Lettera aperta ai nostri politici
Come possono tacere di fronte ai crimini contro l’umanità commessi quotidianamente dall’esercito israeliano a Gaza?
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Come possono tacere di fronte ai crimini contro l’umanità commessi quotidianamente dall’esercito israeliano a Gaza?
• – Pietro Ribi
A Gaza una donna uccisa ogni ora dall’inizio della guerra, e l’Ue decide di rivedere gli accordi di associazione con Israele
• – Redazione
La Cnn riferisce che l'intelligence americana ha registrato conversazioni militari israeliane che fanno riferimento esplicito a un raid contro le centrali atomiche iraniane
• – Redazione
Dall’Ucraina al Medio Oriente, la Chiesa sta ritrovando un protagonismo geopolitico. Non solo simbolico
• – Redazione
Il presidente sudafricano aggredito come era successo a Zelensky. L’accusa al leader di Pretoria è di non proteggere gli agricoltori di origine europea
• – Redazione
Ha ormai raggiunto i 324'000 miliardi a livello mondiale. Il bilancio Usa rischia di finire fuori controllo, insieme al dollaro
• – Aldo Sofia
Mettiamo insieme i pezzi e cerchiamo di costruire un brutto puzzle nella speranza che, essendo brutto, lo possano vedere in molti: il bello, ahimè, lo vedono in pochi. «Con ogni passaggio di consegne, celebriamo quella luce lontana che ci connette ai valori di libertà, uguaglianza e fratellanza, nello spirito dell’ “uno per tutti e tutti […]
• – Aurelio Sargenti
Il corteggiamento negoziale del presidente americano nei confronti di quello russo fa emergere la volontà del Cremlino di non rinunciare alle ambizioni su Kiev né al disegno di modificare a proprio favore l’equilibrio di sicurezza in Europa
• – Redazione
• – Franco Cavani
L’ex ministro dell’Interno: «Israele aveva il diritto di reagire al 7 ottobre ma questa è vendetta cieca. L’Ucraina? Su Putin la pressione della carota non ha funzionato, sarebbe ora di usare il bastone»
• – Redazione
Come possono tacere di fronte ai crimini contro l’umanità commessi quotidianamente dall’esercito israeliano a Gaza?
Una breve premessa: sono nato nel 1948, soli tre anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, e la mia gioventù è stata profondamente marcata dai racconti sugli orrori perpetrati dai regimi fascisti negli anni 30 e 40, in particolare dall’olocausto degli ebrei, degli zingari e degli oppositori alle dittature e dai terribili massacri perpetrati durante la seconda guerra mondiale. Oggi, 80 anni dopo questi fatti e mentre gli ultimi sopravvissuti di queste esperienze traumatiche sono ancora in vita, la storia purtroppo si ripete. In preda a un’irrefrenabile delirio imperiale, Putin ha riportato guerra, distruzione e morte in Europa, mentre Netanyahu, in preda lui a un delirio sionista, ha rimesso all’ordine del giorno nel vicino oriente la pulizia etnica, il massacro di decine di migliaia di civili palestinesi, e ciò in nome di una sedicente lotta al terrorismo. No, non sono stati i Russi a volere la guerra in Ucraina e nemmeno gli ebrei a volere il massacro della popolazione di Gaza, bensì due regimi, dietro la cui facciata pseudodemocratica, si nascondono in realtà fascisti e razzisti.
Per quel che concerne Putin, basta ricordare i giornalisti che ha fatto assassinare e imprigionare, il fatto che, appena il giorno prima di lanciare l’assalto all’Ucraina, affermava spudoratamente di non avere alcuna intenzione bellica nei confronti del vicino, i massacri di civili perpetrati dal suo esercito a Buča e a Mariupol, epoi i 20’000 bambini ucraini rastrellati nelle zone occupate dall’esercito russo e deportati in Russia per essere sottoposti al lavaggio del cervello, gli oltre 300’000 morti di questa guerra, di cui oltre 12’000 civilinella sola Ucraina, le innumerevoli infrastrutture civiliucraine, fra cui ospedali, scuole, centrali elettriche, distrutte dai bombardamenti russi e, da non dimenticare,i quasi 6 milioni di ucraini costretti a rifugiarsi in altri paesi europei, senza contare i 3,7 milioni di sfollati all’interno dell’Ucraina stessa. Ma l’Ucraina non è l’unica vittima di Putin: alla fine degli anni 90 fece radere al suolo Grozny, la capitale della Cecenia e nel 2008 inviò le sue truppe in Georgia.
Anche qui, breve premessa: un movimento come Hamas che ha massacrato barbaramente anziani, donne e bambini, e che ha preso in ostaggio civili è un movimento criminale e terroristico, e non può certo essere equiparato a un movimento di liberazione nazionale. Esso va perciò condannato alla stessa stregua dell’Isis.
Detto ciò, un atto terroristico come quello del 7 ottobre 2023 non giustifica per nulla i crimini che sta perpetrando il governo di Benjamin Netanyahu nei territori palestinesi, basta ricordare che a inizio maggio 2025 i bombardamenti che ha ordinato alla sua aviazionesu Gaza, ne avevano oramai ridotto in macerie il 90% delle abitazioni e delle infrastrutture (a maggio 2025 solo 8 dei 36 ospedali di Gaza erano ancora parzialmente operativi), ucciso oltre 52’000 persone, fra cui: 18’000 minorenni, oltre 12’000 donne, più di 1’400 operatori sanitari, 750 operatori legati alla distribuzione degli aiuti umanitari e 212 giornalisti. L’elenco delle vittime comprende fra gli altri oltre 13’000 studenti, 800 tra insegnanti e altro personale educativo e più di 150 tra scienziati, accademici, professori universitari e ricercatori, e tutto ciò in nome di una sedicente “lotta al terrorismo”.
Occorre poi precisare che quello appena citato è solo un bilancio parziale e gravemente sottostimato, perché tiene conto soltanto delle persone ritrovate decedute per ferite di guerra, mentre non prende in considerazione le decine di migliaia di vittime anonime le cui salme non hanno mai potuto essere recuperate, perché tuttora sepolte sotto le macerie dei bombardamenti, e nemmeno quelle di tutti coloro che sono deceduti per mancanza di cure, di malattie e di fame. A questi morti vanno poi aggiunte le centinaia di migliaia di persone rimaste ferite e mutilate nei bombardamenti. Stando a Emergency, in un solo anno la speranza di vita di un abitante di Gaza è passata da 70,5 a soli 40 anni.
Come se tutto ciò non bastasse, il governo israeliano blocca da mesi gli aiuti umanitari a Gaza. In altre parole: in questo territorio per 11 settimane non sono più entrati né cibo, né acqua, né medicine, né carburante, causando una carestia che ha già provocato la morte di decine di bambini, una situazione umanitaria catastrofica denunciata da tutte le organizzazioni umanitarie, fra cui anche la Croce Rossa, e una flagrante ed esplicita violazione del diritto umanitario internazionale. Inoltre, per mettere i bastoni fra le ruote alle organizzazioni umanitarie, il governo israeliano ha annunciato l’obbligo di registrazione a tutte le ONG che operano in Cisgiordania e a Gaza e nuove regole restrittive per i visti internazionali. Queste misure conferiscono alle autorità israeliane un’ampia discrezionalità nell’approvare o rifiutare la presenza delle ONG nei territori occupati. Ecco perché 55 organizzazioni umanitarie, tra cui OXFAM, Save the Children, Terre des hommes, Handicap international e Médecins sans frontières, hanno esortato la comunità internazionale a intervenire, affermando che con queste nuove regole il governo israeliano intende de facto assumere il pieno controllo su qualsiasi operazione umanitaria, mettendo a tacere le voci a difesa del diritto internazionale umanitario e rafforzare ulteriormente l’annessione dei territori palestinesi occupati.
Dopo anni di sostegno perlopiù incondizionato allo stato ebraico, queste proteste cominciano a produrre i primi effetti. Il Consiglio dei ministri degli Esteri e della Difesa dell’Unione Europea ha infatti votato a larga maggioranza (17 sì, contro 10 no) un cambio importante delle posizioni dell’UE nei confronti dello stato ebraico, minacciando di “rivedere” il trattato di associazione con Israele in vigore dal 2000, trattato che regola le relazioni politiche e commerciali fra gli stati membri dell’UE e Israele, e che prevede tra l’altro all’articolo 2 che i paesi firmatari s’impegnano «a rispettare i diritti dell’uomo e i principi democratici».
Stando a voci raccolte dal Washington Post, anche Trump starebbe perdendo la pazienza con Netanyahu e l’avrebbe fatto avvertire che se non dovesse concludere rapidamente la guerra a Gaza gli USA porterebbero ritirare il sostegno americano a Israele.
A seguito di queste crescenti pressioni internazionali, Netanyahu ha annunciato in questi ultimi giorni la decisione di riammettere una quantità limitatissima di aiuti umanitari a Gaza, precisando tuttavia che questa decisione l’ha presa solo perché Israele rischia di perdere i suoi sostegni internazionali, il che comprometterebbe la sua vittoria. Infatti la vera preoccupazione di Netanyahu non è certamente la sorte dei civili palestinesi, bensì la reazione dei paesi che sono stati finora alleati fedeli di Israele.
Quel che il governo di Netanyahu ha imposto ai 2 milioni di abitanti di questa prigione a cielo aperto che è Gaza non ha nulla da invidiare alla sorte riservata dagli aguzzini nazisti ai 450’000 ebrei rinchiusi nel 1940 nel ghetto di Varsavia, dove furono ridotti alla fame, sottoposti a condizioni igieniche terribili e al divieto di comunicare con l’esterno, tanto che il tasso di mortalità fu altissimo e nel giro di soli 2 anni vi morirono oltre 100’000 persone. L’unica cosa che Netanyahu non ha ancora realizzato, ma che piacerebbe realizzare al suo ministro Amihai Eliyahu è “la soluzione finale del problema palestinese”, sganciando una bomba atomica su Gaza, quella stessa “soluzione finale” decisa da Hitler nei confronti degli ebrei nel luglio del 1942, quando fece trasferire tutti gli ebrei sopravvissuti del ghetto nel campo di sterminio di Treblinka.
Detto ciò non vanno nemmeno dimenticati gli oltre 6 milioni di Palestinesi defraudati e scacciati dalle loro terre da Israele nel corso delle varie guerre, di cui 1’734’000 sono ancora oggi stipati nei campi profughi della Giordania, del Libano, della Siria, della Cisgiordania occupata e della Striscia di Gaza. Uomini, donne, bambini e anziani cui Israele rifiuta da sempre il diritto di rientrare nelle proprie case e ciò per far spazio ai coloni sionisti e realizzare la “Grande Israele”. Un progetto che ha un sapore non poi tanto diverso del cosiddetto “Generalplan Ost” inteso dai nazisti per realizzare la “Grande Germania”: un piano di colonizzazione messo a punto nella primavera del 1940 da Adolf Hitler e dai suoi più stretti collaboratori, piano che prevedeva di sterminare o deportare oltre gli Urali le popolazioni slave e baltiche autoctone, per mettere i territori di Polonia, Bielorussia, Lituania, Lettonia, Estonia, Ucraina e della parte europea della Russia a disposizione dei coloni tedeschi.
Quello di Netanyahu è un governo che non ha mai nascosto la sua ambizione di scacciare i Palestinesi per realizzare il progetto sionista di una “Grande Israele”. All’ombra dei massacri perpetrati a Gaza, Netanyahu ha così incrementato anche la repressione dei palestinesi nella Cisgiordania occupata, seminando morte e terrore. Dal 7 ottobre 2023 a fine marzo 2025 esercito e coloni israeliani hanno ucciso in Cisgiordania 946 palestinesi, fra cui 187 bambini, e ne hanno sfollati almeno altri 40’000, costringendoli a lasciare le loro case e i loro campi. In una dichiarazione del 23 febbraio 2025, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha comunicato anche a questi sfollati il divieto di far ritorno alle loro case.
Del governo di Netanyahu fanno parte due partiti ortodossi e tre partiti di estrema destra con personaggi dello stampo di Bezalel Smotrich, leader del partito nazionalista “Sionismo Religioso”, a cui il premier Benjamin Netanyahu, ha affidato il Ministero delle Finanze e che ha pronunciato in una conversazione privata registrata a sua insaputa la frase seguente: “sono una persona di estrema destra, omofobo, razzista e fascista”. Si tratta dello stesso Smotrich che ha anche affermato pubblicamente in una conferenza a Parigi che “non si può parlare di palestinesi, perché non esiste un popolo palestinese”, e che ha promesso lo scorso 11 novembre l’annessione definitiva a Israele di tutti i territori occupati.
Un altro ministro israeliano di estrema destra, quello del Patrimonio Amihai Eliyahu, in un’intervista a Radio Kol Berama ha dichiarato che sganciare una bomba atomica sulla Striscia di Gaza “è una delle possibilità” per risolvere definitivamente il problema palestinese.
Un personaggio dello stesso stampo è il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, un noto suprematista sionista sostenitore dell’uso dei metodi più brutali contro i palestinesi. Fino a poco tempo fa, nel salotto di Ben Gvir troneggiava una grande foto di Baruch Goldstein, il colono estremista che, nel 1994,dopo gli Accordi israelo-palestinesi di Oslo, massacrò a colpi di mitraglia 29 musulmani palestinesi e ne ferì altri 125, mentre erano in preghiera presso la Tomba dei Patriarchi di Hebron. Ben Gvir non ha mai nascosto nemmeno la sua stima per Yigal Amir, il fanatico israeliano che assassinò il Primo ministro israeliano Yitzhak Rabin nel 1995. Lui stesso un colono della Cisgiordania occupata, Ben Gvir distribuisce personalmente fucili d’assalto ai coloni israeliani in Cisgiordania e ai civili israeliani delle città israeliane con una forte proporzione di abitanti di origine araba. Il suo ministero s’è vantato di averne distribuiti oltre 10.000 nel solo mese di ottobre 2023.
Stando all’attivista israeliano per i diritti umani Guy Hirschfeld, “i coloni stanno usando la guerra a Gaza per ripulire l’Area C della Cisgiordania dai non ebrei”.Non è dunque certamente antisemitismo condannare fermamente un governo fascistoide che pratica senza il minimo scrupolo una brutale politica di colonizzazione, di apartheid e di pulizia etnica, massacrando la popolazione palestinese, cacciandola dalle proprie terre, depredandola dei suoi averi e confinandola in vere e proprie “riserve per indiani”.
Dei 99 giornalisti uccisi nel mondo intero nel 2023, 72 sono stati uccisi dall’esercito israeliano, e ciò nei soli primi 3 mesi di guerra a Gaza. Il massacro è continuato anche nel 2024, quando dei 124 giornalisti uccisi nel mondo, 85 sono stati uccisi dall’esercito israeliano. Si tratta dei numeri più alti registrati negli ultimi 30 anni e il massacro continua anche nel 2025. Complessivamente, dall’inizio della guerra di Gaza, nell’ottobre 2023 fino a maggio 2025, sono stati almeno 212 i giornalisti e cameramen di nazionalità palestinese ad aver trovato la morte per mano dell’esercito israeliano, senza contarne altri 5 di diverse nazionalità.
In alcuni casi ad essere colpiti non sono stati solo i giornalisti ma anche le loro famiglie, come il reporter della TV Palestinese Mohammed Abu Hatab, ucciso il 2 novembre 2023 insieme a 11 membri della sua famiglia in un attacco aereo israeliano nella Striscia di Gaza meridionale; oppure il capo dell’ufficio di Al-Jazeera per Gaza, Wael Al Dahdouh, che ha perso quattro membri della sua famiglia a causa di un bombardamento israeliano sul campo profughi di Nuseirat.
Le uccisioni di giornalisti non si limitano alla striscia di Gaza: il 13 ottobre 2023 l’esercito israeliano ha preso di mira un gruppo di giornalisti internazionali chiaramente identificabili con il loro logo “PRESS” nel Sud del Libano, uccidendo Issam Abdalla, reporter libanese di Reuters, e ferendone gravemente altri sei, fra cui il video-giornalista dell’Agence France-Presse Dylan Collins e la sua collega fotogiornalista Christina Assi. Ad essere presi di mira dall’esercito e dalla polizia israeliane sono le più svariate testate, tra cui, accanto a Reuters e AFP, anche la BBC, Al-Jazeera, Sky News Arabia. Inoltre decine di altri giornalisti in servizio nella striscia di Gaza e in Cisgiordania sono stati arrestati.
Indagini indipendenti condotte da diverse organizzazioni, tra cui “Amnesty International”, “Reporter senza frontiere” e il “Comitato per la protezione dei giornalisti”, hanno trovato prove che indicano come le forze israeliane prendono deliberatamente di mira gli operatori dei media per ostacolarne il lavoro. Da precisare che, stando al Comitato per la protezione dei giornalisti, “Tutte le uccisioni di giornalisti, tranne due, sono state compiute dalle forze israeliane”.
In conclusione: il governo di estrema destra israeliano, con la scusa di combattere il terrorismo, ha fatto della strumentalizzazione della memoria della Shoah lo strumento per giustificare l’ingiustificabile, ossia la cacciata di milioni di Palestinesi dalla loro patria, la confisca dei loro beni, la colonizzazione dei loro territori e in questo ultimi anni il massacro di decine di migliaia di bambini, donne, uomini, anziani, il ferimento di altre centinaia di migliaia e la distruzione delle loro case e delle loro infrastrutture civili. Tutto ciò in violazione di tutte le più elementari norme internazionali.
Di fronte a queste violenze e alle palesi violazioni del diritto internazionale e del diritto umanitario non può che suscitare indignazione l’assordante silenzio di gran parte della nostra classe politica, che si riempie la bocca di neutralità, di difesa della democrazia, della libertà e dei diritti dell’uomo, ma che applica due pesi e due misure ai conflitti in corso. Se da un lato condanna la criminale aggressione di Putin all’Ucraina, dall’altro tace sull’altrettanto criminale guerra scatenata da Netanyahu contro i civili palestinesi, giustificandola con l’Olocausto organizzato più di 80 anni fa dai nazisti nei confronti degli ebrei.
Un crimine non ne ha mai giustificato un altro.
Nell’immagine: Varsavia, 1943
Era invece il comunicato dell’abbandono dell’inchiesta penale sui fatti che portarono all’abbattimento di un’ala dell’ex Macello
Il 7 ottobre di un anno fa (attacco terroristico di Hamas) come l’11 settembre americano; anniversari di tragedie e reazioni che promettono definitivi assestamenti, e che invece inaugurano viaggi verso possibili nuove tragedie