uniti e Iran per gli arresti a Milano di Mohammed Abedini e a Teheran della giornalista Cecilia Sala
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Più di un aspetto tocca il nostro paese nella crisi diplomatica che contrappone Stati Uniti e Iran per gli arresti a Milano di Mohammed Abedini e a Teheran della giornalista Cecilia Sala
Berna, afferma lapidario un portavoce del dipartimento esteri, non ha nulla da dire, e da intraprendere, sul caso del ricercatore scientifico Mohammed Abedini, il cittadino iraniano impiegato a Losanna e arrestato il 16 dicembre all’aeroporto milanese della Malpensa; due giorni dopo a Teheran veniva imprigionata la giornalista Cecilia Sala, inviata di guerra di diverse testate italiana, che stava lasciando l’Iran dopo avervi lavorato per alcuni giorni con regolare autorizzazione. Una evidente ritorsione da parte del governo degli ayatollah, che ha innescato una grave crisi internazionale.
Cecilia Sala, sufficientemente esperta per sapere come muoversi e comportarsi nel paese ospite, stava semplicemente facendo il suo mestiere, e, dopo parecchie insistenze, Teheran si è genericamente limitata ad affermare che la collega italiana “ha violato diverse nome iraniane”. Invece Mohammed Abedini era da tempo ‘attenzionato’ dall’FBI per le sue attività nella Confederazione, in particolare per essere riuscito, secondo le accuse degli Stati Uniti, a far pervenire dalla piattaforma elvetica all’Iran componenti necessari alla costruzione e all’ammodernamento dei droni prodotti nel suo paese di origine, in violazione dell’embargo internazionale decretato da anni (durante la prima presidenza Trump) nei confronti della Repubblica islamica. Attività che l’FBI aveva denunciato, e che era alla base dell’arresto a Milano di Abedini e alla richiesta di immediata estradizione verso gli Stati Uniti, dove rischierebbe anni di carcere. E, soprattutto, potrebbe “parlare”.
Rispondendo con l’arresto di Cecilia Sala, imprigionata per di più nel penitenziario di Evin, il carcere noto per una impressionante serie di violazione dei diritti umani, il governo di Teheran ha dunque scelto una replica capace di provocare il massimo di pubblicità e di polemica diplomatica. Benché l’arresto di stranieri a fini politici non sia politica estranea ai metodi della teocrazia iraniana (basta ricordare la vicenda degli ostaggi americani), stavolta Teheran è andata oltre una sorta di “linea rossa”: il che, quantomeno, confermerebbe il grande interesse che gli ayatollah hanno nell’impedire che Abedini venga consegnato gli Stati Uniti. Mettendo oltretutto l’Italia in una situazione particolarmente difficile: non è semplice identificare una via d’uscita se all’alleato di Roma la richiesta arriva da Washington, e il blitz compiuto dalla premier Meloni a Mare-e-lago per incontrare il rieletto Trump ancor prima del suo insediamento rientra con tutta evidenza in questa problematicità. Non è detto comunque che la leader politica europea preferita da Trump (“ha preso d’assalto l’Europa”, ha dichiarato compiaciuto il tycoon incontrandola) abbia ottenuto qualcosa di concreto. Nei confronti di Teheran, il prossimo inquilino della Casa Bianca ha sempre condotto una politica estremamente dura (per cominciare, tranciando il dialogo sul nucleare avviato da Obama).
Fra queste posizioni apparentemente inconciliabili (da una parte la determinazione americana alla consegna di Abedini e dall’altra la durissima replica iraniana) il rischio è che la vicenda si trascini a lungo. Mettendo anche la Svizzera in una situazione delicata. Secondo l’atto di accusa dell’FBI, Mohammed Abedini avrebbe infatti approfittato a lungo della sua attività nella Confederazione per realizzare e portare a termine l suo piano. Beneficiando, in particolare, di una società che aveva potuto fondare legalmente e indisturbato presso il comparto tecnologico dell’Università di Losanna.
Qualche domanda è perciò inevitabile. La prima: se fossero vere le accuse e la ricostruzione americane, come è possibile che Abedini abbia potuto operare indisturbato per anni in Svizzera, che ha aderito alle sanzioni anti-iraniane? La seconda: come mai la “trappola” dell’arresto alla Malpensa è scattata solo ora, mentre negli scorsi anni non venne rivolta direttamente ai servizi di Berna (Abedini non è cittadino svizzero ma nella Confederazione gode di un permesso di soggiorno e di lavoro)? La terza domanda: cosa sapevano i nostri esperti di sicurezza delle accuse rivolte dagli Stati Uniti all’iraniano arrestato? Quarto: quali “pericoli” esistono che eventuali altri sospettabili possano operare in Svizzera come avrebbe fatto Mohammed Abedini? Infine: esiste una relazione fra questi fatti e il particolare ruolo esercitato da decenni dalla Svizzera, che a Teheran rappresenta gli interessi dell’Iran e di Washington, che ‘dialogano’ fra di loro servendosi solo dei ‘buoni uffici’ della diplomazia elvetica?
Davvero, dunque, Berna non ha nulla da dire? Non è forse proprio in una vicenda come questa che la diplomazia della Confederazione deve invece operare in base al suo statuto di mediazione fra gli Stati Uniti e l’Iran? Le è stato chiesto di ‘mettersi a disposizione’ delle due capitali in conflitto? Oppure, come sembrerebbe, è stata messa fuori gioco dai protagonisti di questa crisi? E in caso affermativo, perché?
Nell’immagine: Cecilia Sala e Mohammed Abedini (fotomontaggio)
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