Solo la verità che fa comodo
In tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno
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In tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno
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In tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno
Di Massimo Adinolfi, la Repubblica
Dove sta la verità? Che cos’è accaduto lo scorso sabato a Fordow, a Natanz, a Ishafan? La minaccia nucleare è stata «annientata», come ha detto Donald Trump, oppure non c’è stato «nulla di significativo», come ha sostenuto l’ayatollah Khamenei? Il programma iraniano di dotarsi dell’atomica sarà ora fermo per anni o solo per pochi mesi?
Non dove sta la verità è però la domanda cruciale, ma chi ne ha ancora cura. Chi continua a preoccuparsi di stabilire i fatti, di esibire le prove e giustificare le proprie affermazioni, di fornire argomenti e non solo rilasciare dichiarazioni a effetto. Certo, in tempo di guerra bisogna mettere nel conto dosi massicce di propaganda, tanto più se nessuno potrà verificare sul terreno, chissà ancora per quanto tempo, quali danni abbia arrecato l’operazione «Martello di mezzanotte» condotta sui cieli della Repubblica islamica. Gli aerei si sono alzati in volo, hanno raggiunto i bersagli e sganciato le bombe, e quando erano ormai fuori dallo spazio aereo iraniano (ma, si noti, prima ancora che un qualunque rapporto venisse stilato) Trump ha parlato di «grande successo», complimentandosi con gli eroici piloti.
C’è però la versione di Trump come c’è quella della guida spirituale della Repubblica islamica, che si è invece congratulata con la «grande nazione iraniana» per la duplice vittoria: sul «regime israeliano», che «è quasi crollato» e «sarebbe stato schiacciato» se non fossero intervenuti in soccorso gli Stati Uniti, e sullo stesso «regime americano, che non ha ottenuto nulla da questa guerra». E anzi ha preso, in reazione, un «duro schiaffo».
Così è, se vi pare. Si può dire che l’uranio arricchito è stato spostato e messo al sicuro (le autorità iraniane) o che invece non è mai stato spostato dai siti nucleari (Trump). Si può scrivere — con le maiuscole, quasi alzando la voce, perché sia chiaro e fuori discussione — che «i siti sono stati completamente distrutti» (ancora Trump), e si può dar manforte al commander in chief parlando di un programma nucleare «devastato» (il segretario alla Difesa Hegseth), ma poi può capitare che sui giornali finisca un primo rapporto del Pentagono, che invita alla cautela e avanza seri dubbi sui danni alle centrifughe sotterranee di Teheran.
Che cosa accade, a questo punto? Il busillis dell’intera faccenda sta qui. Perché a seguito delle indiscrezioni raccolte dalla Cnn e dal New York Times la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato che sì, quel rapporto esiste, ma è del tutto sbagliato, e soprattutto è stato messo in giro da un «low-level loser», da un perdente di basso rango. Dopodiché è tornato alla carica lo stesso Trump che non ha solo bollato gli articoli come fake news, ma ha pure aggiunto che Cnn e New Tork Times cacceranno i giornalisti che han firmato gli articoli in questione. «Si vocifera», ha detto Trump, con il più spettacolare capovolgimento dei rapporti fra la politica e la stampa che si ricordi. Il mondo è davvero al contrario, infatti, se è il potere a vociferare su giornali e redazioni, e non i giornali a raccogliere indiscrezioni e fughe di notizie sul potere.
Ma in realtà non si tratta di voci, bensì di intimazioni e intimidazioni, che si accompagnano all’opera di denigrazione delle fonti condotta dalla Leavitt (un loser, ha detto, cioè uno sfigato, un invidioso del successo di Trump). Non si tratta solo di versioni diverse: quella del Presidente, quella dell’ayatollah, e pure quella di Netanyahu, che si barcamena tra la volontà di chiudere la partita con Teheran e il cessate il fuoco di Trump; si tratta di tenere la scena, e contare sugli effetti perlocutori del linguaggio cioè su quello che le parole fanno, indipendentemente dal loro valore di verità, per il semplice fatto che entrano in circolo, diventano virali, costruiscono consenso ed eccitano e mobilitano la propria base.
Gli enunciati non hanno solo una funzione constatativa — quella di dire le cose come stanno : i linguisti lo hanno sempre saputo. Ma che la dimensione pragmatica della lingua prendesse così sfacciatamente il sopravvento, beh: per questo c’era bisogno che i social inaugurassero una nuova epoca, quella in cui si può fare opinione saltando a piè pari il watchdog journalism, la funzione di sorveglianza, di controllo e di critica della stampa. Trump non ha bisogno dei media tradizionali, è insofferente nei confronti di qualunque mediazione — istituzionale o giornalistica, giuridica o intellettuale — e ha un potere di condizionamento enorme, che purtroppo, di questi tempi, è persino accresciuto, non diminuito, dalla sua sfrontata esibizione. Il potere non sta più dietro le quinte: le quinte sono strappate e il potere si mostra con protervia per quel che è.
Ma che la verità sia solo quella del potere è regola nei regimi autoritari, non in quelli democratici, in cui dovrebbe esistere e farsi sentire un’opinione pubblica indipendente, libera e informata. Sotto dittature e teocrazie i giornalisti scomodi vengono sistematicamente eliminati, ma se un Presidente può firmare lettere di licenziamento, o invitare a farlo, allora vuol dire che la linea di demarcazione fra quei regimi e le democrazie sta sfumando, e si avvicina pericolosamente il momento in cui qualcuno penserà di poter dire: guai ai vinti.
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