Quel che resta d’Israele dopo l’orrore di Gaza
Dalla solidarietà subito dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre all’isolamento globale. Dopo un anno e mezzo, Israele paga il prezzo politico e morale della sua reazione a Gaza
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Dalla solidarietà subito dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre all’isolamento globale. Dopo un anno e mezzo, Israele paga il prezzo politico e morale della sua reazione a Gaza
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Dalla solidarietà subito dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre all’isolamento globale. Dopo un anno e mezzo, Israele paga il prezzo politico e morale della sua reazione a Gaza
Di Alessia Melcangi, La Stampa
Ci sono date che si imprimono nella memoria collettiva per la potenza sconcertante e crudele di alcuni fatti e delle loro immagini di violenza e brutalità. La mattina del 7 ottobre 2023 quasi tutto il mondo, con qualche eccezione, ascoltava sgomento le notizie che filtravano dall’orrendo attacco di Hamas a Israele, considerato da tutti una fortezza militare inviolabile. Ferma condanna internazionale dell’attacco e doverosa solidarietà collettiva a sostegno del Paese colpito furono le reazioni immediate, mentre già emergeva la triste conta dei morti, circa 1200, a cui si aggiungevano 251 rapiti, vittime di un’efferatezza disarmante.
Oggi, a distanza di un anno e mezzo da questi fatti, Israele è diventato quasi uno “Stato paria” internazionale, contro cui si levano sempre più voci di sdegno verso un governo, quello israeliano, che sta progressivamente mettendo in atto non una legittima controreazione difensiva, ma una strage di civili inermi guidata da incerti obiettivi militari e ancor più imprecisati scopi politici. Oggi, davanti al popolo palestinese distrutto da bombardamenti continui e dalla fame, davanti a un primo ministro, Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità emesso a novembre 2024 dalla Corte Penale Internazionale, davanti alle inascoltate proteste internazionali e di molti israeliani stessi contro operazioni di guerra sproporzionate e promesse di tregua mai realizzate, la solidarietà a Israele inizia a sgretolarsi, così come la sua credibilità.
Come è possibile che nel giro di un anno e mezzo la situazione si sia capovolta? Le immagini dell’orrore di Gaza parlano chiare: i massacri di civili e i raid su scuole, campi profughi e ospedali hanno già provocato, secondo stime ancora da accertare e verosimilmente decisamente maggiori, almeno 54.000 vittime tra i palestinesi, tra cui oltre 20.000 bambini; quasi l’80% degli ospedali e delle strutture sanitarie è stato distrutto; secondo le Nazioni Unite più del 70% di tutti gli edifici che si trovano nella Striscia è stato danneggiato, e il 28% di essi ridotto in macerie; ancor peggio, il 93% della popolazione di Gaza vive in una situazione di crisi alimentare, di cui il 12% in condizioni di carestia a causa dell’embargo che da marzo a oggi ha permesso l’entrata di pochissimi aiuti. Voltando lo sguardo, in Cisgiordania, il governo di Tel Aviv ha appena annunciato la legalizzazione di 22 nuovi insediamenti, un’occupazione strisciante e illegale che sulla cartina spezza il territorio, distrugge ogni possibilità di realizzazione di uno Stato palestinese, e dunque annulla qualsivoglia rivendicazione di legittima sovranità. Tutto ciò mentre la fazione ultraortodossa e estremista al governo spinge sempre più a destra la leadership israeliana con una retorica violenta e polarizzante.
Nonostante la distrazione dell’Occidente, o la volontà di non mettere bene a fuoco, le agenzie dell’Onu, la Croce Rossa, le organizzazioni umanitarie che operano a Gaza, e per primo lo stesso papa Francesco, lanciavano già l’allarme: la catastrofe va fermata il prima possibile. In colpevole ritardo, adesso monta il dissenso internazionale: sempre più Stati, anche tra gli alleati occidentali tradizionali, per reazione alle atrocità di Gaza, protestano contro Israele e reclamano il riconoscimento dello Stato di Palestina. Aumentano le pressioni per interrompere gli accordi di associazione con Israele da parte dell’Unione Europea e c’è chi parla già di imporre sanzioni contro gli insediamenti in Cisgiordania e individuali contro ministri e funzionari israeliani coinvolti nella violazione dei diritti umani. La Conferenza di alto livello sulla soluzione dei due Stati, che Francia e Arabia Saudita ospiteranno alle Nazioni Unite il 17 giugno prossimo a New York, potrebbe persino lanciare un’iniziativa per il riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina. L’ultimo fattore fondamentale, il dilagare dell’antisemitismo in Occidente, con episodi di violenza che non distinguono tra colpire persone innocenti e condannare uno Stato per le crudeltà che commette.
È chiaro, dunque, il crescente isolamento di Tel Aviv che, sebbene non sembri in grado di fermare i piani del premier israeliano, riesce di certo a innervosire la dirigenza al governo. Anche l’Italia e le sue istituzioni si uniscono al coro di condanna, e le parole nette e forti arrivano da un uomo misurato come il nostro Presidente, Sergio Mattarella. Affermando nel suo più recente discorso pubblico che ridurre «alla fame un’intera popolazione, dai bambini agli anziani, è disumano», Mattarella ricorda a tutti noi che «i palestinesi hanno diritto al loro focolare entro confini certi».
Chiunque conosca la storia della nascita dello Stato di Israele sa che il termine “focolare” ha un significato molto forte: nel 1917 fu l’allora ministro degli Esteri britannico Arthur James Balfour a sottoscrivere, per conto del governo inglese al tempo molto più vicino agli ideali del sionismo politico, una dichiarazione rivolta ai rappresentanti della comunità ebraica nella quale si ponevano le basi per la creazione di una “casa”, un “focolare” appunto, per il popolo ebraico in Palestina. Il fatto che il Presidente ne ricordi la stessa necessità per il popolo palestinese è indispensabile oggi, anche per sollecitare il nostro governo che, tranne le eccezioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro della Difesa Guido Crosetto, appare ancora reticente sulle necessità assoluta di creare lo Stato palestinese. «Seminare sofferenza e rancore», sterminando una popolazione inerme, rischia di innescare una spirale di morte e radicalizzazione pericolosissima per il futuro della democrazia israeliana. Ci sono fatti che dovrebbero rimanere nella memoria collettiva come monito indelebile; purtroppo, facciamo ancora troppa fatica a riconoscerli.
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